IL SALONE (DEL LIBRO) CHE NON VUOLE MORIRE

di Juri Bossuto
“Lo Spiffero”

La trentunesima edizione del Salone del Libro di Torino ha chiuso i battenti portando a casa anche quest’anno un successo da record. I visitatori hanno superato l’importante numero raggiunto nel 2017 (143.815 ingressi) e folta è stata anche la platea degli editori presenti al Lingotto: massiccio presidio editoriale che ha obbligato gli organizzatori a creare un padiglione apposito (il numero 4) al posto del previsto ristorante riservato a vip e giornalisti. Un trionfo annunciato anche dall’entusiasmo del pubblico che ha assistito, mercoledì scorso presso le Ogr, al recital di Gifuni, “Con il vostro irridente silenzio” (in cui protagoniste sono le lettere di Aldo Moro scritte durante la sua prigionia).

La manifestazione libraria torinese ad ogni nuova edizione sembra voler ribadire la ferma volontà di non voler morire, dimostrando al contempo non solamente una grande capacità di ripresa, ma anche il giustificato orgoglio derivante dall’essere stata la prima nel suo genere in Italia.

A riprova, sabato scorso gli organizzatori si sono addirittura trovati nella necessità di chiudere i cancelli della fiera per un’ora, a fronte della grande massa di visitatori che giungeva al Lingotto: pubblico tanto determinato nel voler accedere ai padiglioni espositivi da affrontare una pioggia battente, grandine inclusa, e pazientare oltre ogni limite affrontando le lunghe code di attesa presso i punti di controllo personale, gestiti dalla sicurezza privata e dalle forze dell’ordine. La manifestazione “Salone Off” ha confermato anch’essa il bilancio positivo di quest’anno con oltre 26.000 visitatori.

Evidentemente il Salone è una manifestazione che è stata nel tempo capace di creare un vero e proprio legame d’affetto con i suoi visitatori. Un pubblico decisamente eterogeneo e dall’età davvero variabile che richiama all’immagine di una fiera rivolta a tutti: dalle famiglie con bambini al seguito,agli studenti delle scuole superiori; dagli operatori del settoreagli appassionati divoratori di libri. Visitatori determinati, e dallo zaino in spalla, provenienti da tutte le provincie italiane nonché dall’estero.

Trascorrere una giornata al Lingotto, tra gli stand librari, significa entrare in una sorta di universo parallelo dove diventa possibile vedere inaspettatamente realizzarsi piccoli e grandi sogni culturali. Improvvisamente ci si può infatti imbattere nell’autore preferito, il cosiddetto “mito”, mentre questi cammina spedito per raggiungere la sala in cui una folla interessata lo attende per ascoltarlo; oppure, transitando tra un padiglione e l’altrocon passo cadenzato ma pronti a cogliere ogni occasione che il Salone offre, è possibile assistere all’intervista del proprio musicista del cuore, colui che ci ha accompagnati nei momenti più belli.

Vagare per il Lingotto sovente si trasforma in un viaggio metafisico verso siti raggiungibili esclusivamente affidandosi al caso. Un cammino senza meta alcuna che, ad esempio, in poche ore può permettere al cultore della flanerie di sorprendersi nell’ascoltare qualche brano eseguito da Alberto Fortis; di imbattersi pochi minuti dopo in Dori Ghezzi mentre ricorda il grande De Andrè; di riprendere il cammino e farsi dedicare una tavola fumettistica dalla bravissima disegnatrice, del periodico Topolino, Silvia Ziche; di abbracciare per un selfie Roberto Saviano; di fare un cenno di saluto alla Sindaca Appendino, per poi lasciarsi rapire dalle note di un pianoforte ostaggio del grande jazzista Danilo Rea. Un percorso pieno di piacevoli insidie e spesso intrapreso con l’intenzione di portarsi da un dibattito letterario all’altro.

Il ciclopico contenitore onirico ha quindi dato appuntamento ai suoi fans per l’anno prossimo (dal 9 al 13 maggio). Nel frattempo, da questa rubrica possiamo auspicare che la grande organizzazione della kermesse subalpina non ci lasci più con il fiato sospeso, ossia che nel 2019 si smetta di gettare i torinesi nell’oramai tradizionale dubbio amletico che sorge sempre alla vigilia dell’inaugurazione del Salone stesso: “Si farà quest’anno o vincerà Milano portandocelo via per sempre?”.

In un’ottica di stabilizzazione indiscussa del primato fieristico librario torinese, sarebbe altrettanto gradito ci si potesse confrontare sui temi legati intimamente al Salone del futuro. Prioritario è certamente dare una collocazione stabile a coloro che lavorano, ed hanno lavorato in passato, al delicato confezionamento della fiera: dopo le vicende burrascose che hanno investito la Fondazione, di fatto affondandola, per i dipendenti si è aperta una strada difficile quanto irta di pericoli che nessuno vorrebbe vedere terminare con gli usuali sacrifici umani. L’edizione 2018 è un progetto della Fondazione realizzato grazie all’organizzazione del Circolo dei Lettori e della Fondazione per la Cultura Torino, con relativa delocalizzazione precaria dei dipendenti di via Santa Teresa (sede storica dell’epoca Picchioni).

Durante la conferenza stampa di fine evento, il direttore Nicola Lagioia ha comunque annunciato l’impegno per consolidare i lavoratori stessi, così come una soluzione che permetta di accogliere un maggior numero di espositori (anche se “soddisfare tutti è geometricamente impossibile”), anche a costo di togliere al Consiglio regionale piemontese il suo spazio istituzionale (come dichiara l’assessore Antonella Parigi).

Infine, cercando piccole pecche nell’edizione 2018, è augurabile che in futuro gli ospiti del Salone, editori o stand regionali, evitino di utilizzare i temi revisionistici (in chiave antiunitaria) per richiamare l’attenzione del pubblico ed i relativi incassi: un’operazione commerciale affidata ad autori politicizzati, privi di etica scientifica e scarsamente dotati di capacità analitica storica (vedi ad esempio la bella mostra in cui è collocato ogni anno il volumetto “Piemontesi bastardi” di Luciano Cini).

Argomenti che sembrano voler puntare alla costruzione di una irreversibile rivalità tra Regioni del Nord e del Sud Italia, distruggendo i protagonisti del Risorgimento (personaggi come Garibaldi o la capitale sabauda) anziché favorire il sano confronto storico dando spazio a tesi, anche contrapposte, supportate dalle ricerche e dalla serietà dei diversi propugnatori. Una speranza di ritrovata lucidità che temo si riveli vana alla luce del nuovo governo in formazione, e che dovrà invece fare i conti con l’ennesima pericolosa avanzata della cultura “dell’insorgenza” regionale: cultura tendente a dividere ulteriormente questo malconcio Paese. In controtendenza a tale fenomeno di stampo nazionalista vale la pena citare, ad esempio, l’interessantissimo appuntamento librario indipendente svoltosi negli stessi giorni presso le palazzine ex Moi, dal titolo “Librincontro”: manifestazione all’insegna dell’internazionalismo, dell’inclusione e dell’inchiesta politico-sociale.

Il Salone si conferma comunque quale un immenso contenitore di Cultura: possente ed inimitabile. Questa premessa è alla base della sua costante, quanto tenace, voglia di rinascere proponendosi sede indiscussa del confronto di idee e progetti, luogo che si rivolge costantemente ad adulti ed a giovanissimi (riducendo in tal modo l’azione negativa di ciarlatani commercianti senza scrupoli).

In tale ottica l’obiettivo politico deve essere quello di rendere la fiera libraria un’occasione sempre aperta a tutti: soprattutto a quei ragazzi oggi relegati in ghetti urbani ed extraurbani, in strade intrise di miti consumistici mescolati ad un continuo isolamento da quel mondo, della letteratura e dell’arte espressiva, spesso visto come un ambito snob  per cui infrequentabile.

Libertà di scrivere. Libertà di essere pubblicati e letti dal pubblico. Libertà di espressione nel nome dei principi sanciti dalla Carta costituzionale. Libertà di confronto dialettico. Libertà di patrocinare le tesi e le loro antitesi. Proteggiamo tutti insieme, nel nome della Libertà, Torino ed il suo magnifico Salone e sosteniamolo nella sua continua crescita.

Arrivederci all’edizione trentaduesima del 2019.

L’amore…per i libri.

GRANDE SUCCESSO A MODENA!

Anche stavolta un bel successo di pubblico al nostro spettacolo dei Teatroci al Teatro Tempio di Modena…
Nella foto, una parte della compagnia alle prese con leccornie e lambrusco prima dello spettacolo. Giusto per carburare….

C’è anche qualche gradito intruso….

Libertà di stampa, rapporto 2018: peggiora la situazione in Europa

di Antonio Storto, Euronews

L’ultimo in ordine di tempo è stato Jan Kuciak, giornalista slovacco ucciso a colpi di pistola lo scorso ottobre. Qualche mese prima, a Malta, un’autobomba si era portata via a Daphne Caruana Galizia, reporter investigativa specializzata in corruzione. Che la libertà di di stampa in Europa non se la passasse bene era già chiaro, ma secondo l’organozzazione Reporters sans frontières, che ha appena pubblicato il suo rapporto annuale, per i giornalisti il Vecchio Continente rischia di trasformarsi in una grande zona di crisi.

“Questo continente – spiega il segretario generale di Rsf, Chstophe Deloire – è ancora classificato come il migliore per la libertà di stampa ma sta peggiorando, con i leader politici che ostacolano il giornalismo, negandone talvolta la legittimità. È un gioco pericoloso per l’Europa e per le democrazie nel resto del mondo. “

Nella classifica annuale dell’organizzazione, molti paesi europei – interessati dal boom dei movimenti populisti – perdono posizione: è ad esempio il caso della Repubblica Ceca – precipitata dal 23esimo al 34esimo posto – dove a Ottobre, il presidente Milos Zeman si è presentato in conferenza stampa con un Kalashnikov su cui era impressa la scritta: “per i giornalisti”.

Non va meglio negli Stati Uniti – che in realtà rispetto al 2016 perdono appena due posizioni – dove la libertà d’informazione sarebbe messa sotto stress dalla retorica spicciola del presidente Trump.

“La situazione in realtà – continua Deloire – sta peggiorando al di là del fenomeno Trump: se si scava in profondità, negli Stati Uniti, almeno in alcuni stati, è possibile osservare condizioni più difficili per i giornalisti: arresti durante le proteste, maggior difficoltà nell’accesso alle fonti, una legge sulla libertà di informazione sempre meno rispettata”.

A guadagnare sei posizioni, rispetto all’anno scorso, è invece l’Italia, fino al 2016 in caduta libera. Ma anche nel Belpaese, 46esimo in classifica, il rapporto conta almeno 10 giornalisti sotto protezione per via di minacce da parte di organizzazioni criminali e gruppuscoli anarchici.

Olimpiadi 2026 a Milano/Torino? Piu’ no che si

Il 29 marzo scorso il Coni (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) ha presentato al Cio (Comitato Internazionale Olimpico) la “manifestazione d’interesse” delle città di Milano e Torino per una candidatura comune per l’organizzazione dei Giochi Olimpici Invernali del 2026. Non una vera e propria candidatura ufficiale, dunque, ma almeno un’alzata di mano per dire “mi interessa”, resa necessaria dalla scadenza prevista dal Cio per il 31 marzo. Poi, bisognerà darsi da fare sul serio, anche perchè la decisione ufficiale sulla città che ospiterà le Olimpiadi da qui a otto anni verrà presa nel settembre 2019, che – organizzativamente parlando – è un periodo di tempo molto breve. Le avversarie ci sono, e pure competitive: Calgary (Canada), che già ospito’ le Olimpiadi nel 1988, l’anno dell’esplosione di Alberto Tomba, Graz (Austria), Sion (Svizzera), Stoccolma (Svezia), Erzurum (Turchia) e, soprattutto, Sapporo (Giappone), città che ha ospitato i Giochi nel 1972, quando Gustav Thoeni conquisto’ l’oro nello slalom gigante. Inoltre, dettaglio da non trascurare visto che ogni paese puo’ presentare solo una candidatura, anche Cortina d’Ampezzo – 70 anni dopo i cinque cerchi del 1956 – ha presentato la propria “manifestazione d’interesse” per l’evento olimpico.

Milano/Torino o Torino/Milano?
Di Milano e Torino, in realtà, si era già parlato. Ma mai insieme. C’è quello slash (/) nella candidatura che non piace tanto, nè a Torino nè a Milano, nè ai sindaci Chiara Appendino e Beppe Sala, nè agli stessi residenti delle zone interessate (in particolare gli albergatori e gli operatori turistici della Val di Susa, che dalle Olimpiadi del 2006 hanno ottenuto – dicono loro – solo le briciole). E poi: Milano/Torino in ordine alfabetico o Torino/Milano in ordine di strutture già esistenti?
Un bel dilemma. Ed è un peccato. Perchè, insieme, la candidatura delle due città sarebbe forte e convincente, forse la piu’ forte e convincente di tutte, a patto che il Comitato Internazionale voglia assegnare nuovamente un evento cosi globale come le Olimpiadi alla stessa città che le ha organizzate appena 12 anni fa (gli anni saranno 20 nel 2026). Riteniamo che sia improbabile. Ma poichè in una decisione così importante e delicata – non solo per le medaglie in palio, ma soprattutto per gli interessi economici e di investimenti in infrastrutture che muovono le Olimpiadi – il pronostico sfugge ad ogni logica, tutto puo’ accadere. Sebbene una logica, nella candidatura milanese e torinese, ci sia eccome. A cominciare dal livello metropolitano delle due città e dalle infrastrutture già in buona parte esistente. Nel progetto del Coni, ci sono alcuni aspetti molto interessanti: l’idea di portare lo sci di fondo al Castello Sforzesco, di conservare le prove di slittino, bob e skeleton a Cesana Torinese, il salto con il trampolino a Pragelato, il curling a Pinerolo (un vero fenomeno, ora lo praticano anche nelle scuole) e il pattinaggio su ghiaccio al Palavela di Torino (come nel 2006), aggiungendovi la chicca dello sci alpino a Bormio e a Santa Caterina Valfurva (la patria di Deborah Compagnoni), in Valtellina, su piste degne della Coppa del Mondo. L’alleanza Milano/Torino (e Lombardia/Piemonte) consentirebbe, in effetti, una candidatura forte.


C’è chi dice no
Ma nella politica c’è chi dice no, a cominciare proprio dal sindaco di Torino, Chiara Appendino, che giusto il 18 aprile ha dichiarato: “Torino non ha mai pensato ad una candidatura con Milano. E con Milano non ci sono stati contatti”. Ma se è davvero cosi, a quale genio del Coni (il presidente Malago’?) è saltato in mente di presentare una bozza di candidatura comune targata Mi-To (sigla, peraltro, già usata per un evento musicale)? Da Milano, nessun commento particolare. Attendono sviluppi concreti, secondo lo stile milanese. Ma qualche mese addietro, lo stesso sindaco Beppe Sala era stato molto tiepido: “Troppa confusione, Milano non si candida”, disse. “Ma se il Coni ritenesse che Milano è una buona candidatura, allora guarderemo alla cosa con interesse”. Tiepido, quasi gelido. Allora, probabilmente, è tutta farina del sacco del Coni e di Malago’.
In realtà esisterebbe uno studio di fattibilità economica e sportiva dell’evento (nel 2006 il costo complessivo delle Olimpiadi di Torino fu di 2 miliardi e 600 milioni di euro, compresa l’autostrada Torino-Pinerolo e 11 fermate di una metropolitana nuova di zecca), preparato non si sa bene da chi (dal Coni, immaginiamo) ad inizio 2018 e che dovrà essere presentato al nuovo governo italiano, per la promozione o la bocciatura definitiva. Politicamente parlando, dobbiamo citare – tanto lo sanno tutti – l’atteggiamento ambiguo del Movimento Cinque Stelle, ora particolarmente interessato alla candidatura di Milano/Torino, ma dopo aver boicottato e bocciato miseramente la candidatura di Roma per le Olimpiadi estive 2020 Comunque la pensiate, o le Olimpiadi sono da considerarsi interessanti per tutti o un potenziale disastroso “magna magna” per tutti. Ma per tutti, davvero. Che siano Milano, Torino, Roma o Cortina d’Ampezzo.
 
Non è tutto oro…
Non è tutto oro quello che luccica, in realtà, nemmeno per gli impianti già esistenti, eredità di una edizione olimpica 2006 ben organizzata, questo si (riconosciuto anche dagli stranieri, almeno per i 15 giorni di gare) ma che ha lasciato strascichi e scheletri su impianti in seguito ben poco utilizzati, come spesso capita in questi casi (basta chiedere dei “sepolcri” di Atene 2004). Io stesso, nel 2010, realizzati un documentario in quattro puntate sull’eredità olimpica, 4 anni dopo (si possono vedere su YouTube digitando “inchiesta Olimpiadi Torino 2006“). E già allora, qualcosa “puzzava di marcio”. Figuriamoci adesso…
Per intenderci: la pista di bob di Cesana, cosi cara al mitico Armin Zoeggeler, è stata parzialmente smantellata. Costava troppo (un milione di euro all’anno solo di ammoniaca!, necessaria per mantenere la pista ghiacciata), veniva utilizzata poco e il tentativo di farne un noleggio-bob è, ovviamente, finito male. I trampolini di Pragelato non esistono piu’, stroncati dall’inutilizzo, dopo aver abbattuto centomila alberi della valle per costruirli. Il villaggio olimpico di Torino, beh, è addirittura occupato dai rifugiati e le 25 colorate palazzine low-cost costruite in cartongesso per gli atleti, già cadono a pezzi.
Milano, forse, puo’ fornire parte dell’Area Expo di Rho come villaggio olimpico (ma è davvero fattibile?) e lo stadio San Siro per la cerimonia inaugurale, ma i problemi da affrontare sembrano comunque troppi. Soprattutto se i primi a non volere questi Giochi sono proprio i sindaci. Intanto, se ne parla. Questo si. Anche con convegni pubblici a cui è ben lieto di partecipare Valentino Castellani, il sindaco di Torino che conquisto’ le Olimpiadi (poi, a godersele, fu Sergio Chiamparino). Ma anche i cittadini e gli operatori turistici sembrano scettici.
Forse è meglio conservare il ricordo bellissimo di quelle “notti magiche”, belle e irripetibili. A volte, puo’ bastare il ricordo di essere stati felici. 
Chiara Appendino e Beppe Sala, sindaci di Torino e Milano

La guerra “dimostrativa”

di Vittorio Zucconi
(Repubblica)

No, non è l’inizio della Terza Guerra Mondiale. L’attacco di Cruise e altri missili e bombe teleguidate sulla Siria e sulla capitale Damasco è finito ed emerge quello che si era capito da giorni, da quando impulsivamente Donald Trump aveva preannuciato un attacco “entro 24 o 48 ore”:  i militari americani e russi aveva avuto cura di ‘deconflict’, di evitare le condizioni di un confitto diretto.

Nei piani abbozzati da Trump alle 21 di Washington e confermati da Londra e Parigi l’intenzione è quella di eventualmente ripetere questi attacchi a distanza avendo estrema cura nell’ evitare scontri diretti con aerei o truppe russe che ormai infestano la Siria e hanno il vero controillo della forze armate siriane.

L’attacco è dunque, per tragico che sia dirlo in questi momenti, sostanzialmente dimostrativo, un’operazione di ‘deterrenza’ come ha detto Theresa May contro il futuro impiego di armi chimiche da parte del dittatore – il ‘mostro’ lo chiama Trum – Bashar Assad, ammesso che sia state effettivamente usate.

È il genere di operazioni militari a distanza già tentato in passato senza nessun altro risultato che rafforzare la presenza dei forza russe e iraniane a sostegno di Assad.

Ma nella vaghezza degli obiettici strategici, nella totale mancanza di risultati concreti da poter sfruttare per risolvere l’osceno gomitolo di sangue siriano, la campagna aerea voluta da un presidente americano che aveva bisogno di un tremendo diversivo per uscire dalla gabbia dell’inchiesta che si sta stringendo attorno a lui, sta il tremendo rischio di questa operazione.

Il rischio è l’incidente, l’imprevisto,  il missile stupido che colpisce un reparto russo, una base iraniana, un base aerea con velivoli russi o, al contrario, il missile antiaereo russo che abbatte un caccia bombardiere americano o inglese o colpendo una nave al largo.

I pianificatori di questa campagna hanno cercato di minimizzare i rischi utilizzando quelle che nel gergo si chiamano armi ‘stand-off’, sparate da navi, sottomarini, aerei fuori dalle acque o dai cieli siriani e facendo le solite, desolanti promesse di ‘evitare danni collaterali’, civili uccisi. Ma solo due risultati possono uscire da queste avventure: il nulla, lasciando Assad nel guscio protettivo dei russi che gli Usa non osano attaccare. O l’incidente, la scintilla involontaria che scatena l’incendio.

La Storia ha un lungo elenco di guerre cominciate “per caso”. E l’operazione, annuncia il Pentagono, potrebbe riprendere. Dunque il rischi di imprevisti cresce.

Vinitaly, quando il made in Italy si fa i complimenti da solo

Sono reduce da tre giorni – piuttosto sobri, anche se non astemi – di Vinitaly, la grande fiera internazionale del vino italiano, che da 52 anni di svolge alla Fiera di Verona. Un appuntamento a cui bisogna assolutamente partecipare, come dicono le migliaia di produttori di tutt’Italia presenti negli enormi stand di ciascuna regione italiana.
A parte grosse pecche nell’organizzazione (il traffico impazzito è davvero così impossibile da prevedere e da dirottare in percorsi alternativi? Perchè nel 2018 bisogna ancora stampare gli accrediti a carta, quando basterebbe qualche lettore ottico funzionante in piu’?) che sembrano proprio non risolvibili, il Vinitaly è ancora e sempre un evento capace di calamitare un numero imprecisato ma spropositato (le cifre ufficiali non ci sono ancora) di “wine lovers” e un buon numero di addetti ai lavori e buyer (compratori), soprattutto dall’estero e dai mercati emergenti (la Cina è l’Eldorado, la Scandinavia una frontiera in costante crescita).
Quindi, lunga vita al Vinitaly. 
Per chi non è giornalista o espositore, il prezzo del biglietto è mostruoso: è salito quest’anno a 80 euro (l’anno scorso erano 60).
Ma come? Avete presente spendere tutti gli 80 euro di renziana memoria in una affollatissima domenica di aprile, non all’aperto nei vigneti, ma dentro ai capannoni di una Fiera?
Ebbene sì. Anche perchè con 80 euro e il vostro pass, potete poi bere tutto quello che volete, è vero, mischiando in un colpo solo una Barbera del Piemonte ad un Vermentino di Gallura, un Lambrusco di Parma a un Montepulciano d’Abruzzo e chissà cos’altro, perdendo un po’ la testa e un po’ la bussola. E pure la strada di casa. E’ vero che, se chiedete ad un bagarino fuori dalla Fiera (piu’ numerosi che al San Paolo di Napoli!), magari si riesce ad entrare con 50-60 euri. Comunque tanti: ma l’intento degli organizzatori è proprio questo, vale a dire ridurre gli “wine lovers” (e qualcuno alza un po’ il gomito) e aumentare gli “wine business men“, quelli che – novelli Re Mida – trasformano il vino in oro colato e colante. E ce ne sono, per fortuna.
A sentire i produttori, le cantine sociali e i consorzi dei produttori, il made in Italy del vino va fortissimo: e meno male che abbiamo l’enogastronomia, nel nostro Belpaese! Pero’, quando sento una donna manager italiana – Erika Ribaldi, della Marchesi de’ Frescobaldi – che da tredici anni lavora sul mercato asiatico, dire giustamente: “Perchè mai i cinesi dovrebbero comprare il nostro vino e capire la differenza tra un Barolo e un Chianti, quando noi non compreremmo mai del loro vino e non conosciamo la differenza tra i loro vini”, capisco che c’è ancora molto da fare. Anche per uscire dal nostro provincialismo del made in Italy che si fa i complimenti da solo.
Poi, per fortuna, il brand-Italia tira sempre fortissimo ed è sacrosanto puntare sui mercati stranieri, con aziende che esportano ormai il 70 e passa per cento dei loro milioni di bottiglie prodotte, riservando le briciole e le gocce al mercato italiano, sempre piu’ in difficoltà. Poi magari trovi l’eccellente Moscato d’Asti a Shanghai, ma non in un ristorante del centro di Asti….
Paradossi del mondo (e del vino) globalizzato. 
E se è vero che la qualità premia sempre, il vino italiano – di qualità (e controllo di sicurezza) lo è sicuramente – sa di essere tra i migliori al mondo, ma senza la presunzione di essere il migliore. Perchè la concorrenza cresce e il buon vino ormai lo trovi anche in Cile, in Nuova Zelanda, un po’ ovunque.
Perchè ci sarà pure un motivo se Peppino di Capri canta “Champagne” e non “Spumante” e se per festeggiare la vincita all’Enalotto da 130 milioni di euro, il fortunato vincitore stapperà una bottiglia di champagne e non di spumante….
Un motivo ci sarà. Il vino bisogna anche saperlo vendere.
E lo spumante – meglio se dolce – io lo trovo molto piu’ buono. Lo champagne, al massimo, per un risottino al vino bianco.
I gusti personali sono una cosa, ma il mercato globale è tutta un’altra cosa.

Intervista al Vinitaly 2018 per Canale Italia.

Grande Fratello: ma era proprio necessario?

di Luca Colantoni (lucacolantoni.wordpress.com)

Signore, signori e popolo di instancabili voyeur di tutta Italia e dintorni, in carrozza. Onestamente, a poco tempo dalle polemiche e dalle schifezze mediatiche varie ed eventuali andate in scena nell’edizione Vip non ne sentivamo la mancanza, ma purtroppo riaprono le porte di un nuovo Grande Fratello. La casa che tutti odiano e dove tutti però vorrebbero stare, la casa dove guardare anche mentre uno si fa la doccia è lecito, la casa dove alloggiano e bivaccano vecchie glorie semi-dimenticate della tv ed emeriti sconosciuti che credono di essere arrivati e la casa dove, da anni, nascono nuovi “talenti” (ad esclusione di qualche sporadico caso di talento vero) di ogni tipo, nuovi attori, nuovi giornalisti, nuovi conduttori, nuovi cantanti. Tutti senza un minimo di gavetta alle spalle e tutti, rigorosamente, in nome dell’apparire sempre e dovunque, dell’ascolto a tutti i costi e, ovviamente, alla faccia di chi ha studiato e gettato lacrime sudore e sangue per intraprendere una delle carriere sopra citate.

Questa che sta per iniziare si autodefinisce “Edizione NIP”. Se esiste quella Vip dove l’acronimo sta per “Very Important Person”, viene da se che questa è considerata una “No Important Person”. Ma a dire il vero, in pochi ne capiranno la differenza visto che, fortunatamente, i Vip veri, quelli che non hanno bisogno della visibilità, disertano certi teatrini.

Tornando alla famosa casa e ai suoi inquilini. Cosa cercano, cosa vogliono? Presto detto anche questo: una ribalta improvvisa, le attenzioni mediatiche di qualcuno, il lauto compenso che hanno pattuito agenti e manager. Altri, i più giovani, magari alla ricerca del “posto fisso” in una tv nazionale? Nel corso degli anni di programmazione, la dimostrazione è stata palese: ma quale gavette varie, meglio il GF e un probabile futuro tra lustrini e paillettes o, nella peggiore delle ipotesi, inviati e inviate per qualche programma di approfondimento o opinionisti (opinionisti???) in qualche talk show. Tutte cose, queste, molto, ma molto più interessanti piuttosto che una sedia, una scrivania e uno stipendio, poco, ma fisso. Tutto con buona pace dei migliaia di disoccupati in tutta Italia che lottano per arrivare a fine mese.

Che cosa stucchevole, bisogna avere il coraggio di dirlo: ormai il Grande Fratello (“Vip” o non Vip) ha fatto il suo tempo, idem per l’Isola dei Famosi (che altro non è che un Grande Fratello Vip sopra un’isola) dopo le centinaia di polemiche scaturite, tra canne, bestemmie, litigi poco edificanti, sesso come niente fosse in prima serata, tette e culi al vento, non mancava proprio a nessuno e forse non era proprio il caso di riproporlo e la cosa che più lascia l’amaro in bocca è che tutti lo criticano (in fondo ne stiamo parlando anche in questo post), ma tutti lo vedranno, dando ragione a chi lo produce, conduce e lo fa.

E’ pure vero che ormai i provini per partecipare al Grande Fratello somigliano molto di più a un ufficio di collocamento e molti disoccupati si presentano con la speranza di essere presi in considerazione. Qualche tempo fa gli autori, che la sanno lunga, scomodarono addirittura il termine di “Primarie”, preso in prestito dalla politica, ma è ovvio che non può funzionare così in un Paese che si ritiene civile e all’avanguardia nonostante la crisi di questi anni. Ovvio che anche televisivamente non può andare avanti così a lungo e sperare nel “Dio Sponsor”. Ci sarà bisogno, prima o poi di qualità. e pensate che in Italia ci sono fior di autori giovani che inventano format e programmi tutti i giorni (autori che senza le giuste conoscenze restano a casa ovviamente), fate fare a loro, nuovi programmi, idee nuove e innovative piuttosto che accendere la tv e rivedere, di nuovo, sempre le stesse cose nonostante le premesse e le interviste di rito di presentazione del programma.

Sarà l’ennesimo festival della nazionalopolarità fatto di bellocci in bella vista, bruttini presi in giro, sfoghi e piantarelli nel confessionale, trombatine fugaci sotto improbabili “capanne” fatte con le coperte, gente che non azzecca un congiuntivo, ma prontissima a mettersi in mostra modello “gallo nel pollaio”, muscoli con o senza cervello, scene isteriche, egocentrici incalliti, finti simpatici, oche giulive che sganciano urletti da quindicenni, gli immancabili piacioni ai quali le donne non possono dire di no e le varie code durante i daytime della trasmissione di Barbara D’Urso (anche qui, servirebbe però un post a parte vista l’onnipresenza della signora in questione che probabilmente condurrà il daytime di se stessa).

Ah, dimenticavo. Una volta usciti dalla Casa questi emeriti sconosciuti pretenderano un bel gettone di presenza per ogni ingresso in qualsiasi locale d’Italia e soprattutto la patente di “VIP”. E questa patente è stata sesso affibiata ad emeriti sconosciuti che fanno fatica ad essere riconosciuti anche dal barista sotto casa loro e quasti hanno anche un agente che li rappresenta. Ma ormai le abbiamo viste tutte, compresa la nascita dell’ esperta di tendenze o del’influencer. Mestieri che non esistono, ma tanto basta per far parlare l’opinione pubblica. Far parlare bene o male del programma, purché se ne parli e si arrivi al “calcio d’inizio” con una audience fatta sia di aficionados (purtroppo) che di detrattori che lo vedranno per criticarlo. Che fatica. In questo modo non se ne esce da questa spazzatura televisiva.

Certo però, che la riflessione finale è amara, anzi, amarissima: se solo una quindicina (poco più) di anni fa tutti i precari d’Italia avessero saputo che non serviva per niente studiare, laurearsi, cercare un lavoro per aumentare il proprio curriculum professionale a suon di esperienze, lacrime e sudore, ma bastava soltanto andare in tv a ballare in mutande dentro una casa davanti a mezza Italia, tutti noi ci saremmo (chi più e chi meno) adeguati…