NIENTE MISERICORDIA PER I FRATI: LICENZIATI I GIORNALISTI!

«È la stampa, bellezza! E tu non puoi farci niente! Niente!» chissà se Humphrey Bogart avrebbe mai immaginato che questa sua battuta – pronunciata a chiusura di un film del 1952 da un giornalista dalla schiena dritta – sarebbe stata poi usata come incipit di un articolo che parla della crisi di un giornale. Perché ormai la stampa è sinonimo di conti in rosso, chiusura, licenziamenti.

L’ultimo in ordine di tempo è il Messaggero di Sant’Antonio, il mensile retto dai frati di Padova che ha licenziato in tronco gli 8 giornalisti assunti, da un anno in contratto di solidarietà. Lasciati a casa a due settimane dal Natale e senza trattativa. I frati si sono così guadagnati il titolo di “peggiori padroni editoriali” (parole testuali della Fnsi, il sindacato unico dei giornalisti italiani).

C’è persino chi, in vacanza in questi giorni, apprende del proprio licenziamento… dalla stampa.

Sembra però che il giornale non chiuda e le pubblicazioni siano destinate a continuare (non si sa come e, soprattutto, con chi). Nel frattempo il Corriere del Veneto tira fuori una vecchia inchiesta sul “tesoretto” di Sant’Antonio

Perché in questi ultimi anni ne abbiamo visti tanti di giornali dati per morti e poi ricomparsi, di fake news (la migliore degli ultimi tempi è sicuramente “Lele Mora direttore de L’Unità”), di passaggi di proprietà. Sono salvi per il momento Avvenire, Italia Oggi, Libero quotidiano, Manifesto e Il Foglio, tra i pochi che ancora godono delle sovvenzioni all’editoria. Il vicepremier Luigi Di Maio ha infatti assicurato che il taglio dei fondi (un cavallo di battaglia dei 5 Stelle) sarà graduale: 25% nel 2019, il 50% nel 2020, il 75% nel 2021. E infine il taglio totale nel 2022.

E tra i “miracolati” c’è pure Radio Radicale: il CdR aveva espresso “forte preoccupazione” in un comunicato, perché nella discussione della legge di bilancio era entrato un emendamento che, pur prorogando di un anno la convenzione per la ritrasmissione dei dibattiti parlamentari, ne dimezzava il finanziamento (da10 a 5 milioni). Ma poche ore dopo si è appreso di una marcia indietro della maggioranza, con il ripristino della cifra iniziale. Sempre che l’impianto attuale della manovra regga…

E se i cacciatori di fake news sono certamente preziosi per la democrazia e per la professione ma non necessariamente per gli affari, imprenditori commercianti e forse anche qualche edicolante, e perché no anche qualche politzico, vedrebbero probabilmente con un occhio di riguardo dei novelli cacciatori di fake Lol, ché con quelle si campa, mica con l’informazione…

(Eloisa Covelli, Euronews)

TUTTI PAZZI PER IL MOSCATO D’ASTI, LA BARBERA E IL TARTUFO!

Una vera e propria “Moscato and Barbera Experience”.

Proprio così, all’inglese, perchè il Moscato d’Asti e la Barbera d’Asti hanno ormai varcato i confini dell’Astigiano, del Monferrato e del Piemonte per diventare vini sempre più internazionali.

A tal punto che cento giornalisti, blogger e “influecer” del settore wine&food – provenienti da 15 paesi, con folta rappresentanza da Usa, Cina, Corea e Giappone (e molte donne: il gentil sesso beve “meglio”…) – hanno letteralmente preso d’assalto Asti e le altre tappe del tour promozionale, organizzato dal Consorzio dell’Asti DOCG e dal Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, nelle terre considerate patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

Luoghi meravigliosi e carichi di storia

Il tour ha visitato il Castello Gancia di Canelli (mai aperto al pubblico), il Relais San Maurizio, in località San Maurizio di Santo Stefano Belbo (paese natale dello scrittore Cesare Pavese), il Castello di Costigliole d’Asti (sede dell’ICIF, Italian Culinary Institute for Foreigners: la scuola di cucina italiana per stranieri), Acqui Terme (patria del Brachetto, con capatina alla favolosa fonte termale “La Bollente”, che sgorga acqua curativa a 74,5 gradi), il Foro Boario di Nizza Monferrato e il Castello di Grinzane Cavour, che ospita l’Enoteca Regionale del Piemonte). Oltre a qualche interessante cantina locale.

Tutti sognano la Cina

Con i loro 9.700 e 4.600 ettari di territorio piemontese, Moscato d’Asti e Barbera d’Asti (e ci aggiungiamo il Brachetto d’Acqui, per una doverosa incursione per l’esordio dell’Acqui Rosè secco, presentato in comune ad Acqui Terme, in provincia di Alessandria) hanno già una dimensione mondiale e un fiorente mercato internazionale: basti pensare, ad esempio, che la maggior parte dei 90 milioni di bottiglie di Moscato d’Asti prodotte ogni anni finisce già all’estero (circa 32 milioni di bottiglie).

Ma non è mai abbastanza, visti i limiti del mercato italiano: un occhio di riguardo, da parte dei consorzi e dei produttori, va sempre allo sterminato – ma complicato – mercato asiatico e, in particolare, a quello cinese.

In realtà, il consumatore medio cinese non ha ancora una grande vera cultura del vino“, spiega Francesco Ye, in un italiano perfetto, frutto di dieci anni di collaborazione tra Shanghai, dove vive, e l’Italia.
Per cui conta ancora molto la pubblicità, la fama del marchio, la zona d’origine, lo status symbol che rappresenta quel vino. Non a caso, lo champagne è sempre il numero uno, anche se lo spumante Moscato d’Asti si sta facendo sempre più conoscere“, aggiunge Francesco Ye, Business Consulting di “ITaste”.

…e il sogno americano continua

Se un vino è di qualità, un buon marketing lo può lanciare definitivamente. Ma una buona vendemmia rimane comunque meglio di un buon marketing.
Lo dice Walter Speller, inglese che fa la spola tra Padova e Londra, esperto del vino italiano del sito www.jancisrobinson.com.

Sulla qualità di Moscato e Barbera, del resto, non ci sono dubbi. Per il Moscato, una sola uva, ma tre differenti interpretazioni (Asti secco, Asti dolce, Moscato d’Asti) e una precisa identità rurale: le bollicine, dolci o secche, che gli americani apprezzano e che amano abbinare – pensate un po’ – con il cibo asiatico molto speziato.

Ormai un buon Moscato si trova dappertutto negli Stati Uniti, anche nelle cittadine più sperdute del Texas o del Kansas, per intenderci“, racconta con un ottimo italiano Jeremy Parzen, giornalista esperto di “roba buona” italiana, uno dei più quotati, insieme al connazionale Joe Roberts.
Nello store sotto casa si può sempre trovare il Moscato d’Asti DOCG originale, di solito con il marchio Cupcake, uno dei più famosi degli States“, aggiunge Jeremy Parzen.

Dall’altra parte dell’Oceano, è molto apprezzata anche la Barbera d’Asti, finalmente non più vista solo come un “secondo vino” alle spalle del Barolo: da abbinare rigorosamente con le bisteccone americane e persino con le mitiche “ribs”, le braciole alla griglia tipicamente made in Usa.
Ora stiamo puntando molto sul Nizza, un Barbera Superiore che ci sta regalando molte soddisfazioni, soprattutto sui nostri tradizionali mercati esteri“, dice Filippo Mobrici, vulcanico Presidente del Consorzio di Tutela della Barbera d’Asti. “Del resto ce lo stanno confermando in numerosi riconoscimenti che ci stanno arrivando“, continua Mobrici.

E a proposito del Nizza. proprio nelle ultime settimane il Nizza 2015 “Cipressi” dell’azienda di Michele Chiarlo è stato giudicato il Miglior Vino del Mondo del 2018, secondo la prestigiosa rivista americana “Wine Enthusiast”, che recensisce i migliori 100 vini del Pianeta. Miglior pubblicità di così….

 

Il Castello Gancia, a Canelli.
Giornalisti “mangia e bevi”…
Piacevole “invasione” cinese.

Una delle giornaliste di punta proprio di “Wine Enthusiast” è Kerin O’Keefe, americana di Boston, innamorata della Toscana, del Piemonte e dei suoi vini (anche se poi ha scelto di vivere in Svizzera..).

Presente al Foro Boario di Nizza Monferrato, Karin O’Keefe ha confermato la sua passione per le nostre bottiglie. “Ci sono ancora potenzialità enormi sul mercato americano per il Moscato, per la Barbera e per molti altri vini italiani di qualità”, ha detto la giornalista americana. Confermando una tendenza alla “sperimentazione” degli abbinamenti vini-cibo, che parrebbero assai azzardati. In Norvegia, ad esempio, bevono la Barbera con il salmone!
In altri tempi, il pesce con il rosso avrebbe fatto inorridire i puristi, ma ora i tempi sono proprio cambiati.

Bollicine bianche o rosso corposo? Impossibile scegliere

L’evento “Moscato and Barbera Experience” – oltre ad una splendida sinergia tra i due consorzi nell’attività di promozione e comunicazione – è stata anche l’occasione per presentare l’anteprima della vendemmia 2018 del Moscato. “Ci è sembrata un’ottima opportunità per presentare agli esperti internazionali, provenienti da tutto il mondo, il nostro prodotto più fresco“, dice Giorgio Bosticco, Direttore del Consorzio di Tutela dell’Asti.

Abbiamo fatto degustare in anteprima, ad appena due mesi dalla vendemmia, il Moscato d’Asti 2018: è il primo vino, a denominazione d’origine controllata, che si può già presentare a così breve tempo dalla vendemmia e, grazie alla tecnologia del freddo, può essere conservato e imbottigliato nell’arco dell’anno fino all’arrivo della prossima annata“, aggiunge Bosticco.

Nel corso di questo vero e proprio “tour de force” tra bollicine bianche e corposo rosso (con adeguato uso del “secchiello-sputacchiera” per non…perdere la testa), tra Moscato e Barbera – ma non solo: ci è capitato di godere di eccezionali tajarin al tartufo bianco, fatti con 40 tuorli! -, i 100 giornalisti internazionali hanno dimostrato grande attenzione ed entusiasmo.

A tal punto che qualcuno di loro, un paio di giovani cinesi e un un attempato signore olandese, hanno alzato il gomito, sono crollati in pieno pomeriggio e si sono messi a ronfare alla grande. Lo abbiamo interpretato come un ottimo segno della qualità del vino italiano e piemontese.

Come dire: non si vive di solo “prozecco” (come lo chiamano i tedeschi).

IL GIRO DEL MONDO…CON I PATTINI!

L’avventura che ha intrapreso da tre mesi Rosario Basciotti, per gli amici “Rox Bax”, torinese giramondo di 32 anni, è assolutamente straordinaria. Non tanto perché farà il giro del mondo (già: chi non ha fatto il giro del mondo? Io no, ad esempio…), ma perché lo farà con i pattini in linea, e mai nessuno prima di lui era arrivato ad azzardare tanto, una autentica circumnavigazione del mondo, a tal punto che se Rox completerà il suo tour mondiale entro marzo 2020 (“Ma il mio obiettivo è tornare per Natale 2019!”, esclama il nostro viaggiatore), vedrà il suo nome giganteggiare sulle pagine del mitico Libro del Guinness dei Primati. In realtà, un record da superare – e già superato – c’era: quello del tedesco Peter Boegelein, che nel 1986 percorse 8596 km con i pattini. Ma, come vedremo, non è solo una questione di record…
Segnalatomi dalla preoccupata mamma Maria, che – ironia della sorte – lavora alla Motorizzazione (“Ma ormai si è abituata ai miei viaggi”, dice di lei Rosario), ho preso contatto con l’intrepido viaggiatore – che ora si trova in Uruguay, ennesima tappa del pazzesco viaggio – per telefono e via whatsapp. E così è nato questo “diario di bordo”, che riproduce quello che Rox aggiorna spesso e volentieri sulla sua pagina Facebook “Rox ‘N’ Roll – Around the world on inline skates” (scritto proprio così, in inglese. Su Instagram: rox­_n_roll_around_the_world; su YouTube cercate i suoi video cliccando su Rox ‘N’ Roll around the world): in totale sono 29.000 km, 25 nazioni, 5 continenti.

Non fatelo tutti, lui è allenato!
Subito un avvertimento: questa avventura non è proprio per tutti, bisogna essere giusto “un filo” allenati. E Rosario lo è di sicuro, visto che dello sport, della sua passione, ha fatto anche un lavoro. Laureato in Scienze Motorie, con specializzazione in Management dello Sport, Rox è un istruttore di fitness in formissima, mica con la pancetta come il vostro sedentario cronista… Oltretutto, non è esattamente un neofita di queste “maratone”: tanti viaggi, anche a piedi, poi nel 2012 ha fatto il giro d’Italia con i pattini, 3000 km in 42 giorni, toccando 13 regioni e tre mari. E da lì è stata un’escalation continua: Torino-Lisbona, stavolta in bicicletta, con l’amico di sempre, Federico, 3300 km in un mese, poi la Corsica in bici in solitaria in dieci giorni e, infine, la manifestazione “Rallentando 2.0”, dove, per la prima volta, Rosario ha alternato i pattini alla bici. Da qui, il progetto del viaggio “a motore umano, che è anche un viaggio introspettivo, una sfida con me stesso ed è, anche, una campagna di sensibilizzazione all’ecologia, al rispetto per la Madre Terra sui cui viviamo, partendo proprio da Torino, la mia città, più volte classificata come città più inquinata d’Italia”, dice Rox. Che aggiunge, tanto per farci capire il personaggio: “Da diversi anni mi muovo il più possibile in bici, ho venduto l’auto nel 2014 e quest’anno ho rottamato pure lo scooter. Quando non posso proprio muovermi in bici, utilizzo il car sharing”. Capito che tipo è?

Il viaggio: ma che viaggio!

Partito il 1° settembre da Torino, dopo 82,5 km in 5 ore e 11 minuti alla velocità massima di 49,9 km/h, Rosario termina la prima tappa ad Oulx, sulle nostre montagne “olimpiche”. Ma il vero viaggio comincia il giorno dopo, con il passaggio di frontiera, arrivando in Francia e lasciando tracce (e foto) del suo passaggio in Costa Azzurra, ad Avignone, Nimes, Montpellier e Perpignan. Poi sbarca in Spagna, dove resta 20 giorni (con 4 giorni di riposo: ogni tanto ci vogliono!)  – tra Girona, Barcellona, Tarragona, Valencia, l’Andalusia e fino a Tarifa – e una tabella di marcia riportata sul suo pagina Facebook, che comprende le calorie consumate (90mila!) e la manutenzione tecnica (due freni sostituiti e un cambio gomme, tipo Formula Uno!).
Solitamente le tappe previste dalla tabella di marica sono di 70-80 km, ma ce ne sono altre più lunghe, anche 100-120 km, a seconda delle condizioni delle strade e del meteo, alla media oraria niente male di 15 km all’ora.
La prima tappa “esotica” fuori dell’Europa – e vale come passaggio in Africa – è stata il Marocco, a Fes, Rabat e Casablanca, con fidanzata e genitori al seguito (solo per un breve vacanza, non per tutti i 500 giorni!), ma in automobile, mica con i pattini… Poi, dopo un bel viaggetto aereo (“Mi piacerebbe essere un viaggiatore senza aerei, come Tiziano Terzani, ma come si fa?”, dice Rox, costretto ad usare anche traghetti e bus), l’arrivo in Brasile, a Rio de Janeiro e San Paolo, passando per Curitiba, Porto Alegre e Florianopolis, con tanto di articoli sui giornali e sui siti web e servizi tv su Rede Globo e sulla tv locale del Paranà dedicati proprio alla “pazza idea” (diventata realtà) di Rox.
Le prossime tappe? In tutto saranno ben 430. Tenetevi forte: gli Stati Uniti “Coast to Coast” (anche qui c’è un record da battere: “Devo impiegare meno di 69 giorni a percorrere le 2595 miglia, oltre 4000 km, che separano Crescent Beach, in Florida, da Soltana Beach, in California”, spiega Rosario), quindi l’Australia, Giappone e Cina (da Shanghai a Shenzhen, poi fino ad Hong Kong), Singapore, l’Indonesia, l’India, l’Azerbaijan, l’Armenia, la Georgia, la Russia (tappa a Soci, città di mare che ospitò le Olimpiadi invernali), l’Ucraina, quindi Moldavia, Romania, Ungheria, Croazia, Slovenia e, finalmente, a Torino entro il 500esimo giorno dalla partenza, ma Rox prevede di arrivare decisamente in anticipo, per un super Natale 2019 da festeggiare in famiglia. E a quel punto, sarà nel Guinness dei Primati!

Ecologia, etica, spazio e concetto del fermarsi
Ma le motivazioni del viaggio di Rosario, come abbiamo già intuito, sono ben altre. “Il perché di questi viaggi? Innanzitutto per la curiosità di vedere il mondo e la curiosità di sapere di più su chi aveva già fatto avventure del genere”, spiega il nostro viaggiatore. “Ho letto tantissimi libri di viaggi nel mondo, in tutti i modi: a piedi, in bici, in autostop, in barcastop, senza prendere aerei… Tra i più conosciuti, il “vagamondo” Carlo Taglia, che per me è un punto di riferimento, e ancora Mattia Miraglio, Paola Gianotti e altri italiani che hanno fatto queste esperienze. E poi, naturalmente, c’è la grande storia di Tiziano Terzani, che è un must per tutti quelli che apprezzano questo mondo. Un’altra motivazione è la sfida, una sfida proprio fisica, per fare il giro del mondo. E stavolta mi sono voluto motivare anche con la richiesta di misurazione del record per il Guinness dei Primati. Il giro del mondo in pattini non l’ha mai fatto nessuno e non potevo certo farmi sfuggire questa occasione. Oltre a ciò, c’è anche un messaggio etico, ecologico e di consapevolezza: guardare dall’esterno fin dove siamo arrivati. Ad avere sempre più macchine, sempre più motori. E la difficoltà del concetto di rallentare e di fermarsi. E di godersi il tempo, l’attesa, il tempo necessario per arrivare ad un punto, senza fretta, per arrivare al lavoro, per fare una commissione, per godersi il viaggio stesso. Anch’io ho avuto una macchina, ho avuto un motorino e ho vissuto pienamente questa frenesia: due-tre lavori in giro per la città, spostarmi a destra e a sinistra, la fretta, il traffico, mangiare in macchina, rischiare incidenti. Ora basta. Piano piano, ho cominciato, grazie ai primi viaggi, a usare di più la bicicletta e adesso cerco di spostarmi il più possibile in bici, in libertà, in autonomia, proprio perché non sei legato ad un motore e, soprattutto, al concetto dello spazio. Oltre all’inquinamento e al rumore acustico delle macchine, esiste lo spazio che occupano le auto. Spesso sulle macchine c’è una sola persona, che porta in giro 1.000-1.500 chili di una automobile e la cosa non ha proprio senso di esistere. E’ come se un uccellino”, conclude Rosario, “per spostarsi da un albero all’altro, ogni volta si portasse dietro il ramo. Rende l’idea?”
Eccome, se rende.

Vitto e alloggio
Ma quanto costa fare un viaggio del genere? Sinceramente non mi interessa fare i conti nella tasche del nostro “romantico viaggiatore”, anzi: credo che una impresa del genere, che secondo me sarà solo la prima (e non certo l’ultima) merita una adeguata ricompensa in termini di visibilità e di pubblicità, sotto forma di sponsorizzazioni. Lo vedo bene, il nostro Rox, nei panni del “Giovanni Soldini dei pattini”, con la differenza che Rosario va a “motore umano”, come ama dire lui. Dico bene? “Magari!”, esclama Rox. “Per il momento, comunque, non ho sponsor reali che mi pagano. Ho dei fornitori per i materiali tecnici e un crowfunding continuo da parte di amici e simpatizzanti. Sto cercando anche degli sponsor, certo, ma adesso che sono in viaggio è un po’ complicato fare le trattative! Per l’alloggio, ci sono tanti amici in giro per il mondo che posso rivedere e che mi possono dare ospitalità. Altrimenti ci sono sempre degli ottimi ostelli…”.

A casa? Tutto bene?
E a casa cosa dicono di questa avventura di Rosario? “Lui è sempre stato un ragazzo responsabile”, spiega mamma Maria, che parla a nome anche di papà Mario. “Sono un po’ preoccupata per questi suoi viaggi, ma non mi sembrava giusto rovinare un suoi sogno per un mio egoismo. I figli sono parte di noi, ma non sono nostra proprietà. Devono essere liberi di realizzarsi!

Siamo tutti giovani, grazie a Rox
In attesa di completare la sua grande impresa e di entrare di diritto tra i Grandi dello Sport e dell’Avventura (e non solo) – poi scriviamo insieme il libro best-seller di questo viaggio, eh? – un obiettivo, il mitico Rosario “intrepido viaggiatore” lo ha già raggiunto: basta sentire i suo racconti, leggere le sue storie città per città in giro per il mondo, ammirare le sue foto, per sentirsi più giovani e avventurosi, come se davvero “nothing is impossibile”.
E io, intanto, domani vado a comprarmi un paio di pattini…

Aspetta e…espera.

 

OGNISSANTI: GLI “OS DIJ MORT” PIEMONTESI INSCATOLATI NEI SUPERMERCATI FRANCESI

Di italiano o, persino, di piemontese si trova sempre qualcosa in Francia. Soprattutto in ambito enogastronomico. Ed ecco che, in un qualunque supermercato della catena Casino (prego, leggere alla francese, con accento tipo Platinì), si trovano i biscotti “Les surprenants Pièmont”, fatti – c’è scritto sulla scatola – con cioccolato svizzero. Li ho subito comprati, a 2 euro e 51, un po’ perché sono goloso e un po’ perché volevo proprio sapere l’origine del nome “Pièmont” di questi biscotti, visto che non sono fatti con il cioccolato e con le nocciole piemontesi, ma con il cioccolato svizzero, poi impacchettato e plastificato per la grande distribuzione. Chiedendo a qualche collega francese e curiosando sul web, ho scoperto che questi “Pièmont” (ricordatevi l’accento, i cugini d’Oltralpe ci tengono) dalla forma lunga e affusolata non sono altro che la derivazione commerciale (e molto liberamente tratta) degli'”Ossi dei morti“, tradizionale dolce piemontese tipico del periodo di Ognissanti, l’1, il 2 di novembre e dintorni, compresa la celebrazione dei defunti. Da cui, ovviamente, deriva il nome, che proviene dal piemontese “os dij mort“. Tra l’altro “ossi”, in questo caso, è il giusto plurale di “osso”, come conferma la Treccani e come ci ricorda poeticamente Eugenio Montale con i suoi “Ossi di seppia”
La titolare del supermercato Casino della Croix Rousse a Lione, una biondona dalle forme generose che sembra apprezzare i dolci, mi ha detto, testualmente: “I Pièmont? Vanno via come il pane”, e mi ha specificato che loro ce li hanno sugli scaffali tutto l’anno, mica solo ad inizio novembre. Furbi, eh?
Comunque, se sapete dell’esistenza anche in Italia e in Piemonte, di questi biscotti “Piémont”, fatemi un fischio. Non si finisce mai di imparare. E di assaggiare.Una tradizione che continua
Ma sono cosi conosciuti questi “Ossi dei morti” dalle nostre parti? Si fanno ancora in casa? L’ho chiesto in giro e anche ai miei contatti su Facebook, la miglior piattaforma “tuttologica” di tutti i tempi: e allora sembra proprio di si, sembra proprio che questi dolci novembrini abbiano ancora un certo successo, soprattutto tra le famiglie (e le pasticcerie) più legate alla tradizione.
Io li conosco poco, lo ammetto, ma io non faccio testo, in quanto emiliano trapiantato un po’ a Torino e un po’ a Lione: per noi i dolci della celebrazione dei Defunti sono i “favetti” o le “raviole”- di cui un giorno vi parlerò – e che, stranamente, vanno bene sia ad Halloween (anche se non esisteva, ai tempi in cui impastava e infornava mia mamma) che a Carnevale. Evidentemente, anche certi dolci (come certi amori) “fanno dei giri immensi e poi ritornano” (per la citazione si ringrazia Antonello Venditti).

I biscotti “liberamente tratti” non sono affatto male 
Gli ingredienti? Vi risparmio la ricetta completa dei biscotti del supermercato, fatti con il 49% di cioccolato nero e di altra roba tipo huiles végétales (palmiste, coco, tournesol: il famigerato olio di palma, quello di cocco e quello di girasole) più sirop de glucose e via discorrendo. Però, vi dirò: il risultato è buono e crea dipendenza: ho appena fatto in tempo a fare la foto per l’articolo con la confezione piena che la confezione, un attimo dopo, era già vuota. Per fortuna ne avevo preso due scatole. Previdente, no?

Le mille varianti degli “Ossi dei morti”
Nella ricetta originale degli “Ossi”, con dozzine di varianti regionali, troneggiano farina, uova, zucchero, mandorle, nocciole, cioccolato, frutta candita, marmellata, cannella, chiodi di garofano, zenzero, fichi secchi e chi più ne ha più ne metta e, a seconda del tipo di “ossa”, i biscotti possono essere bianchi, marroni o rosa (con un cicinino di colorante, temo), più o meno morbidi, croccanti o duri (un’amica mi ha detto “sono duri come le ossa, rischi di spaccarti i denti, ma quanto sono buoni”…). Io, in realtà, alla mia dentiera naturale ci terrei ancora.

Comunque, poi ci sono le “Fave dei morti”, declinazione made in Romagna, che hanno più l’aspetto di un amaretto, poi c’è il “Pane dei morti”, un dolce secco decisamente speziato anche lui di lontana origine piemontese, altre versioni degli “Ossi” in Sicilia e in Veneto e – insomma -potremmo continuare a parlare di questi dolci tipici fino al 2 novembre del 2019…
Ma perchè si chiamano “Ossi dei morti”? Secondo la leggenda (e pure secondo Wikipedia) – ma del resto si intuisce facilmente – il nome è dovuto alla forma e alla consistenza di questi dolci, che sembrano proprio quelle di un osso. In diverse zone d’Italia, nella notte tra il 1. e il 2 novembre, esiste ancora la tradizione di stendere tutti questi dolci sulle tavole imbandite, convinti che possano essere di gradimento ai familiari defunti.In Francia? Solo macarons e madeleine
Ma io ora voglio scoprire questi dolci “Ossi dei morti” o “Pièmont” dal “vivo”, cioè in una pasticceria, una pasticceria francese. E quindi ho perlustrato tutte le vetrine delle otto pasticcerie del centro di Lione, in Rue de la Rèpublique, e in qualcuna sono pure entrato a chiedere lumi e dolci informazioni. Posso, quindi, dirvi con cognizione di causa, che degli “Ossi dei morti” i francesi non ne sanno proprio una mazza, ma se poi spieghi loro qualcosa sui biscotti di Ognissanti, rispondono “Ah, i biscotti Torino”, almeno per sentito dire. Biscotti Torino, capito? Un’altra definizione. Chissà come chiamerebbero i leggendari Krumiri di Casale Monferrato….
La graziosa commessa di “Eric Kayser”, nota pasticceria artigianale diventata una catena in tutta la Francia, mi suggerisce di provare i loro biscotti di Ognissanti, una confezione anonima “croquant noisette amandes” (croccante nocciole mandorle) che assomigliano, molto ma molto vagamente, proprio agli “Ossi dei morti”. E per essere buoni sono buoni, ma sono i biscotti più sbriciolosi del Pianeta Terra e, in effetti, anche con loro la dentiera è a forte rischio…
Per il resto, nelle pasticcerie francesi vige il motto “paese che vai, dolci che trovi”. Quindi: macarons ovunque (belli colorati, ma sopravvalutatissimi, diciamo la verità) , madeleine di proustiana memoria e cioccolatini di lusso in eleganti confezioni altrettanto di lusso, come da “Voisin”, che più che una pasticceria sembra una gioielleria (anche nel prezzo). Per il resto, in questi giorni, tra mille zucche zuccherate di Halloween, al massimo spunta il miglior tiramisù di Lione, che lo fanno in una pizzeria napoletana che si chiama proprio “O’ Tiramisù”, con le partite piratate del Napoli sul maxischermo e pure in un locale che si chiama “Piada: un po’ di italianità” (non proprio la piadina romagnola, ma la loro versione con sardine e crema di cipolla rosse di Tropea è da sballo!).

Nostalgie alimentari italiane
Basta, basta, non voglio mica fare come quegli italiani che ascoltano Toto Cotugno (mito degli emigranti) e sul gruppo di Facebook “Italiani a Lione” scrivono solo di nostalgie alimentari del tipo “Ma dove posso trovare il pane carasau?”, al che io ho risposto: “Torna in Sardegna!”. E mi sa che anche io, per provare i veri “os dij mort”, dovrò tornare in Piemonte. Intanto, per non sentire la nostalgia canaglia, mi sono comprato un’altra scatola di “Les suprenants Pièmont”, sempre più sorprendenti, sempre più buoni. E non demordo sulle origini e sulla diffusione della pasticceria piemontese.
La prossima indagine gastronomica sui dolci piemontesi nel mondo? I cuneesi al rhum…

Prima che siano finiti……

ATTENTI AL “MACABRO BAR”!

È FINALMENTE USCITO IL MIO NUOVO ROMANZO: “MACABRO BAR”.
PAURAAAAA!
La trama
Uno squallido bar di periferia di una città di provincia diventa l’insospettabile scenario di una serie di inspiegabili omicidi.
Chi vuole vendicarsi di Loretta, la sciatta e innocua barista del bar vicino alla stazione? E chi uccide, ad uno ad uno, tutti i clienti del bar?
Attorno a quelle quattro mura e a quei quattro tavolini si stringe un patto d’acciaio tra componenti della piccola “setta” del Macabro Bar. Ma qualcuno di loro ha un segreto troppo grande per essere ancora tenuto nascosto…
Nelle brevi e tetre giornate autunnali indaga una coppia davvero strana: l’energico commissario Carlo Antonio Gelardi e il disilluso giornalista Max Tartaglia.
Ma anche loro potrebbe finire stritolati dallo spirito del Macabro Bar.

TE LA DO IO LA TORINO-LIONE: MA CON IL FLIXBUS!

dall’articolo di Cristiano Tassinari comparso su www.torinoggi.it il 21.10.2018


Se i Flixbus fossero stati inventati un po’ di tempo prima, forse non avremmo mai sentito parlare della TAV, in particolare della famosa e famigerata linea Torino-Lione.

Per chi, in realtà, non ha mai sentito parlare nemmeno dei Flixbus, urge una presentazione: è un’azienda tedesca, fondata una decina di anni fa da tre ragazzotti di belle speranze, che manda in giro quegli autobus dallo sgargiante color verde, con le frecce arancioni – colori che sarebbero stati visibili anche ai tempi della nebbia che fu – che hanno ormai monopolizzato il mercato europeo dei viaggi low-cost.
Viaggi a “basso costo”, certo, ma non in aereo e nemmeno in treno: sono gli autobus le nuove frontiere dei percorsi a lunga percorrenza (e pazienza) e con un eccellente rapporto qualità-prezzo. Ecco, il prezzo: è solo questo l’unico criterio sulla scelta di un mezzo di trasporto o di un altro.
Io, da oltre un anno, vado con una certa regolarità a Lione per motivi di lavoro: nella maggior parte dei casi, prendo il Flixbus dagli stalli dell’autostazione in corso Vittorio Emanuele, proprio di fronte al Tribunale di Torino. Qualche volta, viceversa, ho preso il TGV che da Torino porta a fino a Lione e poi prosegue per Parigi (per fortuna, esistono anche i TGV diretti Torino-Parigi!). Per certi versi, quindi, sono piuttosto ferrato in materia e posso senz’altro anticiparvi che è molto meglio prendere il Flixbus anzichè il treno. A meno che non ci siano dei ladri di telefoni sull’autobus…

Il prezzo fa la differenza
Innanzitutto il prezzo, dicevamo. Con tariffa regolare, un biglietto di sola andata in seconda classe da Torino Porta Susa alla stazione di Lyon Part-Dieu costa 69 euro e rotti. Un biglietto di sola andata da Torino-Vittorio Emanuele all’autostazione di Lyon Perrache, acquistato esclusivamente via Internet sul sito della Flixbus, può costare anche soltanto 18,90 euro. Oppure 24 euro, oppure 34 o giù di lì, in base al giorno e all’orario della partenza (sei bus ogni giorno sulla tratta Torino-Lione) e a quanti giorni prima si prenota. Prezzi davvero concorrenziali. Nel peggiore dei casi, se dovete prendere al volo il Flixbus senza aver prenotato (se c’è almeno un posto libero), vi costerà 50 euro tondi tondi, da pagare cash (non accettano bancomat o carte) al momento di salire a bordo. Tanti, 50 euro, per la media di Flixbus. Comunque meno rispetto al treno.
Il biglietto dà diritto ad un bagaglio a mano da far salire in autobus e una valigia da mettere nella stiva. Eventuali ulteriori bagagli (c’è chi trasporta persino televisori o lavatrici) sono da pagare a parte. Con un euro in più si può pure prenotare il posto, zona corridoio o zona finestrino. L’autista, di solito un francese che non spiaccica una parola di italiano, vi convalida il biglietto – si può stampare o mostrare il codice a barre ricevuto via mail direttamente dal telefonino -, vi informa sui servizi e sulle regole del Flixbus e vi augura “bon voyage“.

“Bon voyage”
Quali servizi e quali regole? Roba semplice: l’wi-fi funziona, ma le prese usb per ricaricare i telefoni no, sono tutte rotte, vendono bottiglie d’acqua e snack a un euro, c’è la toilette vicino alla “poubelle” (il sacchetto dell’immondizia) e la “poubelle” vicino alla toilette, che non si può usare fuori dall’autostrada e che tanto è sempre chiusa e per usarla, se ce la fate a trattenervi, dove andare davanti e chiedere allo chaffeur di aprirvela. Poi, dentro, l’avvertimento in italiano maccheronico è esilarante: “Preghiera di lasciare questo luogo tanto proprio che desiderate trovare introducendolo“.
Dai, si parte. Durata del viaggio prevista con Flixbus: 4 ore 50 minuti, compresa la pausa obbligatoria di 30-40 minuti prevista per legge per l’autista (la sua tratta comincia a Milano e finisce a Clermont Ferrand).
Quelle poche volte in cui ci sono due autisti, di solito il venerdì pomeriggio, ma anche qualche altro giorno fortunato – con un servizio effettuato da una compagnia di autobus di Gallarate (Varese) con autisti che parlano l’italiano con un evidentissimo accento dell’Europa dell’Est – non c’è bisogno di fare la pausa, visto che i due conducenti si danno il cambio. E mi spiace dirlo, lo dico sottovoce, ma guidano meglio gli autisti francesi…
Dicevamo del tempo: 4 ore e 50 minuti, più o meno, il Flixbus. Il treno Torino-Lione non ci mette molto meno: circa 4 ore 15 minuti. Ferma a Oulx, a Bardonecchia, a Modane (dove sale la Polizia, e si perde un bel po’ di tempo), a Chambery e poi tira dritto senza mai essere un Train à Grande Vitesse, anche perchè i binari non lo permettono proprio.

Il primo scoglio: i controlli di Polizia
Dopo un’ora di viaggio molto tranquillo (i passeggeri del Flixbus, molti sono studenti, sono generalmente assai silenziosi, a meno che non ci sia qualche comitiva di italiani o arabi, obiettivamente i più numerosi e rumorosi…), arriva il primo scoglio, il più duro, per qualcuno addirittura insormontabile. Non si tratta del Tunnel del Frejus, bensì del controllo della Polizia di Frontiera francese, proprio un attimo prima del casello di Bardonecchia che immette nei 13 km del Tunnel del Frejus.
La Polizia francese, che a quanto pare si è completamente dimenticata del Tratto di Schengen, sale a bordo sempre con tono piuttosto sbrigativo e arrogante: i francesi e gli italiani non temono nulla, basta sventolare sotto il naso degli agenti la carta d’identità – anche se qualcuno azzarda talvolta la domanda “Cosa va a fare a Lione?” -, ma con i passeggeri “non europei” i frontalieri francesi sono davvero spietati. Si accaniscono soprattutto sui passeggeri neri, alcuni dei quali – per un motivo o per l’altro – non sono mai in regola con i documenti e i permessi di soggiorno. Fatto sta che, puntualmente, ogni volta, un paio di ragazzi africani sono costretti a scendere dal Flixbus, raccogliere mestamente i loro bagagli e seguire i poliziotti nel posto di Polizia di Frontiera. Che fine faranno poi? Temo nessuno si sia mai posto il problema. Una volta sono stati fatti scendere addirittura sette passeggeri in un colpo solo e, cinicamente, ho visto gli altri passeggeri a bordo addirittura felici e sollevati, perchè l’autobus era strapieno e, senza quei sette, qualcuno poteva stare più largo nel sedile…

Nessuna pietà per i ladri di telefoni
Il caso più clamoroso di controlli di Polizia si è verificato proprio l’altro giorno, un episodio che devo assolutamente aggiungere a questo mio “reportage” sulla Torino-Lione via Flixbus. Poco dopo l’ingresso in territorio francese, e dopo aver superato già il tradizionale controllo di frontiera, il nostro autobus verde-arancione viene affiancato nuovamente dalla Polizia di dogana, che indica di accostare in una piazzola. Con tono marziale ci ordinano di scendere tutti dal bus, di recuperare tutti i nostri bagagli ed effetti personali e di metterci uno di fianco all’altro, con le nostre valigie e i nostri documenti. Se fossero altri tempi, scriverei di “rastrellamento”.
Poi, finalmente, si capisce cosa stanno cercando: né clandestini né droga, ma una confezione rubata di sei telefoni cellulari, sottratti, a quanto pare, in un non meglio identificato negozio. Poiché da Torino, quando sono salito io, non ci siamo mai fermati, il furto dev’essere avvenuto prima della partenza a Milano, perché neppure da Milano a Torino ci sono fermate intermedie. Io stavo dormicchiando e sono stato uno degli ultimi a scendere. Ma altri – a quanto pare – sono stati assai veloci, a tal punto da correre nei bagni della piazzola (guarda caso c’erano i bagni!). Bisogno urgente o mossa strategica?
Un battaglione di poliziotti ci perquisisce anche corporalmente, non soltanto le valigie e gli zaini e, naturalmente, non trovano niente. Poi, ad uno degli agenti, viene l’idea di cercare nelle toilette della piazzola e, dopo qualche minuto, torna con la scatola di cellulari Huawei rubati. Dentro ce ne sono cinque, ma la confezione è dai sei. Vuol dire che il sesto telefono il ladro lo sta già usando e lo tiene con sé. Il tentativo maldestro di sbarazzarsi della refurtiva è andato male. I poliziotti chiedono a tutti di mostrare i nostri cellulari personali, ma nessuno combacia con il modello di quelli rubati. “Se non salta fuori il ladro, l’autobus non riparte”. Intanto, passa il tempo, passa almeno un’ora e mezza, con i passeggeri spazientiti, si perdono appuntamenti, coincidenze, cose da fare. Qualcuno chiede se ci sono le telecamera di sorveglianza nei bagni, qualcun altro propone la raccolta delle impronte digitali e la ricerca del DNA. Tipo CSI-Flixbus. Quando, all’improvviso, dopo essere ritornati a bordo in attesa di sviluppi, nei sedili posteriori vicini al mio succede qualcosa di strano. “Che stai facendo?”, sbraita un ragazzo senegalese alto e magro, rivolto ad un ragazzo arabo seduto dietro di lui. “Stai tentando di nascondere il telefono addosso a me? Per dare la colpa a me?”, gli urla in faccia, in italiano. Anche il ragazzo arabo parla italiano e vive in Italia, lo dice lui stesso. Risponde solo: “Io non c’entro niente!”. Il senegalese, spalleggiato da un amico, scende dall’autobus e denuncia l’accaduto ai poliziotti. Almeno in sei salgono a bordo, trascinando il ragazzo arabo giù dal Flixbus, lo perquisiscono dappertutto e, infine, gli trovano il telefono rubato che cercavano, diverso da quello che, in un primo momento, aveva mostrato agli agenti. Senza pietà per il ladro di telefoni, il ragazzo viene ammanettato lì, davanti a noi che guardiamo increduli quella scena da telefilm poliziesco sotto i nostri occhi.
A quel punto, il giallo sembra risolto e l’autobus può ripartire.
Tutto finito? Certo che no. Perché subito dopo, nel corridoio del bus, si scatena una gigantesca rissa tra i due senegalesi – definiti “spioni” – e un gruppo di ragazzi arabi che avevano fraternizzato con l’arrestato. Volano insulti della peggior risma, in italiano corretto, da “Neri di m…” a “Voi siete dei ladri”, volano anche calci e pugni, pure io – insieme ad altri passeggeri di buona volontà – mi prodigo per far ritornare la calma, ma l’autista ha proprio perso la pazienza, ferma il Flixbus nella prima area di servizio, scende e chiama di nuovo la Polizia. Quando gli stessi poliziotti di prima arrivano sul posto pensano forse di essere su “candid camera”. “Ancora voi?”, chiedono. I due senegalesi denunciano uno degli arabi con cui avevano ingaggiato il duello di cappa e spada “(“Lui è il complice del ladro, viaggiavano insieme”) e i poliziotti se lo portano via, come se niente fosse, come se i due senegalesi fossero gli inventori della macchina della verità.
Nel frattempo abbiamo perso un’altra mezzora, qualcuno ha persino applaudito i due senegalesi paladini della giustizia, l’autista confessa “Meglio se cambio lavoro, ne succedono così quasi tutti i giorni” e la nostra (dis)avventura volge al termine.
Il resto del viaggio scorre placido e persino noioso. Meno male.

Bel tempo si spera
Se, invece, tutto fila liscio, non ci sono ladri di telefoni e c’è bel tempo, lo spettacolo delle Alpi viste dal finestrino è incomparabile. Se c’è la neve, però, e magari pure un incidente, capita di rimanere in coda e arrivare a destinazione con cinque (!) ore di ritardo. Ma la neve crea grossi problemi anche ai treni che, peraltro, in Francia, sono sempre sotto la Spada di Damocle degli scioperi organizzati dagli implacabili sindacati d’Oltralpe.
Poco prima di Chambery, ecco la pausa obbligatoria. Può servire per “riposare le orecchie” se avete avuto la sfortuna, come spesso mi capita, di avere come vicina di posto una bella ragazza africana che passa tutto il viaggio a parlare al telefono con il fidanzato, naturalmente con il loro tipico tono di voce “leggermente” alto. Ma, soprattutto: che vantaggiosissime tariffe telefoniche hanno? Le voglio anch’io!

Il peggior autogrill dell’Europa Occidentale
L’autogrill, di solito sempre lo stesso (avranno una convenzione?), è uno dei più tristi e ventosi di tutta l’Europa Occidentale. Rispetto agli autogrill italiani sembra una stazione di servizio degli anni ’70, però con prezzi alle stelle tipo Hotel Ritz di Parigi (una spremuta d’arancio 4,80 euro scontrino alla mano!). In compenso, sul treno, si può provare, in esclusiva, un altrimenti introvabile muffin al cioccolato bianco e lamponi. Roba da pasticceri stellati! Ma, anche in questo caso, ci vuole un pezzo da 5 euro e di resto vi tornano ben pochi spiccioli.
La mezzoretta di pausa in autogrill passa, comunque, velocemente, ma se d’inverno vi azzardate ad attendere l’apertura del bus cinque minuti prima (l’autista dice un orario di ritrovo e chi c’è c’è, chi non c’è va a Lione a piedi, ma è sempre un orario da barbiere…) rischiate di beccarvi sulla nuca una sventagliata di un quarto d’ora di vento gelido e impetuoso, anche in maggio e a settembre. A luglio e ad agosto, è solo impetuoso.
Come quella volta che, quest’estate, all’autogrill ci siamo rimasti…6 ore! E’ successo, infatti, che – durante la pausa – l’autista si è sentito male, ha accusato un malore, ha chiamato l’ambulanza, l’hanno caricato e portato via. Meglio che gli sia successo quando eravamo fermi e non mentre eravamo in marcia, no? Questo è fuori di dubbio. Ma noi siamo rimasti lì, abbandonati a noi stessi, in attesa di sviluppi e soluzioni. Alla fine, dopo inutili imbestialite telefonate in tutte le lingue al call center della Flixbus, a tutti i passeggeri è arrivato un messaggio sms (il numero di cellulare va segnalato all’atto dell’acquisto del biglietto sul sito): “Il prossimo Flixbus sulla linea Torino-Lione avrà a bordo un altro autista, che prenderà possesso del vostro mezzo e vi condurrà a Lione. Nel frattempo, potrete provvedere alla richiesta on-line di rimborso del biglietto e, presentando lo scontrino, sarebbe rimborsati delle spese effettuate in autogrill fino ad un massimo di euro 10″. Capite bene che, con la cifra che vi ho detto prima per la spremuta d’arancia, con euro 10 non si va tanto lontani….
Alla fine, bene o male, tra una Settimana Enigmistica e uno smanettamento frenetico sullo smartphone, le sei ore sono passate. Ma il peggio doveva ancora arrivare: quando il secondo autista, sbarcato dall’altro Flixbus, ha annunciato urbi et orbi che doveva fare la pausa obbligatoria di 40 minuti, noi passeggeri infuriati lo stavano letteralmente per linciare. E’ dovuta intervenire una pattuglia della Gendarmerie, chiamata dagli spaventati titolari dell’autogrill, per sedare i tumulti provocati da quei temibili “black-bloc” dei viaggi low-cost.

Siamo quasi arrivati, se l’autista non sbaglia strada…
Se tutto procede liscio come l’olio, come succede in realtà quasi sempre, dal momento in cui si riparte dopo la pausa, manca solo circa un’ora e mezza all’arrivo a Lione. E, quindi, siamo già virtualmente in discesa. Se non trovate i soliti autisti di Gallarate che, invece, di prendere la direzione Lione tirano dritto e stanno per andare a Marsiglia, se qualche attento passeggero non glielo fa loro gentilmente notare: “Ma dove minchia state andando?”, chiede un ragazzo siciliano. “Scusare, noi poche volte che veniamo in Lione“, risponde uno dei due autisti con l’accento dell’Est. Correggono il tiro e ci consegnano sani, salvi e persino puntuali all’autostazione di Lyon-Perrache.
Per dovere di cronaca, gli autisti dell’Est europeo sono davvero esilaranti nel loro italiano maccheronico-balcanico, come quella volta, durante un viaggio in piena estate, che ne se ne uscirono con questo annuncio dal microfono del bus: “Si prega di metere piedi in scarpe perchè tropa puza di piedi e non pozzo guidare…altrimenti devo alzare aria condizionata a massimo per battere puza di piedi”, con conseguente controllo “visivo e olfattivo” di tutti i passeggeri, uno ad uno, molti dei quali effettivamente costretti a inforcare di nuovo le calzature. Per buona pace delle nostre sensibili narici.

Controlli si o controlli no?
A parte una temperatura spesso siberiana dovuta proprio all’aria condizionata un tantino troppo alta, il viaggio di ritorno, da Lione a Torino, scivola via più o meno tranquillamente sulla stessa falsariga, ma con una fondamentale differenza rispetto all’andata: se per entrare in Francia c’è uno spietato sistema di controlli di Polizia, per tornare in Italia…non c’è niente e nessuno. E sono tutti contenti, anche gli “integralisti” dei controlli ad oltranza, perchè “almeno non stiamo fermi mezzora“, anche se poi, non so bene perchè, la durata del viaggio è sempre la stessa.
Se prendete il treno, viceversa, vi beccate il controllo di Polizia – quella francese, mica quella italiana, s’intende – anche in uscita e, francamente, dopo un po’, non se ne può davvero più. Anche se, devo ammettere, il tipo di “clientela” è diversa e dal treno non ho mai visto sbattere giù nessuno senza i documenti in regola. Poi, ovvio, rimane il dubbio: ma perchè i controlli li fanno in Francia e non in Italia? Perchè il controllo sul treno lo fanno anche in uscita dal territorio francese e non lo fanno pure sul Flixbus?
Misteri della geopolitica internazionale. Ma, anche per questo, per andare a Lione – se siete in regola e non avete rubato niente –è meglio il Flixbus del treno.
Attendendo (o no?) l’arrivo della TAV.

LA “DOMENICA BESTIALE” DEI NEGOZI ITALIANI

Cosa fare in una uggiosa domenica d’inverno se il cinema non propone niente di interessante, se in tv ci sono solo le partite di calcio e se i centri commerciali e i negozi sono addirittura chiusi?
La prospettiva, al tempo stesso allettante e inquietante, arriva dalla proposta del governo italiano, presieduto da Giuseppe Conte. L’intenzione dell’esecutivo, su “assist” del Ministro dell’Economia Luigi Di Maio, principale sponsor di questa “retromarcia” commerciale, è ridurre il numero dei giorni festivi in cui negozi e centri commerciali possono tenere aperto.La proposta di legge
Possono o devono tenere aperto? Il dibattito è interessante e apertissimo, sui siti specializzati e tra gli adepti del “partito dei social”. Innanzitutto è necessario sciogliere il dilemma di base: lavorare alla domenica è un diritto o un dovere? E, naturalmente, bisogna ulteriormente suddividere la questione tra quelli che “subiscono” il lavoro festivo (cioè costretti a lavorare tutte le sante domenica, ma pure Natale, Pasqua, 1.maggio e via discorrendo) e quelli che del lavoro festivo altrui ne traggono un utile servizio (si tratta comunque di un servizio, no?), come, ad esempio, chi va a fare la spesa all’ultimo minuto alla domenica mattina.
L’attuale organizzazione era stata introdotta dal governo Monti e dal decreto “Salva Italia”, che aveva autorizzato le aperture dei negozi anche il sabato e la domenica per contrastare la crisi delle piccole realtà commerciali schiacciate progressivamente dall’avvento dei centri commerciali, pronti a spuntare ovunque come funghi e sempre aperti. Con la nuova proposta, il governo-Conte prova a limitare la liberalizzazione, proponendo una nuova regolamentazione, un ritorno al passato e ai negozi chiusi e ai centri commerciali aperti una domenica al mese più le tre-quattro domeniche prima di Natale. Ricordate? Secondo la proposta di legge presentata dal sottosegretario allo Sviluppo Economico Davide Crippa, le aperture straordinarie non potranno superare i 12 giorni all’anno e potranno essere introdotti turni e rotazioni definiti nelle realtà locali, come già accade per le farmacie, la liberalizzazione delle quali fu sancita già nel 2006 dal “decreto Bersani-Visco”, il cosiddetto “pacchetto liberalizzazioni”.
Ogni comune dovrà attenersi ad un limite di un negozio aperto su quattro dello stesso settore merceologico, ma le aperture festive durante il corso dell’anno non potranno comunque superare, come detto e scritto, i 12 giorni. Da questa proposta saranno, però, esclusi gli esercizi commerciali delle località turistiche (è considerata tale anche Biella, ad esempio: e allora sono davvero tutte località turistiche in Italia…), ma toccherà a regioni e comuni il compito di stabilire una rotazione tra le attività e regolamentarne la disposizione sul territorio.

L’esperimento di Modena
L’idea del sottosegretario Crippa riprende l’esperimento della città di Modena – storicamente governata dalla sinistra – che dal 2015 ha approvato un codice comportamentale di autoregolamentazione, che impone la chiusura dei negozi (e delle tante Coop e Ipercoop presenti) a Natale, Capodanno, per la Festa della Liberazione e per la Festa del Lavoro, mentre le rotazioni riguardano solo alcune zona della città. E la posizione dei sindacati è chiara, uniti e compatti da tempo contro il lavoro domenicale. Che, intendiamoci, non è il diavolo in persona. Anche perchè il lavoro è sempre lavoro ed è meglio averne pure di domenica che non averne nemmeno dal lunedi al sabato. O no?

Lavorare alla domenica? Più soldi in busta paga
Eviterei la parola “sfruttamento”, come ogni tanto si sente dire, spesso a sproposito, qualche volta, purtroppo, con ragione. Il nodo della questione non è santificare le feste comandante, semmai, il vero problema è la regolamentazione dei contratti di lavoro, altro che le date di apertura o di chiusura. Perchè se il lavoro festivo fosse ben pagato, come giusto, e pagato meglio dello stesso medesimo carico di ore di un giorno feriale, il discorso sarebbe ben diverso. Non ci credete? Sentite qui: personalmente lavoro in Francia un’azienda francese in cui, il 1.maggio – data sacra per i cugini, sono fermi totalmente pure bus e metropolitane e le azienda offrono il taxi ai lavoratori – , tutti fanno la fila per lavorare, perchè la giornata è pagata tripla (non doppia, come invece succede a Natale o a Capodanno o per il 14 luglio….). E a questo punto è evidente che il problema non è etico e morale (stare di più in famiglia e cose del genere “focolare domestico”), ma semplicemente (che poi non è cosi semplice) è un problema economico, essere pagati meglio e di più.

Quando godersi le domeniche in famiglia?
Poi, certo, c’è l’aspetto sociale. I lavoratori costretti a lavorare 52 sabati e 52 domeniche all’anno come faranno a godersi il giorno di festa, il pranzo con la famiglia e le gita al parco con i bimbi? Tutte cose che non si possono certo fare, con lo stesso piacere, il lunedì, giorno di riposo dei “forzati della domenica”. Vero. Ma senza lavoro non c’è pranzo della domenica, senza lavoro non c’è gita con i bimbi, senza lavoro non c’è niente. E se il lavoro è di domenica, bisogna accettarlo. O provare a trovare un altro lavoro, di quelli belli, dal lunedi al venerdi, dalle 9 alle 17, se ancora esiste un lavoro cosi. I tempi sono cambiati, non sono nè meglio nè peggio, ma sono cambiati e bisogna farsene una ragione.

Tornare indietro?  
Commercialmente ed economicamente, non so se per i negozi e per i centri commerciali sia veramente vantaggioso tenere aperto, considerati i costi per i dipendenti e le spese fisse, ma ritengo che “tornare indietro” non sia molto costruttivo nemmeno per l’economia. Come fanno in Francia e in Germania e in tutti gli altri paesi d’Europa (tranne l’italia) dove tutto è chiuso alla domenica? Fanno senza, ovvio. E non muore nessuno. Come si faceva una volta con i negozi e i supermercati chiusi di domenica? Si viveva lo stesso, ma era, appunto, “una volta”. Non credo neppure che sia una questione di voglia compulsiva di shopping (fosse cosi, staremmo tutta la domenica attaccati ad Amazon a comprare tutto e subito con consegna a domicilio), credo proprio che i negozi e i centri commerciali abbiano una funzione sociale importante, per la qualità delle città e delle persone stesse. Gli integralisti del “no domenica” invocano superbi pranzi al ristorante e festose gita con tutta la famiglia, ma forse tutto questo costa di più di una semplice “vasca” pomeridiana al centro commerciale, non trovate? Bisogna tener conto anche di questo
Personalmente sono contrario a questa proposta di legge che puzza tanto di “proibizionismo”, io sono dell’idea, ad esempio, che la Festa del Lavoro del Primo Maggio vada festeggiata lavorando (volevano far chiudere i negozi di souvenir a Venezia, Roma e Firenze!) e non più portando il garofano e “L’Unità” (o era “L’Avanti”?) in tutte le case come faceva il 1.maggio mio nonno Maggio, chiamato così perchè si chiamava Primo ed era nato proprio il Primo Maggio….

E gli altri lavoratori della domenica?
Poi, perchè solo i lavoratori dei negozi e dei centri commerciali avrebbero diritto a restare in famiglia? Non vale anche per tutti gli altri lavoratori della domenica? I casellanti, i medici, gli infermieri, i pizzaioli, i cuochi, i camerieri, persino i giornalisti. Io nasco giornalista sportivo e ho sempre messo in conto di dover lavorare anche il sabato e la domenica, no? Altrettanto deve fare una commessa di negozio, non vi pare? Altrimenti prova a cercarsi un altro lavoro. Se lo trova….
Non credo, tuttavia, che una legge possa risolvere il problema delle “domeniche bestiali” all’italiana: prima bisogna fare una legge – fatta bene – per regolamentare seriamente il lavoro domenicale e festivo, poi ne riparliamo.
Con un po’ più di soldi in tasca per tutti, si ragiona meglio.

Giornalista, il mestiere più pericoloso (in certe parti del mondo)

La giornalista bulgara Viktoria Marinova è la settima giornalista uccisa in Europa dall’inizio del 2017 (a cui andrebbe aggiunto il giornalista saudita Khashoggi, di cui non si hanno più tracce da quando è entrato nel consolato del suo paese in Turchia).
Viktoria Marinova stava lavorando ad un’inchiesta su corruzione e abusi legati ai fondi dell’Unione europea. L’assassino, che ha confessato, è però un giovane bulgaro di 21 anni, di etnia rom, che l’avrebbe violentata al parco di Ruse, soffocata e uccisa, prima di fuggire in Germania, dove vive da anni la madre. La Bulgaria è rimasta sconvolta dalla morte di Viktoria Marinova.

questo link è possibile trovare la lista dei professionisti della notizia uccisi nel 2017: spiccano i 12 morti in Messico, 11 in Afghanistan, 10 in Siria e 6 in India.

Slovacchia: Ján Kuciak

Ján Kuciak, 27 anni, stava indagando su presunte frodi fiscali che coinvolgevano uomini d’affari legati al partito al governo della Slovacchia. Come segnala Valigia Blu, il giornalista si era anche occupato di persone vicine alla ‘Ndrangheta in Slovacchia e delle loro passate relazioni con il principale consigliere statale del primo ministro Robert Fico, Mária Trošková. Su quest’ultimo tema, Tom Nicholson, che lavorò anche con Kuciak, scrive su POLITICO che il giovane giornalista slovacco “fece progressi importanti (…). Ján aveva stretto un’alleanza con giornalisti investigativi italiani in grado di confermare le identità e le associazioni criminali degli italiani che erano attivi in ​​Slovacchia”.

Transparency sottolinea come esista una relazione tra libertà di stampa, corruzione percepita e violenza contro i professionisti dell’informazione. Dal 2012 a fine 2017, 368 giornalisti sono stati uccisi mentre svolgevano il proprio lavoro: il 96% di questi omicidi è avvenuto in Paesi dalla corruzione elevata nel settore pubblico, ovvero con punteggio CPI (Corruption Perception Index) inferiore a 45. L’Italia ha 50.

Inoltre, un giornalista su cinque tra quelli uccisi nel mondo stava indagando su casi di corruzione. Il Messico dal 2014 è sceso di sei punti nell’indice, passando da un punteggio di 35 a 29.

Malta: Daphne Caruana Galizia

Il 16 ottobre è stata ammazzata Daphne Caruana Galizia, collega maltese fatta saltare in aria con una autobomba piazzata nella macchina presa a noleggio. A dicembre tre persone sono state formalmente accusate di omicidio ma la Federazione Europea dei Giornalisti ha lanciato un appello alle autorità maltesiper approfondire le indagini sui mandati reali dell’omicidio.

Danimarca: Kim Wall

La giornalista freelance svedese è stata uccisa e fatta a pezzi in Danimarca ad agosto dopo essere salita a bordo del sottomarino civile di Peter Madsen. Stava scrivendo un articolo su di lui e sul crowdfunding che ha permesso la realizzazione del mezzo. Madsen, che inizialmente aveva negato ogni coinvoglimento e aveva parlato di un incidente, è stato condannato all’ergastolo.

Russia: Nikolai Adrushchenko

Adrushchenko, 73 anni, è morto ad aprile in un ospedale di San Pietroburgo dopo essere stato picchiato selvaggiamente da degli assalitori sconosciuti sei settimane prima. Si occupava di crimine e violazioni dei diritti umani e aveva co-fondato il Novy Petersburg nel 1990. Nel 2007 era stato messo in carcere per diffamazione e ostruzione alla giustizia.

Russia: Dmitry Popkov

Co-fondatore e caporedattore del quotidiano locale russo Ton-M, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella città di Minusinsk il 24 maggio 2017. Il suo corpo è stato trovato nel suo cortile. C’è un’indagine in corso che punta a diverse piste, inclusa “l’attività professionale” della vittima”. Popkov era stato eletto nel parlamento regionale per il Partito Comunista e, durante la sua carriera, ha scritto di corruzione tra le forze dell’ordine.

Turchia: Saaed Karimian

Nell’aprile di quest’anno, il dirigente televisivo iraniano Saaed Karimian è stato ucciso a Istanbul, in Turchia. Degli uomini armati hanno fatto fuoco sul suo veicolo uccidendo anche il suo partner, originario del Kuwait. La macchina usata per l’esecuzione è stata poi trovata carbonizzata. La polizia turca sta ancora indagando sul caso.

Karimian, 45 anni, è stato fondatore e presidente della tv in lingua persiana GEM che doppia i programmi stranieri e occidentali nella lingua parlata in Iran. Per questo motivo, è stata criticata in passato dalle autorità iraniane con l’accusa di aver diffuso la cultura occidentale e mostrato programmi contrari ai valori islamici. Processato in contumacia da un tribunale di Teheran nel 2016, era stato condannato a sei anni di carcere per aver veicolato propaganda contro lo stato.

Arabia Saudita e Turchia: Jamal Khashoggi

C’era anche un esperto di autopsie nel team di agenti sauditi che avrebbe fatto sparire Jamal Khashoggi. Lo scrive il New York Times citando gli investigatori turchi. Un commando di 15 persone, secondo le ultime ricostruzioni, lo avrebbe fatto a pezzi con una segaossa all’interno del consolato saudita a Istanbul. Altre fonti da Ankara sostengono che il corpo del giornalista saudita sarebbe stato caricato su un van nero.

“Questa è un’area piena di telecamere, è un consolato, basta andare laggiù per vedere che ci sono telecamere in cima all’edificio e lungo le strade. Sappiamo che i turchi stanno cercando di avere accesso ai filmati – spiega la giornalista della Reuters, Emily Wither – Gli inquirenti non forniscono troppe informazioni, quindi può darsi che siano più avanti nelle indagini rispetto a quanto riferito pubblicamente, ma al momento dicono solo che vogliono perlustrare il consolato”.

Il giorno della scomparsa del giornalista, due aerei privati sono arrivati dall’Arabia Saudita. Per le persone a bordo sarebbero state prenotate camere in un hotel vicino al consolato, ma nessuno ha trascorso la notte in albergo.

“Fonti industriali ci hanno detto che questi aerei sono di proprietà del governo saudita e sappiamo che questi 15 persone sono entrate nel consolato nello stesso momento in cui Jamal arrivava a ritirare i suoi documenti – conclude Emily Wither – sono partite dopo un paio d’ore e sono andate direttamente all’aeroporto. I funzionari turchi stanno ora cercando di scoprire da chi fosse composto esattamente questo gruppo e se ha qualche coinvolgimento nella scomparsa di Jamal”.

Sono almeno sette i sospettati dalle autorità di Ankara e ora si viene a sapere che, il 2 ottobre, il personale turco del consolato era stato invitato a non presentarsi in ufficio, perchè ci sarebbe stato “un incontro diplomatico”.

SANTO SANTIAGO!

DOMENICA 30 SETTEMBRE ABBIAMO BATTEZZATO SANTIAGO!!!!
HA PURE FATTO IL BRAVO….E NON SI E’ LAMENTATO QUANDO IL PRETE DI CANDIOLO, DON CARLO, GLI HA VERSATO L’ACQUA SULLA FRONTE…CHE OMETTO!