La sicurezza sui treni: una priorità europea

Il recente incidente ferroviario di Pioltello, alla periferia di Milano, avvenuto il 25 gennaio scorso, ha riacceso i riflettori sulle condizioni di sicurezza nei mezzi pubblici, in particolare il treno. Naturalmente si tratta di un problema non solo italiano, ma di tutti i paesi europei e non soltanto. Nell’incidente di Pioltello ci sono state tre vittime, tre donne ignare del loro destino al momento della partenza, al mattino presto, con il solito treno regionale che le avrebbe portate al lavoro. Un percorso fatto mille volte, eppure stavolta fatale. Ci sono stati anche 46 feriti, che non bisogna dimenticare. Sul banco degli imputati, l’azienda di trasporti ferroviari Trenord, che svolge trasporto locale tra la Lombardia e il Canton Ticino.
Secondo la prima ricostruzione da parte degli esperti, l’incidente sarebbe stato causato dal cedimento strutturale di un pezzo del binario su cui transitava il treno: appena 20 centimetri di binario, un’inezia che ha rappresentato – tuttavia – la differenza tra la ormalità e il disastro, tra la vita e la morte.
Tragica fatalità o incuria e mancata manutenzione delle infrastrutture? Su questo, sulle responsabilità dell’incidente, si esprimerà a suo tempo la magistratura. Rimane, comunque, la sensazione che in un mondo su rotaia che va ad alta velocità (i Frecciarossa di Trenitalia e gli Italo, appena diventati americani, sono bellissimi, comodissimi ed efficientissimi, e il super treno tedesco Ice sembra un portento), le linee secondarie sono state piano piano un po’ abbandonate, lasciate a se stesse. Ma qui stiamo parlando di un treno regionale, un treno di pendolari, un treno che partiva da Cremona e sarebbe dovuto arrivare a Milano. Non esattamente una linea secondaria. Non proprio un “ramo secco”. come invece sono diventate tante linee locali, in tutta Italia, con orari ridotti, treni soppressi, biglietterie chiuse.
Ancora piu’ disastroso l’incidente del 12 luglio 2016, sulla tratta Andria-Corato, della linea Bari-Barletta. Nello scontro di due treni sullo stesso binario, il bilancio è stato terribile: 23 vittime e quasi 60 feriti. Neppure quella linea era una di quelle considerate “ramo secco”, dal momento che i finanziamenti per il raddoppio del binario pare fossero già pronti da tempo, eppure mai maledettamente usati. Così, su quell’unico binario in mezzo agli ulivi, è stato l’errore umano a causare l’incidente: solo a dicembre, la giustizia ha cominciato a fare il suo corso, con 19 persone indagate, tra cui il capotreno e il capostazione, ma anche i dirigenti di Ferrotramviaria – l’azienda che si occupava del trasporto -, colpevoli di mancati investimenti in sicurezza e vigilanza. Indagati anche due funzionari del Ministero dei Trasporti, poichè non adottarono provvedimeti urgenti affinchè la rete ferroviaria fosse adeguata e nonostante fossero a conoscenza dei rischi della gestione del traffico con il regime del blocco telefonico. Pensate: siamo ancora al livello di dare il via libera o meno ad un treno con un colpo di telefono…
Non siamo certi qui a fare la triste statistica degli incidenti ferroviari avvenuti in Italia (particolarmente drammatico quello del 29 giugno 2009 alla stazione di Viareggio, quando un treno merci deragliò, la cisterna con il Gpl prese fuoco e causò 32 morti e oltre 20 feriti, molti dei quali gravemente ustionati), ma a cercare di capire qual è il limite della sicurezza sui mezzi pubblici. Proprio in un momento storico di sempre maggiore sensibilità ai temi ambientali e alla lotta all’inquinamento e…alle automobili, i mezzi pubblici devono rappresentare una alternativa economica e, soprattutto, sicura. Inutile (e sbagliato) sostenere che i treni siano pericolosi, visto che le statistiche smentiscono questa affermazione, ma certo – ancor più di tram, bus e metropolitane – il treno è il mezzo più usato dai pendolari. E, quindi, i prezzi e la sicurezza dovrebbero essere pensati in funzione loro. E la sicurezza non dovrebbe avere prezzo.

Le cose non è che vadano molto meglio nel resto dell’Europa. Secondo Eurostat, l’ufficio di statistica dell’Unione Europea, i dati – seppur non recentissimi, riferiti all’anno 2014 – fanno emergere un aumento del 5,1% del numero degli incidente ferroviari, in particolare in quattro paesi: Germania, Polonia, Ungheria e Romania. In Germania, il 5 dicembre scorso, solo un miracolo ha impedito che ci fossero vittime (ma 50 feriti) nello scontro tra un treno merci ed uno passeggeri, avvenuto alla stazione di Meerbusch-Osteroth, vicino a Dusseldorf, nel Nord Reno-Westfalia. Ma sicuramente tutti si ricordano della tragedia ferroviaria più spaventosa di sempre in Germania, l’incidente del 3 giugno 1998, ad Eschede, in Bassa Sassonia: un IntercityExpress da Monaco di Baviera ad Amburgo deragliò, causando la morte di 101 passeggeri. Da allora le cose non sono migliorate granchè, nonostante la riconosciuta efficienza tedesca, forse un po’ offuscata recentemente, dopo la parziale privatizzazione della Deutsche Bahn. L’associazione dei consumatori Stiftung Warentest, addirittura, ha indicato che il 32% dei treni tedeschi non è in orario, come citato in un articolo di Panorama del 2015. Come se ad un aumento delle tariffe, che c’è stato, abbia fatto da contraltare un abbassamento della qualità del servizio. Ma nessuno è immune da colpe e da incidenti, come dimostra lo scontro tra due treni avvenuto in Austria, il 12 febbraio scorso, nei pressi di Niklasdorf. Una vittima, anche qui una donna, e 22 feriti. E 8 persone ferite in un deragliamento a fine dicembre vicino a Vienna.
Basta, finiamola qui.
Servono, ovunque, investimenti non solo per l’alta velocità e per arrivare sempre più velocemente da una città a l’altra, come fossimo trottole, ma anche e soprattutto per la nostra sicurezza, per ridurre al minimo il pericolo nel viaggiare su questi autentici “proiettili viaggianti”. Anche se, a volte, sembrano vecchie littorine.

NELLA FOTO: IL SUPER TRENO VELOCE “ICE” DELLA FERROVIE TEDESCHE

Doping, i casi più celebri. Aspettando le Olimpiadi…

Uno dei primi casi di doping è stato quello del ciclista inglese Tom Simpson: mori’ a 30 anni, sul Mont Ventoux, durante una tappa del Tour de France, a causa del caldo e delle anfetamine prese, che non gli fecero sentire la fatica dello sforzo.

Al Giro d’Italia 1969, quando era in maglia rosa, il Cannibale Eddy Merckx fu trovato positivo alla fencamfamina, uno stimolante: squalificato. Celebre l’intervista di Sergio Zavoli nell’albergo di Albisola dove si trovava il ciclista belga, in lacrime.

Alle Olimpiadi di Seul del 1988, scoppia il caso-Ben Johnson: oro e record del mondo (9”79) nei 100 metri, il giamaicano naturalizzato canadese viene trovato positivo alla stanozolo, un anabolizzante. Confesserà di essersi dopato anche l’anno prima, ai Mondiali del 1987, quando impressiono’ il mondo battendo Carl Lewis, il “Figlio del Vento”.

Ai Mondiali di calcio 1994, negli Stati Uniti, Diego Armando Maradona viene squalificato dopo un controllo antidoping positivo all’efedrina, uno stimolante. Il Pibe de Oro ha sempre parlato di complotto ai suoi danni. Nel ’91, Maradona era già stato squalificato per cocaina.

Uno dei casi più celebri è quello di Marco Pantani: alla vigilia della penultima tappa del Giro 1999 che stava dominando, a Madonna di Campiglio, il suo ematocrito risulta troppo alto: squalificato. Da quella che ha sempre ritenuto un’ingiustizia, Pantani non si riprese più, fino alla tragica morte, il giorno di san Valentino del 2004.

Qualche giorno prima delle Olimpiadi di Atene 2004, i velocisti greci Kostas Kenteris (oro nei 200 a Sydney) e Ekaterini Thanou inscenano un finto incidente in moto per giustificare l’ennesimo test antidoping saltato: saranno costretti a disertare i Giochi di casa.

La velocista americana Marion Jones vince 5 medaglie (tre d’oro) a Sydney, ma nel 2006 è trovata positiva all’eritropoietina, l’anno dopo ammette l’uso di sostanze dopanti e restituisce tutte le medaglie vinte.

Ancora un ciclista nei guai: nel 2010 allo spagnolo Alberto Contador viene riscontrato la positività al clenbuterolo, che brucia grassi e rafforza i muscoli: il “Pistolero” nega, dice che è colpa di una bistecca “contaminata”, ma si vede togliere un Giro e un Tour, e quando torna non è più un fenomeno come prima.

Clamoroso il caso di Lance Armstrong: vincitore di 7 Tour de France, icona della battaglia contro il cancro, il corridore texano è incastrato dalle confessioni degli ex compagni di squadra, in particolare di Tyler Hamilton, autore di un libro-scandalo, che ammettono il sistematico utilizzo di pratiche dopanti nella squadra della Us Postal: in tv da Oprah Winfrey, nel 2013, lo stesso Armstrong confessa l’uso di sostanze proibite e perde i suoi 7 Tour.

Uno dei casi piu’ recenti è quello del marciatore italiano Alex Schwazer; oro nella 50 km di marcia a Pechino 2008, prima di Londra 2012 è trovato positivo all’eritropoietina. Niente Olimpiadi. Prova a tornare, ma nel 2016 l’altoatesino ci ricasca, positivo ai metaboliti di testosterone. Lui si proclama innocente.

L’ultimo caso è quello del doping di stato in Russia, con atleti squalificati e poi parzialmente riabilitati, che ricorda le pratiche dopanti del passato, prima in Germania dell’Est (soprattutto con le nuotatrici) e, più recentemente, in Cina.

Mai abbassare la guardia. Il pericolo-doping è sempre in agguato.

A proposito di Giornata della Memoria, Olocausto, Polonia e negazionismo

Pubblico volentieri questa riflessione del collega Enrico Mentana, pubblicata su Facebook il 1.febbraio 2018.
“La legge varata dal parlamento di Varsavia che punisce penalmente chi parla di responsabilità anche della Polonia nell’Olocausto non è solo un’offesa alle vittime, è un insulto alla Storia. È una forma vigliacca di negazionismo, messa in atto 73 anni dopo la fine della guerra, quando la memoria di ciò che avvenne è ormai affidata a pochi sopravvissuti, una gran parte dei quali non ha nessun interesse a ricordare. Vuole ripulire la storia polacca con un colpo di spugna, ma anche lanciare un segnale: non dobbiamo più vergognarci, cancelliamo i fatti per cancellare la pena. Per fortuna la Polonia di metà Novecento era una terra di cultura e di testimonianza. Libri e racconti di inestimabile valore ci permetteranno di irridere alla legge che vuol nascondere la Storia per ripulire ad arte le coscienze. Vergogna”.

SOLD OUT! ANCHE DI APPLAUSI

Gli scroscianti e corroboranti applausi del pubblico scaldano il cuore dei teatranti di tutto il mondo. E’ di questo di cui si ciba e si alimenta la nostra passione viscerale per il palcoscenico. E’ successo proprio stanotte ai nostri coraggiosi corsari del teatro filocomico, alla nostra grande famiglia dei Teatroci. Palpitazioni ed emozioni senza fine, per la nostra “prima’ del 2018, la nostra commedia “80 VOGLIA DI UNA BADANTE E…SPOSO LA CAUSA”, due spettacoli in uno, una doppia farcitura per i denti sorridenti del pubblico, unico nostro riconosciuto Dio e giudice supremo. Grazie all’atmosfera magica del Teatro Cardinal Massaia di Torino (grazie a Daniele Rinaldi, Kevin e Rinaldi’s family) che ci ospita ormai da 4 stagioni, abbiamo fatto il tutto esaurito (302 posti), il secondo di fila in due anni. Anzi: “sold out”, che suona anche meglio e che ci fa sentire leoni del palcoscenico, almeno per una notte e che ci ripaga di tante ore di sacrifici e di tante sere d’inverno riempite con le prove. Uno spettacolo di due ore e qualcosa, allegro, disinvolto, con un tocco di satira e di costume, al sapor mattacchione della casa di riposo “La Pace dei Sensi” e con la dovuta arguzia al delicato tema delle unioni civili.
Siamo stati tutti bravissimi, noi Teatroci. Certo, nel rapporto minuti in scena-risate-applausi trionfa il motivatissimo Marco Tancredi, spumeggiante e rampicante (visti i capelli rasta…) “figoterapista” di Belo Horizonte e “indiano” di ritorno e buona memoria, pronto a far prendere il bouquet a…tutti, per poi signorilmente consegnarlo alla Rita, la mamma della nostra regista…e la prossima volta, il bouquet lo lanciamo al pubblico! Il buon Marco, da grafico con i fiocchi, firma pure la nostra apprezzatissima e modernissima locandina! Premio della critica al versatilissimo Alberto Errigo, capace di rendere
simpatico persino il Berlusca e persino irresistibile (come Brad Pitt) il povero Ubaldo, uno dei vecchietti piu’ arzilli della Pace dei Sensi (anche se vorrebbe andarsene…poi s’innamora…). Alberto: speriamo di averti presto ancora insieme a noi! Applausi a scena aperta per la sua compagnia di scena, la strabiliante Sabrina Meravigliosa Colosi, nella doppia veste (alla fine addirittura succinta) della bollente badante tedesca (ma non troppo) Greta e della imprevedibile Ramona Tifregu, titolare della sospetta Onlus “Mie mani in tue tasche”. Squilli di tromba e suoni di campane per Don Dolino, alias Francesco Lemmi, che nella parte del “giovane parroco di un’altra parrocchia” ha attirato su di se un sacco degli applausi dei “parrocchiani” (pardon, degli ospiti) del Teatro Cardinal Massaia. E il suo Rinco Starr e’ proprio…rinco! Shelovesyouyeeyeeyee! Di Don Dolino abbiamo apprezzato anche la castigatissima e timoratissima di Dio perpetua “Cenerantola”, liberamente tratta dal vocabolario italiano-calabrese di Caterina Fera, ormai una celebrita’ dalle parti di Scilla e Cariddi (e pure…a Nichelino!).
Di fortissimo impatto emotivo la presenza scenica tutta nera e “crocefissata” dello zio Ulrico, oscurantista interpretato da par suo e con voce nandogazzolesca, dal capocomico Gualtiero Papurello, brillante assai pure nelle vesti di Sor Betto, il gelataio che fa innamorare, e di Red Anzian, vecchio capellone fracassone ex componente dei Puh (si scrive cosi?). Geniale cartoonist, il Papus e’ autore materiale dei cartelloni delle squadre dei torneo di calciobalilla: Pro Pannolone, Atletico Cateteri, Eta’ Lenta, Dinamo Dentiere e Realzheimer!!!! Che rrrridere!
La nostra regista Erica Maria Del Zotto e’ stata divina, proprio come le due “divine” che e’ stata chiamata ad interpretare: la ballerina “balena spiaggiata” Carla Stracci e la cantante “storpiatrice” Maria Pallas. I suoi gorgheggi di grande livello musicale, insieme a testi sgangherati, hanno mandato in sollucchero persino i fan di Puccini e Bellini (non Pulcini e Fellini, che diamine!). Inoltre, la Celeste di Erica, civile e comprensiva, aiutera’ i nostri “eroi” a realizzare quel loro piccolo grande sogno che e’…ehm, lo scoprirete….uno dei due “eroi’ e’ Angelo, un eccellente ed equilibrato Luca Bertalotti, nei panni dell’uomo che sposa un amico per necessita’. E il dottor Vecchietti, direttore della Pace dei Sensi, se la cava bene tra le mille rogne della sua attivita’. E pazienza se proprio non sopporta Vetrilia, l’elettrica donna delle pulizie della casa di riposo, una Federica Fulco forse effettivamente maniaca dell’ordine e della pulizia. Secondo noi, e’ proprio cosi! Una tizia che ti squizza il detergente anche sulla tazza della camomilla! Da rinchiudere in cella di rigore! Ordung un dizipline, direbbe la nostra Greta. A fare le spese di Vetrilia, anche il generale in pensione Ferruccio La Martora (Cristiano Tassinari), plurimedagliato sul pigiama e pluriscordato dell’Amplifon e di qualsiasi cornetto acustico, il che rende il generale cosi sordo da capire sempre fischi per fiaschi e giunture per punture! Nel secondo atto, Antonino – detto Nino – La Causa, quello del titolo, e’ il corrosivo “marito” del matrimonio per convenienza. E ovvio che poi Cristiano Malgioglio canta “Mi sono innamorato di tuo marito”…
A proposito di musiche e stacchetti: ringraziamo il mitico sound engineer Mirco Negri, e la sua girl friend reginetta del walkie-talkie: Mirco, pero’, si e’ fatto un po’ prendere la mano e ora vuole essere pagato un tot a stacchetti (sono tanti, ci rovini!). Si-puo’-fare??? Chissa’….certo il denaro e’ solo una invenzione borghese per Alessandro Iulianelli (il suo manager e’ Manuela Di Franco), quando interpreta Agostino, detto Bakunin, anarchico per eccellenza, fancazzista per vocazione e ancora in seconda media a 24 anni…. Poi, quando Iulio interpreta Igor Coltellacci e racconta la storia del topicida-omicida, dei nonni e delle amiche della canasta, ci fa venire i brividi dalla paura…
Giorgia Giardullo e’ una dei 5 ”sopravvissuti” che hanno iniziato l’avventura dei Teatroci (20 e passa repliche fa…) e si conferma personaggio insostituibile, fuori e dentro il palco, in questo caso anche in due piccole parti di pregio: Jane Fionda, la guru della ginnastica, e Santina Licheri, avvocatessa delle cause perse in arrivo direttamente da “Forum”. E fa rigare dritti tutti!!!!
Citazione d’onore per la leggendaria Monica Carelli, che nel ruolo di Pinella fa talmente bene la parte dell’anziana madamina piemontese che sembra quasi…esserlo veramente!!!! E smettila di dire Scopa!…che poi ci viene il magone…. Speriamo, naturalmente, di vedere presto sul palco la nostra amica Barbara Cagliero: ti aspettiamo!!!
Un ringraziamento speciale a Lorenzo Bellelli e ad Angelica Zagaria, i nostri angeli custodi e body guards (uno barbuto, l’altra dalle fulve chiome, piu’ tutto il loro staff) della scenografia, realizzata in appena 40 giorni in maniera impeccabile, tassello importante per una crescita graduale ma costante della nostra compagnia. La scenografia fa, eccome!!!! Sormontata, peraltro, dallo striscione inconfondibile, quello della Pace dei Sensi, griffato dalla geniale Patrizia Del Zotto, per il resto validissima ”donna di copione”, al pari di Anto Macrì, utilissima anche come costumista e specialista di trucco e parrucco (anche per chi non ha i capelli, of course). Lode onore e gloria, come direbbe Don Dolino, al nostro maestro fotografo di fiducia Claudio Bonifazio: le sue foto mirabolanti racconteranno per gli anni a venire le belle emozioni di una serata come questa, sul palco e soprattutto nel “sancta santorum” dei camerini… Da crepare dal ridere il video realizzato da Pasquale Ieluzzi, e che presto potrete vedere integralmente su Youtube. Ma dal vivo e’ meglio… Infine, un grazie fuori palco al vecchio amico Marco Sarro, che con la sua versione dell’inconfondibile accento genovese di Beppe Grillo (“E’ una cosa pazzesca!”) ha scatenato un sacco di risate e sghignazzamenti.
Il nostro obiettivo, del resto, commedia dopo commedia, e’ migliorarci sempre di piu e farvi ridere sempre di piu’. Saremo in giro ancora, magari vicino alla vostra citta’. Vi chiediamo fiducia, vi regaleremo un sorriso!!!
Di questi tempi, e’ un grande regalo.
Ciao…e grazie a tutti! Anche e soprattutto a chi, ne conosciamo tutti, ci ha guardato con benevolenza e si e’ fatto quattro risate dal grande teatro di Lassu’.

Riflessioni sulla genitorialità

Ammetto di essere parte in causa, chi lo sa bene, chi non lo sa ancora lo scoprirà. E allora mi lascio andare ad alcune riflessioni “nere su bianco” sulla genitorialità. Premetto che è un mestiere che immagino difficilissimo e di cui non ho alcuna conoscenza, ma proprio per questo posso forse rifletterci sopra con maggior distacco. Frequentando, ultimamente, diverse cliniche ed ospedali – il reparto maternità, per fortuna: il piu’ bello tra i reparti di un ospedale – mi sono accorto che l’età media dei genitori italiani è sempre piu’ alta. Io, d’accordo, non faccio testo: come futuro papà – se accadrà – sono decisamente oltre la media consentita, con i miei 48 anni abbondanti. Se non mi do una mossa, divento un nonno prima ancora di diventare un papà. Ma anche le mamme…sono sempre piu’ “grandi”. Non credo, ovviamente, di scoprire l’acqua calda, visto che da decenni, ormai, l’età media delle donne che partoriscono il primo figlio è cresciuta fino ai 35 anni e oltre. Ma, mentre con mia moglie – che ne ha 40 – ci accingevamo all’ennesima ecografia con le dita incrociate, guardandomi attorno mi sono sentito confortato (e meno solo): su dieci coppie con il pancione (lei con il pancione, io solo con…la pancia) almeno 7/8 erano ben oltre i 35 anni, sia l’uomo che la donna. E il resto della percentuale, le altre 2/3 che rimangono fuori dalla nostra statistica, era comunque nella fascia 30/35. Nessuna, secondo me, sotto i 30. Forse una, sui 27-28, straniera, con il velo e un bel sorriso felice.
E allora torno alle mie riflessioni sulla genitorialità: dove sono finite le belle giovani mammine di 22/23/25 anni? Che mondo è mai questo che, per mille problemi pratici, costringe uomini e donne a fare figli in età ormai piuttosto avanzata?
Ma, in realtà, conta davvero l’età dei genitori? Non conta piuttosto la quantità di affetto e di amore e di attenzioni da riversare (e riservare) al figlio piuttosto che la quantità di primavere sulle spalle?
Ma una ragazza che fa figli a vent’anni non si preclude tutta una giovinezza fatta anche di studi, di esperienze e – perchè no?- cazzate, che poi rischierà di inseguire disperatamente in una “seconda giovinezza” quando lei ne avrà 40 e la figlia 20?
Tante, troppe domande, anche sulla scorta di esperienze personali, mie, di amici, di conoscenti, di voi, di tutti. E non esiste una sola risposta valida per tutti, perchè ognuno ha la propria storia, il proprio vissuto, le proprie origini, i propri sogni, i propri progetti. Riflettevo (ancora!) sul fatto che, di solito, la risposta per giustificare una genitorialità tardiva (ammesso e non concesso che ci sia qualcosa da giustificare) è sempre piu’ o meno questa: “Eh, prima non avevano il lavoro sicuro e una casa, quindi abbiamo aspettato”. Già, a rischio di aspettare troppo.
Poi, per fortuna, non è mai troppo tardi e meno male che esistono metodi scientifici – se non avete problemi etici e morali – che permettono di avere figli a chi, altrimenti, non potrebbe averne. Io credo che sia meraviglioso. Non è una scorciatoia, è soltanto un percorso diverso verso la Maternità e la Paternità. E poi chissà che un giorno non si tornerà a fare figli…come conigli, come canta De Gregori in quella sua canzone. Vorrà dire che ci sarà tornata la voglia di famiglia numerosa, di fare casino, di fare all’amore, di avventura, di “buttarci senza il paracadute”, senza la maledetta crisi che giustifica tutte le rinunce del nostro piccolo mondo. Io, tuttavia, preferisco la risposta “di giustificazione” di mia moglie: “Perchè abbiamo aspettato tanto? Si vede che doveva andare cosi”. 

Sottoscrivo.
E tengo incrociate le dita. 

80 VOGLIA DI UNA BADANTE…

ULTIMI POSTI DISPONIBILI PER LA PRIMA DI “80 VOGLIA DI UNA BADANTE E…SPOSO LA CAUSA”, LA NUOVA COMMEDIA DEI TEATROCI, IN PROGRAMMA SABATO 27 GENNAIO 2018 AL TEATRO CARDINAL MASSAIA DI TORINO, VIA SOSPELLO 32….
PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI: 011-221.61.28
prenotazioni@teatrocardinalmassaia.it

QUANDO LA RAI ERA MEGLIO DI UNA VATE…

Sono onorato di pubblicare questo pezzo di Giorgio Levi, apparso su Facebook il 29.12.2017.

Avevo 9 anni quando la Rai ha inaugurato, nel novembre del 1961, il secondo canale. Ricevere il segnale non era facilissimo. Bisogna armeggiare ore con un’antenna installata sul televisore di casa. Papà aveva un amico che vendeva tv e procurava antenne. Quel secondo canale lo volevamo a tutti i costi.

Nonno Giuanin che considerava la Rai una sorta di vate (“L’ha detto la Rai, perciò è vero”) non aveva perso tempo, ai primi di dicembre si era già attrezzato. E aveva abbandonato il primo canale. Tutte le sere sintonizzata il suo Magnadyne sulla rete due. “Il primo non ha futuro, io guardo il due”. Spegnava la tv quando a notte fonda compariva “l’uovo nel cestino” come noi chiamavamo il logo Rai che segnalava l’inizio e la fine delle trasmissioni.

Papà, il 31 dicembre, alla vigilia di Capodanno, chiama monsû Tonino, l’uomo che vendeva televisori in Borgo San Paolo. Tonino era un tipo bizzarro, la faccia storta preda di una serie di tic che lo costringevano a smorfie non umane. Credo che a mia sorella Betti, che aveva 6 anni, non piacesse molto. Tonino arriva con la sua antenna, la collega allo spinotto e non funziona. Stringe gli occhi, storce la bocca, tossisce, poi strizza le palpebre, alza le sopracciglia. Insomma, un calvario. Mentre lui strabuzza e muove il naso come un coniglio, l’antenna si sposta, si vedono le “righe” e per Tonino era già un buon segnale. Una cippa di segnale, pensiamo noi. E’ quasi ora di cena e Tonino è fermo alle sue righe. Alla fine abbandona il campo, ci vuole un’antenna potenziata, deve ordinarla. Mamma gli chiede se vuole una fetta d’arrosto. Se ne va con la bocca da una parte e gli occhi dall’altra.

Stavamo entrando nel futuro con il 1962 ma dovevamo dire addio al nostro primo Capodanno tecnologico. Avevamo letto che Rai 2 avrebbe trasmesso per “tutte le famiglie” una serata di cartoni della Disney. Anzi, era in programma anche un documentario con Walt Disney in persona che ci avrebbe fatto gli auguri.

Mamma gioca la carta di riserva. Il piano B. Telefona alla sua amica psicologa (quella che aveva decretato che ero un bel bambino, ma dotato di scarsa intelligenza) e ci fa invitare a casa loro. Ci siamo tutti, noi quattro, la psicologa, le tre figlie, il marito democristiano. Quando arriviamo il secondo canale è perfetto. Trasmette immagini sgranate di Disney World, ci fa vedere il mondo che sognavamo un giorno sì e l’altro pure. Poi c’è davvero lui, Walt in persona. Sono ammirato da quest’uomo che parla pure italiano. “E’ doppiato” mi dice la psicologa, come quando ci si rivolge ad un demente.

All’improvviso, appena vedo Pluto correre in un prato, parte la corrente. Sbam! Tutti al buio. Silenzio. Oddio, e adesso? Arrivano candele e candelabri d’argento. Il democristiano ne riceveva a vagonate a fine anno. La luce non torna, forse abbiamo troppi apparecchi accesi. Papà scende in cantina, armeggia un po’ e voilà. I lampadari a goccia si illuminano, il frigorifero si riprende, la tostatrice per il pane risputa le sue fette da spalmare con il salmone.

C’è un solo elettrodomestico muto come l’Orrido Moloch. Se ne sta lì troneggiante su un mobile di mogano, morto, defunto, spento, fulminato sulla via di Damasco. Saranno le valvole. Sarà che il 1962 mi sembrava che potesse cominciare meglio.