CONCORSI E CATTEDRE ALL’UNIVERSITA’: UNO SCANDALO ALL’ITALIANA

Lo scandalo delle università italiane, che ha colpito a fine settembre numerosi atenei, è tale solo per chi non conosce la vita universitaria italiana: non è necessario essere stati professori o assistenti per capire come funzionano le cose in gran parte della università pubbliche italiane: basta essere stati – come nel mio caso – studenti per un certo numero di anni, sufficienti per capire come funzionano le cose. Carriere in discesa, concorsi già assegnati in partenza, baroni accademici inamovibili dal loro scranno, almeno fino a quando il figlio, il nipote o l’allievo preferito (pazienza se incapace) non è pronto per prenderne degnamente il posto. “Così fan tutti”, verrebbe da dire. E, in effetti, a giudicare dalle proporzioni dello scandalo, pare proprio che fosse così. Perché scandalo lo è sicuramente, anche se non è certo un fulmine a ciel sereno. E’ diventato scandalo perché quello che tutti sapevano e si tramandavano in bisbiglii e sotterfugi, stavolta è finito sotto i riflettori della giustizia.
Tutto è partito dalla prestigiosa Università di Firenze. Un nemmeno troppo giovane ricercatore universitario italo-inglese nato a Londra, Philip Laroma Jezzi, a 45 anni stufo di fare perennemente il precario, ha svelato gli arcani di come funziona l’istituzione accademica in Italia. Già nel 2013, del resto, doveva aver subodorato qualcosa. Un bel giorno, infatti, si è messo a registrare la sua conversazione privata con un docente di diritto tributario, chiedendogli consigli sul concorso indetto da lì a qualche mese. E il professore, candidamente, gli ha risposto: “Tu meriteresti di vincere il concorso, ma lascia perdere, le cattedre sono già decise. E non fare ricorso, ti giocheresti la carriera”. E stavolta, però, Philip non ha masticato amaro, non è proprio riuscito a mandarla giù. Il concorso lo ha fatto lo stesso e, naturalmente, non lo ha vinto. Ma non si è dato…per vinto. Registrando, qualche mese dopo, una conversazione con uno dei commissari del concorso che lo aveva bocciato, riuscì a carpire la motivazione occulta del suo insuccesso: il buon Philip si era messo contro un vecchio e potente professore fiorentino, intenzionato a far fare carriera al suo delfino, a tutti i costi.
“Così fan tutti”, per l’appunto.
Poi, però, all’improvviso, tre anni dopo le denunce – con una lentezza pachidermica di cui l’Italia non può andare fiera – le denunce di Philip Lamora Jezzi diventano realtà, fatti reali. Quando più nessuno, tranne forse il diretto interessato, nemmeno ci pensava piu’. Ed è stato un terremoto per il mondo ovattato e “ancien regime” delle università statali italiane, non esattamente ai primi posti d’Europa per qualità didattica e numero dei laureati. Bilancio dell’operazione della Guardia di Finanza, in tutta Italia: 7 docenti agli arresti domiciliari, 59 indagati, 150 perquisizioni, 22 professori interdetti dall’insegnamento per un anno. Per tutti l’ipotesi è di corruzione. Molti dei professori hanno manifestato la loro estraneità ai fatti, in alcuni casi affermando di aver agito in buona fede. Questi i numeri dello scandalo. Che, forse, non scandalizza nessuno, ma che finalmente squarcia tutto il marcio che c’è dentro ad una prestigiosa istituzione come l’Università (intendiamoci: non si può fare di tutta l’erba un fascio), a cui troppo spesso studenti, ricercatori e assistenti debbono sottostare.
Se volete morbosamente saperne di più, sul web esistono le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche e ambientali raccolte dalla Procura di Firenze e che, a scanso di equivoci, non ammettono repliche. Un vero e proprio gioco degli scacchi, dove i baroni dell’università diventano i Re e i loro prediletti sono semplicemente pedine da inserire in quel posto o in quell’altro. “Non è che si dice è bravo o non è bravo”, spiega uno dei professori coinvolti, in una intercettazione. “No, si fa cosi: questo è mio, questo è tuo, questo è mio, questo è tuo, questo è di coso, questo deve andare avanti per forza”.
Ecco, funzionava cosi.
Sull’onda emotiva di questo scandalo, non si è fatta attendere – ci mancava solo che si facesse attendere – la reazione dell’attuale ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli. Promette (anzi: minaccia) un giro di vite, annunciando l’inserimento delle università italiane in uno specifico focus sull’anticorruzione. L’obiettivo, ha fatto sapere il ministro, è quello di rendere finalmente più trasparenti i concorsi universitari, “verificare, controllare, togliere ogni area di opacità e zone d’ombra e affrontare in modo molto serio, rigoroso e trasparente ogni parte del funzionamento dell’università”.
Sarà la volta buona?
Nel frattempo, aspettiamo che al coraggioso Philip Laroma Jezzi sia dato quel posto che, per meriti, gli sarebbe spettato di diritto. Sempre che non abbia già deciso di lasciare il Belpaese e tornarsene a Londra. 

INDIPENDENZA DELLA CATALOGNA? SI, NO, FORSE

Ho atteso qualche giorno dal famoso referendum del 1.ottobre in Catalogna per esprimere la mia piccola opinione sull’indipendenza della regione spagnola (si puo’ dire?). Del resto, bisognava aspettare quello che sarebbe successo ancora, soprattutto all’indomani di un evidente ultimatum di Madrid: se proclamate l’indipendenza unilaterale, interveniamo noi. E abbiamo già visto, purtroppo, come sono intervenuti gli spagnoli, con la mano pesante, contro i “fratelli” catalani. Alla fine, il presidente catalano Carles Puigdemont se l’è fatta giustamente sotto, ha usato il buon senso, ha fatto un discorso prudente, piu’ realista del…re (di Spagna). Ma del resto che cosa avrebbe potuto mai annunciare? La guerra civile? Certo che no. Di fatto, ha detto cosi: “W l’indipendenza, ma ora trattiamo”. Il politichese, claro que si. Ma – come nelle migliori trattative da mercato – si chiede tanto per ottenere qualcosa, no? Quindi è probabile che la Catalogna non otterrà l’indipendenza, ma sicuramente qualche autonomia in piu’ si, garantita in via costituzionale. Pronostico: 1-1 e palla al centro. Con buona pace delle banche e delle aziende catalane che hanno già spostato la loro sede fuori dalla Catalogna, per paura di chissà cosa. Ah si, paura di essere fuori dall’Europa, da tutti dileggiata e detestata, ma da tutti corteggiata (finchè c’è da succhiare denaro).

Non nascondo le mie simpatie per la Catalogna, la sua storia e la sua voglia di indipendenza (forse grazie a molte frequentazioni giovanili a Barcellona e dintorni), simpatie che sono cresciute a dismisura dopo la repressione del 1.ottobre, da parte dell’esercito e della Guardia Civil spagnola, ordinata dal premier Mariano Rajoy (uno, per intenderci, che nell’attentato del 2004 alla stazione di Atocha a Madrid scambio’ AL Qaeda per l’Eta e perse le elezioni…). Quel sangue di feriti innocenti versato per le strada catalane è stata una autentica vergogna per tutta la democrazia spagnola ed europea del XXI secolo.

Ora dicono che la Spagna non vuole perdere la Catalogna perchè è il motore del paese (ma il suo Pil non è nemmeno paragonabile a quello del Veneto e della Lombardia per l’Italia: e un referendum lo faranno anche loro…), adesso dicono che non tutti i catalani vogliono l’indipendenza. Forse è vera, sia l’una che l’altra cosa. E allora, finirà cosi, come ho scritto qualche riga piu’ su: piu’ autonomie alla Catalogna e amici come prima (o quasi).
Poi, forse, sarà il caso di occuparci dei “nemici” veri, come ha dimostrato – se per caso l’aveste dimenticato – l’attentato a Barcellona del 17 agosto.

Se avessi fatto l’architetto….

No, nessuna retromarcia, tranquilli: la mia passione – che, per fortuna è diventata il moi lavoro – è sempre stato il giornalismo. Certo che, lavorando ora qui in Francia, sto scoprendo una piccola passione spontanea per l’architettura. E piu’ è “spinta”, piu’ è all’avanguardia, e piu’ mi colpisce. Oggi, grazie al collega francese Serge Rombi, ho scoperto due nuovi capolavori della Francia contemporanea: la “Seine Musicale” di Parigi e l”Albero Bianco” (Arbre Blanc) di Montpellier. Sono due opere frutte della fantasia di due architetti giapponesi, sempre piu’ di moda in tutto il mondo. Gli architetti si chiamano Shigeru Ban e Sou Fujimoto: a loro si devono queste creazioni davvero spettacolari. La “Seine Musicale” prende il nome dalla Senna, il fiume che attraversa Parigi. Costruita su un vecchio sito industriale di una fabbrica abbandonata della Renault, questa zona periferica di Boulogne-Billancourt ora ospita due grandi auditorium per concerti di musica classica, jazz e rock (ci è passato anche Bob Dylan), ma è al tempo stesso un nuovo concetto di “divertimento aperto al pubblico”, che puo’ andare alla “Seine Musicale” anche solo per gustarsi il panorama della Senna. Sembra addirittura una nave in mezzo al fiume, con la sua vela fatta di pannelli solari…troppo avanti i parigini.

Ma non scherzano neppure a Montpellier, città di 250mila abitanti nel sud della Francia. Qui, nel 2018, verrà terminato l’Albero Bianco, una straordinaria torre futurista, tutta bianca, che ospita 110 appartamenti di lusso (già andati via come il pane) e con balconi volanti mozzafiato. In cima, un bar panoramico aperto a tutti, la prima terrazza pubblica di Montpellier, destinata a tutti i cittadini, non solo a chi ha avuto la fortuna di accappararsi questi splendidi alloggi.

Bravi e geniali, gli architetti giapponesi.
Ah, se avessi fatto l’architetto….
Qualche idea innovativa ce l’avrei pure io.

DUE COMMEDIE, DUE LOCANDINE…QUALE SCEGLIAMO???

La nostra nuova commedia “80 VOGLIA DI UNA BADANTE E…SPOSO LA CAUSA” è in scena per la sua prima sabato 27 gennaio 2018 al Teatro Cardinal Massaia di Torino…

Poiché si tratta di uno spettacolo un po’ particolare – due commedie al prezzo di una – anche le locandine sono due…quale preferite??? Intanto ve le facciamo vedere entrambe…a voi l’ardua sentenza!!!

“Volevo essere Hugh Hefner”

ARTICOLO DI GIORGIO LEVI, DAL SUO BLOG “IL TIMES” (www.giorgiolevi.com)

“E’ morto Hugh Hefner. Il fondatore ed editore di Playboy e l’inventore delle conigliette. Aveva 91 anni.

Ho visto il mio primo numero di Playboy quando avevo 7 anni. Nella palestra della scuola elementare Giosuè Carducci. Aveva portato una copia della rivista più proibita al mondo un mio compagno che aveva il papà console degli Stati Uniti a Torino. “Ho da farvi vedere una cosa speciale”. Teneva il giornale nella cartellina azzurra dei disegni. Siamo scesi in palestra e lì abbiamo visto. Bocche aperte e occhi sgranati. Donne nude fotografate non c’erano, ma i disegni di Alberto Vargas erano quanto di più fantascientifico potessimo immaginare. Vargas tratteggiava a matita e con un realismo assoluto donne con piccoli culi tondeggianti e grandi tette. Il nostro compagno sfogliava la rivista e ogni pagina era una sorpresa. Mai prima di allora avevo visto una donna nuda.

I disegni di Vargas mi aprirono un mondo. Per molti anni fui convinto che tutte le donne, sotto i loro vestiti, erano così. Mi veniva qualche dubbio al mare. A parte mamma (che ovviamente era fuori discussione come fosse una persona asessuata) le sue amiche o le donne che osservavo in spiaggia non mi sembravano come quelle di Vargas. Voglio dire, indossavano bikini con slip alti come un palazzo di sei piani, possibile che senza quei due pezzi di stoffa fossero come quelle biondine di Playboy?

L’attrice Agostina Belli

La copertina che qui risproduco invece si riferisce al numero 1 dell’anno 1 di Playboy, edizione italiana, 1° novembre 1972, Rizzoli Editore. Direttore: Oreste Del Buono. In redazione c’erano anche Lanfranco Vaccari e Rosanna Armani, che avrei conosciuto molti anni più tardi. Questo Playboy l’avevano regalato a papà ad una riunione a Milano in Mondadori. Era arrivato a casa e l’aveva posato sulla mia scrivania: “Guarda che cosa ti porto!”. Gasp. La palymate italiana era l’attrice Agostina Belli, la Rosalia di Mimì Metallurgico. Ma chi andava ad immaginare una tale meraviglia?

Le fanciulle del Golden West

Ho conservato questo Playboy per 45 anni. Mi hanno detto che è una rarità, perché Rizzoli lo considerava un test e ne aveva tirate poche copie. E’ abbastanza ben conservato, l’ho consumato molto. Per nessun prezzo al mondo lo venderei. Beh, non è esatto. Ad Agostina Belli sì”.

Ricomincio da me

Da un paio di settimane, ho ripreso a lavorare per Euronews, il canale satellitare all-news multilingue (anche in italiano), con la sede a Lione. Confesso di essere entrato in punta di piedi nella nuova faraonica e vistosa sede di Euronews (il cosiddetto “Cubo Verde”), un lunedi mattina di metà settembre, esattamente 13 anni e mezzo dopo l’ultima volta che avevo varcato i cancelli di quella che era la vecchia sede, che all’epoca si trovava a Ecully, nella periferia lionese. Potete, quindi, immaginare la mia emozione nel “tornare a casa” dopo così tanto tempo. Ammetto poi di essere stato piacevolmente sorpreso di aver rivisto “vecchi” colleghi della mia prima avventura francese (accoglienza assai calorosa!) e di aver incontrato “nuovi” e giovani colleghi che mi conoscevano…di fama. Non voglio nemmeno sapere quale sia la fama che mi precede!!!
Ad Euronews, canale sobrio, equilibrato e di qualità, sono sempre stato molto legato, anche quando le cose non sono andate bene. A Lione, bellissima città dai due fiumi, ci ho vissuto, due anni molto belli, anche dal punto di vista personale e non solo professionale. Ora – ringraziando, come direbbe un collega, il ministro Poletti che ci costringe ad emigrare – ci riprovo, sperando di guadagnarmi, con lavoro e umiltà, una seconda occasione. Farò di tutto per meritarmela.
E, intanto, seguiteci sul satellite e in streaming dal computer e dal cellulare sul sito www.euronews.com.
Capito?

TUTTO COMINCIO’ COSI’, PER IL COMMISSARIO WALLANDER

Con colpevole ritardo e in confuso ordine cronologico, ammetto di aver letto solo in questi giorni il primo romanzo della serie del commissario Kurt Wallander, rilanciato alla grande anche in Italia dagli omonimi telefilm (interpretati dalla maschera triste) di Krister Henriksson), ambientati in una cittadina della Svezia. Fu, fin dall’inizio, un grande successo per lo scrittore Henning Mankell, che poi avrebbe reso protagonista il commissario Wallander di altre otto inchieste romanzesche. Questo “Assassino senza volto” è un libro senz’altro moderno e attuale, seppur scritto, ambientato e pubblicato, tra il 1989, il 1990 e il 1991. Oltre alla sagace macchina investigativa, Mankell scrive – con oltre 25 anni di anticipo rispetto ai problemi di oggi – addirittura di “invasione di stranieri” in Svezia – soprattutto dall’Europa dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino – e ne tratteggia le sempre crescenti angosce della popolazione svedese, fino a scoprire che i due assassini sono proprio due profughi cecoslovacchi.
Per certi versi, non eccessivi, un tantino xenofobo, si tratta comunque sia di un romanzo poliziesco molto intenso e che ha riscosso il meritato successo anche in Italia, grazie alla moda, tuttora imperante, del noir scandinavo.
Peccato che Mankell, scomparso due anni fa ad appena 67 anni, non possa più regalarci altri capolavori come questo. 

A BARCELLONA SEMBRA TUTTO NORMALE, MA…

Sono appena tornato da un breve soggiorno di lavoro a Barcellona. E’ una città meravigliosa, una città che ho già visitato diverse volte, ma che non mi stanco mai di ammirare. E’ una città che accoglie tantissimi italiani, anche quelli alla ricerca di un futuro migliore. E’ la città che poche settimane fa, giovedì 17 agosto, è stata teatro di uno dei più sanguinosi attacchi terroristici degli ultimi anni. La cronaca dei fatti la conoscete, purtroppo: un terrorista affiliato all’Isis ha imboccato il viale pedonale delle Ramblas al volante di un furgone bianco lanciato a folle velocità, ha travolto e ucciso 15 persone – tra cui due italiani, Bruno Gulotta e Luca Russo – e ferito altri 88 esseri umani. Fuggito tra i vicoli del centro di Barcellona e braccato in tutta la Spagna, il terrorista Younes Abouyaaquob è stato ucciso qualche giorno dopo, in un conflitto a fuoco, in un paese ad una cinquantina di chilometri da Barcellona.
A distanza di venti giorni è quasi surreale passeggiare per le Ramblas come se niente fosse. O quasi. A Barcellona sembra tutto tornato normale. Ma… Ma non si può fare a meno, almeno io non ci sono riuscito, di guardare le terribili fotografie del dopo-attentato e paragonare lo stesso pezzo di strada dove è avvenuto il massacro a quello dove stavo passeggiando io. Mi è capitato all’inizio delle Ramblas, all’altezza del Burger King, la cui insegna avevo notato in una fotografia raffigurante un ferito che veniva soccorso. Mi è capitato soprattutto calpestando il mosaico di Mirò, nel centro delle Ramblas, proprio là dove il furgone della morte ha terminato la sua folle corsa. Un’opera d’arte realizzata dall’artista catalano proprio per elogiare l’accoglienza e lo spirito internazionale di Barcellona…
La mia, spero lo capiate, non è morbosità, è solo umana curiosità. Riflettendo, naturalmente, su quanta fortuna abbiamo avuto a non essere in quel posto (sbagliato) nel momento sbagliato. Come, purtroppo, è successo alle vittime, ai feriti e persino ai superstiti. Che non dimenticheranno mai e poi mai. 
A Barcellona sembra tutto normale, ma non è così. Il venticello del tramonto è meraviglioso, il mare e la spiaggia di Barceloneta annunciano un settembre ancora “caliente”, i ristoranti sulle Ramblas sono già pieni di turisti a caccia di paella e sangria, la vita – inevitabilmente – continua. La polizia catalana (il Mossos d’Esquadra) vigila in maniera nemmeno troppo discreta: anzi, i poliziotti sono un po’ dappertutto, la loro presenza rassicura come non mai noi piccoli e indifesi turisti. Due furgoni belli robusti della polizia sono sistemati ai lati della fermata della metropolitana di Plaça de Catalunya, dove tutto è maledettamente cominciato. Sembrano le imponenti misure di sicurezza del “senno di poi”, ma tant’è. La paura c’è, ma è meglio non confessarla. Tanto che cosa possiamo mai fare? Stare barricati in casa? Non andare più da nessuna parte? La vita continua. Purtroppo o per fortuna.
E Barcellona rimane bellissima. Anche se non è più la stessa. 

Ius soli: è davvero un baluardo di civiltà?

Sono lieto di ospitare sul mio sito un articolo di Kawtar Barghout, 26enne coraggiosa “Islamica d’Italia” (si definisce cosi), che ringrazio per la collaborazione e per la disponibilità. Grazie ad Andrea Pruiti e al suo blog, che mi hanno permesso di scoprirlo.

“Ius soli: è davvero un baluardo di civiltà?”
di Kawtar Barghout

Negli ultimi giorni a livello mediatico si afferma che lo ius soli sia una legge di civiltà.
Sorge pertanto lecito domandarsi in che termini lo possa essere: in Italia vi sono gravi violazioni dei diritti umani nei confronti degli stranieri ?
A livello normativo la posizione giuridica degli stranieri è identica a quella dei cittadini italiani, infatti non vi è nessuna discriminazione sulla “carta”.
La Costituzione ne è la prova lampante, infatti l’art. 3 Cost afferma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Pure il cittadino straniero è investito dall’uguaglianza formale e sostanziale avendo così una copertura totale dalle discriminazioni che potrebbero sorgere a livello giuridico – istituzionale.
Infatti può esperire qualsiasi azione prevista dall’ordinamento in tutela dei suoi diritti nel caso in cui fossero calpestati.
Il cittadino straniero infatti per la sua posizione di parità con il cittadino italiano si vede riconosciuti a pieno titolo tutti i diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla salute, alla casa, all’istruzione, all’equo processo, libertà di circolazione nel territorio dello Stato, il diritto alla libertà ed alla sicurezza personale, il diritto a non essere sottoposto a pene, trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, diritto alla difesa  ect ect.
La Corte costituzionale ha affermato che il principio di eguaglianza previsto dall’art. 3 Cost. deve essere interpretato sia in connessione con l’art. 2 Cost., che prevedendo il riconoscimento e la tutela dei “diritti inviolabili dell’uomo” che non distingue tra cittadini e stranieri, ma garantisce i diritti fondamentali anche riguardo allo straniero (Corte cost. sent. 18 luglio 1986, n. 199), sia in connessione con l’art. 10, comma 2, Cost., che rinvia a consuetudini e ad atti internazionali nei quali la protezione dei diritti fondamentali dello straniero è ampiamente assicurata.

Il cittadino ovviamente gode di diritti maggiori rispetto allo straniero per via del suo rapporto permanente con lo Stato, infatti i diritti dello straniero «rappresentano un minus rispetto alla somma dei diritti di libertà riconosciuti al cittadino» (Corte cost. sent. 15-21 giugno 1979, n. 54) e ciò consente al legislatore di introdurre una serie di limitazioni nei confronti dello straniero soprattutto nei riguardi dei diritti connessi allo “status activae civitatis”, ovvero i diritti politici.

Queste limitazioni nei diritti nei confronti dello straniero non sono un’ingiustizia, bensì si basano sul principio della reciprocità (art. 16 delle preleggi): tutti gli Stati presentano delle limitazioni nei confronti degli stranieri presenti nel loro territorio.

Molti affermano per giustificare lo ius soli che il cittadino straniero non possa accedere ai concorsi pubblici.
La legislazione attuale afferma che lo straniero può partecipare a determinanti concorsi solo se non vi sia l’esercizio di pubblici poteri. (es. Ordinanza del 27 maggio 2017, R.G. 1090/17).

Queste riflessioni mi portano quindi, a giudicare lo ius soli una mera aberrazione giuridica in quanto il cittadino straniero in Italia non subisce alcuna discriminazione.

Il concetto di cittadinanza deve essere legato a quei nobili sentimenti che sono la condivisione del patto sociale, l’abbracciare i valori fondanti della nostra Costituzione e orgoglio nazionale.
Ridurre la cittadinanza a mera frequentazione di un ciclo scolastico o nascita nel territorio dello Stato è decisamente riduttivo vista la complessità e la sensibilità del tema in questione.
Il legislatore che si occupò della L. 91 / 92 non contemplò lo ius soli puro per questioni geografiche.
L’Italia essendo in una posizione delicata non era funzionale una legislazione di questo tipo.
Le mie considerazioni sul caso sono le medesime, vista la situazione migratoria attuale e soprattutto visti gli innumerevoli escamotage che permettono di ottenere un permesso di soggiorno di varia natura che poi si potrà convertire in permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo, che è uno dei requisiti per l’ottenimento della cittadinanza italiana per i minorenni nati all’estero.
Affermare che lo ius soli puro è applicato negli Stati Uniti come mezzo per sottolineare la bontà di questa proposta di legge e l’arretratezza del nostro sistema giuridico è palesemente scorretto.
La Corte Permanente di Giustizia Internazionale – Parere 7/2/ 1923 afferma che  “le questioni della nazionalità riguardano il dominio domestico, cioè riservati allo Stato”.
Lo stesso Dionisio Anzilotti afferma che ogni Stato è libero di regolare le condizioni della cittadinanza, quindi prendere a paragone un paese terzo e non la situazione attuale e concreta è l’approccio sbagliato ad una questione così spinosa che richiede pragmatismo.
L’attuale classe politica inoltre fa leva sul fatto che chi nasce in Italia senza la cittadinanza italiana risulta discriminato e non tutelato, ma tutto ciò non è veritiero.
In primis la cittadinanza non è un diritto qualora un soggetto non rischia di diventare apolide come affermato dalla Dichiarazione universale dell’uomo del 1948 (Art. 15: “ Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza “).
I bambini nati in Italia da cittadini stranieri non rischiano di diventare apolidi in quanto ottengono per ius sanguinis la cittadinanza dei genitori.
Sarà al compimento dei 18 anni con apposita domanda all’ Ufficiale di Stato Civile che acquisteranno la cittadinanza italiana (art. 4 comma 2 L.91 /92) e potranno esercitare i diritti politici che spettano solo ai maggiorenni come l’elettorato attivo e passivo e l’accesso ai concorsi pubblici, ect ect.
Per quanto riguarda chi non è nato in Italia la questione è che hanno un legame con un altro paese e non solo con lo Stato Italiano, ergo l’espletamento di un ciclo di studi non è la condizione sufficiente per l’ottenimento della cittadinanza italiana.
Il bambino nato in uno Stato estero avendo un legame con un altro Stato deve, a mio parere, sottostare al potere di discrezionalità dello Stato che vaglierà la sua posizione e deciderà se è nel suo interesse riconoscerlo come cittadino.
Il semplice espletamento di un ciclo di studi, che è un dovere oltre che per lo Stato anche per se stessi, non garantisce l’adesione al patto, il riconoscimento dei valori e dei DOVERI contenuti nella Costituzione che sono la colonna portante dello Stato di diritto.

Non è concepibile ridurre la cittadinanza a semplice espletamento di un ciclo scolastico o mezzo per evitare il visto scolastico per la gita in paesi in cui è richiesto perché concepito come un’ ingiustizia da alcuni stranieri e attivisti per i diritti umani.

La foto del giorno. Anzi, la foto dell’anno

Oggi, giovedì 24 agosto, anniversario del devastante terremoto che colpì un anno fa il Centro Italia, Roma è stata teatro di duri scontri tra forze dell’ordine e migranti, in occasione dello sgombero forzato di uno stabile occupato, pare, abusivamente. In mezzo a scene di tante violenza e guerriglia urbana – senza, in questo contesto, affibbiare la responsabilità da una parte all’altra – mi preme sottolineare, e pubblicare, la bellezza e la delicatezza di questa fotografia, così rara: la carezza di un poliziotto in divisa ad una ragazza migrante. La didascalia ideale sarebbe questa: “Siamo tutti dalla stessa parte”. 
E’ la foto del giorno. Anzi, la foto dell’anno.
Peccato che sia solo una foto, e per di più rara.