ACCONCIATURE…DA GUERRA

Ci sarebbe veramente poco da ridere, visti i venti di guerra che stanno soffiando tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti (ma potremmo dire: il Resto del Mondo). Per sdrammatizzare, ma non è facile, proviamo a fare cosi: già i capelli dei due leader (l’americano Donald Trump e il coreano Kim Jong-un) sono terribili per conto loro, nemmeno vogliamo immaginare cosa potrebbe accadere (nella realtà, ai soldati e ai civili) in caso di conflitto. Limitiamoci, perciò, a dire: queste qui sono proprio acconciature…da guerra! Prima cambiate registro, cari Trump e Kim, e fate la pace. Poi cambiate barbiere….

FANTOZZI? LA MASCHERA TRAGICA DELL’ITALIANO MEDIO

Se se ne va il ragionier Ugo Fantozzi – per sempre, senza ritorni cinematografici – allora vuol dire che se n’è andato anche un pezzetto di noi, della nostra vita, almeno delle nostre serate televisive piene di repliche estive, tra le quali – tra le più sopportabili – proprio quelle dei film di Paolo Villaggio. Lui, il popolare attore genovese, ci ha lasciati il 3 luglio scorso: avrebbe compiuto 85 anni a dicembre. Le sue maschere, tipiche dell’italiano medio, viceversa non ci lasceranno mai. Il ragionier Ugo Fantozzi, certo. Ma anche Giandomenico Fracchia, con il suo nemico-capoufficio Gianni Agus e con la terribile poltrona a sacco. E prima ancora il professor Krantz, tedesco di Germania, lui sì fuori dagli schemi italici, ma in realtà pur sempre l’immagine di come noi italiani vediamo (anche oggi?) il vicino “crucco”. Ma si fa per ridere, direbbe Villaggio. Che, dicono, da buon genovese non fosse granché simpatico e, peggio, poco disposto a fare l’imitazione del suo personaggio più famoso quando era “in libera uscita”, lontano dai set del cinema. Anni fa, un amico di stanza a Londra, se lo vide capitare davanti nel locale italiano dove lavorava, il famoso “Panino”: Paolo Villaggio era in Inghilterra per le riprese del film “Io no spik inglish”, una simpatica commedia nella quale lui recitava il ruolo del dirigente d’azienda alle prese con un corso d’inglese insieme a compagni di classe quindicenni. Il mio amico mi raccontò che Villaggio entrò in quel locale per mangiale un frugale panino e per vedersi la partita dell’Italia in tv, ai mondiali di calcio. Tutti a salutarlo, tutti ad omaggiarlo, tutti a chiedergli foto, autografi e imitazioni tipo “Com’è umano lei!” o “E’ una cagata pazzesca!”, ma lui si rivelò quanto mai poco disponibile e perfino antipatico, come se la sua popolarità – grazie ad un personaggio un po’…sfigato – gli stesse stretta, parecchio stretta. E adesso tutte le volte che il mio amico rivede Villaggio in tv, esclama: “Che antipatico che è!”.
Antipatie o simpatie personali a parte, Paolo Villaggio è stato uno degli attori più amati del cinema italiano, almeno da oltre quarant’anni a questa parte, quando (nel 1975) uscì il suo primo film, Fantozzi, diretto – peraltro – da un grande Luciano Salce. Fu un successo incredibile, sulla scorta del successo dei suoi libri dedicati all’umile ragioniere e alla sua sgangherata combriccola d’ufficio e grazie anche alla sua popolarità televisiva di quegli anni, di cui io stesso ho memoria in certi sabati sera da bambino. Ma Fantozzi fu un trionfo al di là di ogni previsione. Nei suoi dieci episodi (i primi tre sono fantastici, gli altri un po’ meno), Paolo Villaggio ha fatto ridere, ha inventato neologismi, ha lanciato personaggi imprescindibili (la signora Pina, Filini, la signorina Silvani, la figlia Mariangela), ha fatto amaramente riflettere e ci ha fatti specchiare: come se dentro di noi, in ognuno di noi, ci fosse nascosto un pezzo di Fantozzi, con nuvoletta “fantozziana” incorporata.
Modestamente, mi ritengo un cultore di Fantozzi e, in generale, di Paolo Villaggio. Ho letto i suoi libri (ora ripubblicati, con discutibile tempismo, in una trilogia da…antologia), lo guardo e lo riguardo sempre volentieri, anche in film che non sono esattamente dei capolavori: da “Rimini Rimini” a “Fracchia la Belva Umana”, dalle “Comiche” a “Scuola di Ladri”, fino a “Ho vinto la Lotteria di Capodanno”, al bel “Io Speriamo me la cavo” e nella sua intensa interpretazione ne “La Voce della Luna”, l’ultimo film di Fellini. Per un certo periodo ho pensato che se Paolo Villaggio fosse stato americano e si chiamasse Paul Village, forse sarebbe stato osannato in tutto il mondo come un genio della comicità, quasi un Woody Allen. Poi mi sono reso conto Villaggio è troppo italiano per doverlo condividere con altri. E a lui, francamente, penso fregasse poco della sua popolarità.
Ho sempre trovato un filo, bello grosso a dire il vero, di malinconia nella comicità di Paolo Villaggio, un senso di “tragicomico” – o semplicemente tragico – che ha attraversato, da quello che si legge della sua biografia, anche un parte della sua vita. Quella vera, non quella cinematografica. Come dire: forse ha fatto più ridere di quanto non abbia riso lui. Speriamo sia contento almeno di questo: di averci lasciato in dote la sua immortale capacità di farci sorridere. E, per una volta tanto, per un genovese come lui, lo ha fatto senza parsimonia. 

LA GRANDE BELLEZZA O LA GRANDE BRUTTEZZA?

Qualche sera fa, in tv, ho intravisto un documentario dal titolo “La Grande Bruttezza” e ho subito intuito, dalle prime immagini, che si trattava di un filmato sulle condizioni di Roma, la nostra capitale. Il titolo, inevitabilmente – e anche senza troppa originalità – faceva il verso al film “La Grande Bellezza”, con il quale il regista Paolo Sorrentino, tratteggiando una dolce vita più moderna che però non c’è già più, ha vinto il premio Oscar. Il docu-film ha messo in risalto – con interviste a persone esperte di vari settori e che hanno pure lavorato al servizio del Comune – i tanti, mille problemi che angustiano Roma, con qualche riferimento di troppo (a parer mio) all’attuale recente gestione politica in Campidoglio, sede dell’Amministrazione Comunale. I problemi? La sporcizia. Le buche nelle strade. Il traffico caotico. La corruzione. Mafia Capitale. Le polemiche sui falsi centurioni romani. L’acqua razionata. E via discorrendo. Problemi enormi ed altri più piccoli, ma pur sempre problemi. Cose vere, intendiamoci: non inventate. Ma è perfino troppo facile sparare su Roma, sui suoi sindaci (di tutti i colori) che si sono succeduti negli ultimi venti e passa anni, sul “sistema-Roma”, marcio e corrotto. Di Roma, si può dire tutto il peggio possibile: sembra quasi permesso, quasi obbligatorio, come uno sport nazionale. Come le Fiat che fanno schifo, come Trenitalia sempre in ritardo, come Alitalia sempre in bolletta. Parlare male di Roma, insomma, non fa nemmeno più notizia. Ed è forse per questo che il documentario “La Grande Bruttezza” l’ho trovato piuttosto scontato e prevedibile. Soprattutto per me che, giusto qualche giorno prima, sono stato a Roma per una breve vacanza in compagnia di mia moglie, che a 40 anni non l’aveva mai visitata. Ma si può? E allora abbiamo rimediato.
Facendo – pur nella mia modestissima conoscenza della città – da Cicerone, devo ammettere che ci siano trovati molto bene, scoprendo (e riscoprendo, nel mio caso) una città più pulita del previsto, più organizzata del previsto, meglio servita del previsto, con mezzi pubblici efficienti e puntuali (anche fino al mare di Ostia). Saremo stati semplicemente fortunati? Tutto merito dei nostri “percorsi da turisti”? Forse entrambe le cose. In realtà, abbiamo usato la metro, gli autobus, i nostri…piedi e siamo stati soprattutto in centro e nelle zone limitrofe. E lì mi è piaciuto. Non solo passeggiare al tramonto tra Piazza Venezia, i Fori Imperiali e arrivare al Colosseo o godendoci uno strepitoso piatto di cacio e pepe di fianco alla Fontana di Trevi, ma “vivendo” anche le vie meno conosciute, ma più vive e reali, della città. A noi Roma è piaciuta. Molto. “La Grande Bellezza”, davvero. Sicuramente si può fare meglio nella gestione amministrativa della città, io non sono nessuno per poter dire come si fa e dove si deve intervenire e da dove cominciare, immagino soprattutto a partire dalla periferia, dalle periferie, degradate, di cui tanto si parla. Ecco, se qualcuno mi invita e mi fa lui stesso da Cicerone, mi riprometto – la prossima volta – di visitare anche la periferia, le periferie romane. Avrò sicuramente più materiale per risolvere questo dilemma su Roma: Grande Bellezza o Grande Bruttezza?
Io tifo per la prima. 

 

CIAO, RAGIONER FANTOZZI!

CI HAI FATTO RIDERE TANTISSIMO, ANCHE CON UN FILO DI UMANA AMAREZZA, CARO PAOLO VILLAGGIO. ADESSO SIAMO SICURI CHE FARAI RIDERE TUTTI LASSU’ IN CIELO. DEL RESTO IL FILM “FANTOZZI IN PARADISO” LO AVEVI GIA’ FATTO…NO?
E NON DIMENTICARTI DI FRACCHIA E DEL PROFESSOR KRANTZ….

TEMPI DURI PER LE EX MOGLI

Piccola rivincita maschile, soprattutto degli ex mariti, grazie alla sentenza 11504 della Corte di Cassazione datata 10 maggio 2017: pronunciandosi sul caso di un divorzio “eccellente”, quello tra l’ex ministro delle finanze (governo Monti) Vittorio Grilli e la moglie Lisa Lowenstein, di professione imprenditrice, i giudici hanno respinto il ricorso della donna, con il quale reclamava l’assegno di divorzio già negatole nel 2014 dalla Corte d’Appello di Milano, che aveva ritenuto incompleta la documentazione e, soprattutto, valutato che il marito, dopo la fine del matrimonio, aveva subito una considerazione “contrazione” dei redditi. Pronunciandosi su questo caso, la Cassazione spiega con un apposita nota il significato della sentenza: “La prima sezione civile – si legge – ha superato il precedente consolidato orientamento, che collegava la misura dell’assegno al parametro del tenore di vita matrimoniale, indicando come parametro di spettanza dell’assegno, avente natura assistenziale, l’indipendenza o autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede”. La Corte ha ritenuto, quindi, che il parametro del tenore di vita goduto durante il matrimonio non sia più un orientamento “attuale” con la sentenza di divorzio e che il rapporto matrimoniale si estingua non solo sul piano personale, ma anche economico-patrimoniale. “La fine di un incubo”, ha dichiarato Grilli, “Una sconfitta per tutte le donne”, ha commentato la ex moglie.
Un’autentica rivoluzione del diritto di famiglia. Un terremoto giurisprudenziale. Non hanno esitato a definirlo così i più famosi avvocati matrimonialisti (e divorzisti) d’Italia, tra cui Gian Marco Gassani, presidente dell’associazione dei legali che si occupano delle pratiche di divorzio e dei sempre più frequenti contratti pre-matrimoniali. In Italia, dunque, sono arrivati i tempi duri per le ex mogli. Soprattutto le ex moglie di personaggi celebri e facoltosi. Fece scalpore, nel 2014, la pratica di divorzio del calciatore Andrea Pirlo, costretto a versare 55 mila euro al mese alla ex moglie Deborah, cosi suddivisi: 40 mila euro per la signora, 15 mila per il mantenimento dei due figli della ex coppia. Certo, il calciatore se lo poteva permettere, ma la cifra di 660 mila euro all’anno rimane comunque un bel gruzzolo. Quasi un trattamento di fine rapporto, verrebbe da dire. Con le novità introdotte dalla Cassazione, tuttavia, quel assegno di mantenimento – improntato in modo evidente a conservare lo stesso tenore di vita di prima – sarebbe stato decisamente più magro. Ci ha provato un altro personaggio, ancora più famoso, a sborsare meno, ma a Silvio Berlusconi non è andata bene: la Cassazione, confermando una interpretazione non semplicissima delle norme, ha ribadito che Berlusconi è uno degli uomini più ricchi del mondo ed è rilevante la disparità dei suoi redditi rispetto a quelli della moglie Veronica Lario. Detto, fatto: il Cavaliere dovrà continuare a pagare due milioni di euro al mese (24 milioni all’anno!) alla ex signora Berlusconi.
Dove sta la fregatura? Tenore di vita si o tenore di vita no? Probabilmente dipende dalla differenza giuridica tra divorzio e separazione: i giudici rilevano che la separazione non elide la permanenza del vincolo coniugale e quindi l’ex coniuge più facoltoso – diversamente dal divorzio – ha ancora il dovere di garantire al partner separato lo stesso tenore di vita del matrimonio.
Tenore di vita si, tenore di vita no, divorzio si, separazione no. Non è facile districarsi tra questi cavilli giuridici. Se vi capita – anche se non siete calciatori, imprenditori o politici e le cifre non saranno così astronomiche – vi servirà un avvocato divorzista di quelli buoni. Sicuro.
Ma, giusto per avere un termine di paragone, vediamo quello che prevede la legislazione in Germania. Oltre all’obbligo di mantenimento dei figli, in caso di divorzio vi è l’obbligo di mantenimento alimentare di uno dei due coniugi in diverse circostanze: se non può lavorare perchè si occupa di un figlio, se è affetto da malattia al momento del divorzio, se a causa dell’età non può più lavorare, se frequenta un corso di formazione e riqualificazione professionale che assicuri un sostentamento duraturo, fino a quando non trovi una occupazione adeguata, se il reddito derivante da questa occupazione risulti comunque insufficiente per i costi di sostentamento. Insomma: i tedeschi si confermano tali, con una visione molto realistica e concreta anche del divorzio e dei suoi “effetti collaterali”.
Senza ironia, in effetti, non possiamo però che consigliare a certe mogli italiane – non tutte, per carità – di pianificare un piano B, qualora le cose non andassero per il verso (e per il portafoglio) giusto.

C’ERO ANCH’IO IN PIAZZA SAN CARLO

Adesso che sono passati alcuni giorni, posso dirlo: in piazza San Carlo a Torino c’ero anch’io!
Naturalmente il mio pensiero è dedicato ai 1527 feriti di sabato scorso, il 3 giugno. Eravamo in 30 mila nel “salotto buono” della città, proprio davanti al maxi-schermo, per vivere da vicino la finale di Champions League tra la Juventus e il Real Madrid. Io c’ero, ma non per fare il tifo. Io c’ero, per lavoro. Come giornalista free-lance per un’emittente satellitare francese, EuroNews, interessata alla “storia” della partita e del pubblico. Una storia che peggio di così non poteva finire. Quello che è successo, lo sapete tutti. Lo avete visto tutti. Io sono stato pure fortunato: ero in prima fila, proprio sotto al maxi-schermo, davanti ai primissimi tifosi, arrivati lì già al sabato mattina, in posizione privilegiata, ma pur sempre dietro ad una transenna. Noi giornalisti accreditati presso il comune di Torino, organizzatore dell’evento – poi anche nella zona media hanno fatto entrare cani e porci – eravamo i più vicini alla prima via di fuga, ma mai avremmo pensato che quello spazio tra le due chiese gemelle di piazza San Carlo potesse diventare una via di fuga. Chi ci avrebbe mai pensato? Nemmeno gli organizzatori, nemmeno Questura e Prefettura. Nemmeno quelli che adesso si riempiono la bocca del “senno di poi”. Quello che è successo, lo sapete. La dinamica, il perché, resteranno per sempre un mistero. Io so soltanto che, poco dopo il gol del 3-1 che aveva raffreddato gli entusiasmi del popolo juventino, ho sentito un gigantesco movimento d’onda, ho girato la testa verso la sinistra e ho visto una mandria imbufalita di persone disperate correre verso di me. Ho fatto appena in tempo a percorrere quei venti-trenta metri che mi separavano dal retro del maxi-schermo, ma già in quel breve tragitto ho dovuto evitare persone già finite a terra e ho dovuto reggere l’urto per non finirci io, a terra. Sarebbe stata la fine. Mi sono riparato attaccandomi ai tubi Innocenti del maxi-schermo, ho perso di vista i colleghi, Ezio e Teo, che erano ad un centimetro da me. Ho temuto, per un attimo lungo un’eternità, che fosse un attentato. Lo avranno pensato tutti. Panico. Psicosi di questi tempi di terrorismo. Inevitabile. Ho avuto paura che, ora che ero al riparo dalla onda travolgente, arrivasse un terrorista con il kalashnikov. O con il coltello. Cuore in gola. A terra, feriti sanguinanti. Tutti a chiedersi, a chiederci: “Cosa diavolo è successo?”. Una bomba? Un petardo? Un falso allarme? Un ragazzo a torso nudo con lo zainetto? Ci sono state altre due inspiegabili ondate di tifosi. Ho rivisto Ezio e Teo, sani e salvi, grazie a Dio. Ma in tanti – non ultras, non hooligans, ma semplici tifosi che volevano passare una serata di festa – sono caduti a terra, sull’asfalto della piazza, come birilli, precipitati sui cocci di bottiglie di vetro che là non dovevano starci. Altri, i feriti più gravi, sono stati travolti, calpestati, schiacciati. Ora che sono contento di poterlo raccontare, ora che posso dire “io c’ero, ma non mi sono fatto un graffio”, vorrei dire: mai più maxi-schermi. Non è più tempo di scherzare con il fuoco. Con il panico. Con la paura. Quei 1527 feriti sono una…ferita per tutta Torino, per tutta l’Italia.
Mi dispiace dirlo, con amarezza, ma è cosi: non è vero che il terrorismo non vincerà.
Il terrorismo ha già vinto. Il terrore è già dentro di noi. Nella nostra vita quotidiana.
E prima lo capiremo, e meglio sarà.

CHE SUCCESSO A MODENA!

IL SUGO DI UGO A MODENA – Forse sara’ stato merito del Lambrusco che ci ha messo il frizzantino nelle vene (da adesso in poi, sempre un bel bicchiere di rosso prima di aprire il sipario!!!), ma quella di ieri sera al Teatro Tempio di Modena e’ stata la nostra miglior replica stagionale de IL SUGO DI UGO, la prima commedia gastro-comica d’Italia, firmata dalla compagnia teatrale I Teatroci di Torino, in trasferta in terra emiliana.

Read More