“Celo, manca, celo”. Il magico mondo delle figurine dei calciatori

Articolo di Moreno D’Angelo

Chi non ricorda le figurine dei calciatori?
Un mito, come quel Pizzaballa che non si trovava mai…
Un mondo che ci ritorna in mente con simpatia e nostalgia.
Le figurine Panini, nate nel 1960, hanno coinvolto intere generazioni, fin da bambini, con tanto di quotazioni, scambi, giochi e leggende.

Quando Pizzaballa non era ancora introvabile....
Quando Pizzaballa non era ancora introvabile….


Un’idea, quella delle figurine con i calciatori, avuta dai fratelli Giuseppe e Benito Panini che, a Modena, stamparono il primo album: e la prima figurina rappresentava il capitano dell’Inter Bruno Bolchi.

Il successo fu immediato. Le figurine andarono a ruba. Erano in vendita in una bustina che costava 10 lire e ne conteneva cinque. Il loro logo, rimasto iconico, aveva un’immagine ispirata ad una rovesciata di Carlo Parola durante un Fiorentina-Juventus del 1950.

La coccoina

Le prime figurine si incollavano spennellando dal barattolino di “coccoina”. I più anziani ricorderanno anche lo strano e intenso odore di quella pasta bianca e quei primi album rigonfi di colla e figurine.

Poi negli anni ‘70 arrivarono le autoadesive. In questo, la Panini di Modena fu pioniera. Con le adesive plastificate fu tutto più agevole per collezionisti e per chi ci giocava per ore. Ebbero una popolarità pazzesca negli anni 70 e 80. Non erano solo collezioni, ma anche un modo per esaltarsi con i propri beniamini e con il meglio del calcio.

Ricordo che nelle prime edizioni la serie B aveva figurine con due giocatori e, nell’album, una scheda riportava i dati dei singoli calciatori, della società e dello stadio.

Testimonianza. “Guardavo le figurine sotto il banco a lezione”

“Avevo sette anni e ricordo quando la zia mi comprò 40 bustine. Ero felice di scartare tutte quelle bustine. Il giorno dopo, mentre la maestra spiegava storia, fui beccato a guardarle sotto il banco. Ero stato l’unico tra i miei compagni a trovare lo scudetto della Juve. Quando la maestra mi sequestrò tutte le figurine mi misi a piangere”, è il ricordo del torinese Beppe Capriolo, che gli amici chiamano Tuttocalcio per la sua memoria prodigiosa, capace di citare una miniera di dettagli, risultati, formazioni, episodi e curiosità del passato, passando dall’Inter di Jair, al Milan di Cudicini, dal Mantova all’Internapoli o alla Juve con Anzolin in porta.

Quelle figurine introvabili

“A quei tempi – precisa Capriolo – oltre a Pizzaballa erano diverse le figurine introvabili che ti facevano arrabbiare perché non potevi completare l’album. Tra questi vi era il terzino del Napoli Luigi Pogliana, che non avrei mai scambiato neanche per diversi scudetti o per la squadra della Roma (quanto mai rara)”.

Pogliana restò in azzurro dal ‘67 al ’77 (dieci anni nella stessa squadra, un fatto oggi impensabile): al suo arrivo trovò Zoff, Sivori e Altafini e Canè, ma la sua figurina valeva molto di più di quella dei noti fuoriclasse. Pogliana, da difensore, fece pochissimi gol, ma segnò due reti alla Juve nel ‘70.

Anche la figurina di Ezio Pascutti era rara. Il centravanti di quel grande Bologna di Bulgarelli, allenato da Fulvio Bernardini.

 Memorabile, andando indietro nel tempo,  è stato il difensore Giacomo Losi, capitano e “core” di quella Roma che nel 1961 vinse la Coppa delle Fiere. Famoso per il suo presidio costante in mezzo all’area.

Era difficilissimo pescare anche lo scudetto del Pro Patria di Busto Arsizio, con quella maglia inconfondibile con le fasce orizzontale blu e bianche.
“Quando lo trovai, un ragazzo mi offrì Haller, Rivera, Sormani e Biasiolo, ma non io cedetti” ricorda Capriolo, che aggiunge: “Certo se avessi conservato quegli album oggi avrei potuto venderli anche a 2000 euro! Ma poi chissà se avrei poi davvero venduti quegli album rigonfi di sogni e ricordi della giovinezza”… 

Incredibili quotazioni: 6000 euro per un album

Non si faranno più gli album come un tempo, ma il business del mercato delle figurine di calcio è milionario, con alcune quotazioni elevatissime e vere e proprie aste.

Si pensi che un Maradona con l’Argentinos Juniors, ovviamente certificata, può superare i 500mila euro, mentre il Messi del 2004 ha raggiunto il milione di dollari.

Per la figurina di Ronaldo del 2002, Panini edizione Portugal, “bastano” 100mila dollari.

Tornando sulla terra, per un Pizzaballa originale è quotato sui 250 euro, meno di Gigi Riva che supera i 300.

I collezionisti possono aggiudicarsi una bustina Panini sigillata del 1984 85: 45 euro, Mentre un album completo calciatori con figurine cartonate del 1959-60 può arrivare anche a 6mila euro.

Oggi un Giovanni Trapattoni (Milan ’68-69) si compra per 11 euro, mentre fu stata molto ricercata la figurina di Gianni Rivera, storico capitano del Milan(’67-68): oggi quota 10 euro.

Da segnalare, per chi volesse ottenere un facile guadagno ricorrendo ai vecchi album, che le figurine “recuperate e staccate” da un vecchio album hanno un valore molto inferiore a quelle intonse.

Quel Ciccio Graziani portiere

Nel parlare di figurine e di un calcio di altri tempi si ricordano episodi come un Ascoli-Bologna, del gennaio 1975, in cui un raccattapalle levò dalla rete un pallone tirato da Savoldi. Un gol che l’arbitro Barbaresco non vide. Non c’era il VAR…
Altro episodio storico vide Ciccio Graziani in veste di portiere per l’espulsione di Castellini. Graziani fu il migliore in campo in una partita del Torino contro il Borussia Monchengladbach in Coppa dei Campioni nel 1976.

Roberto Mozzini e Ciccio Graziani in Borussia Monchengladbach-Torino (3.11.1976)
Roberto Mozzini e Ciccio Graziani in Borussia Monchengladbach-Torino (3.11.1976)


Memorabile fu lo spareggio scudetto del ’64, perso dall’Inter di Helenio Herrera (detto “il Mago”, che aveva sconfitto il Real di Puskas e Di Stefano in finale Coppa Campioni), contro il Bologna di Fulvio Bernardini, grazie ai gol di Perani  e del Nielsen, con un  giovane Helmut Haller, che poi passò alla Juve, come ala si diceva un tempo, precedendo l’epopea di Franco Causio.

Merito un cenno anche la Coppa delle Fiere vinta dalla Roma nel 1961. Tutte vicende che gli album delle figurine fanno riemergere, con la loro parte dedicata a Coppa dei Campioni, Coppa delle Fiere (l’odierna l’ex Coppa Uefa, ora Europa League) e Mitropa Cup, l’antica Coppa dell’Europa Centrale che partì nel 1927, dove erano presenti diverse squadre dell’est europeo.

Il mitico Pizzaballa

Nel mondo delle figurine un punto chiave resta, sempre e comunque, quel Pizzaballa introvabile. Un portiere che giocò dal 1958 al 1966 e la cui figurina è stata stata battuta all’asta a 425 euro.

Cristiano Tassinari, giornalista sportivo, appassionato di figurine e già collaboratore della Panini (giura di poter dimostrare che la “mescola” delle figurine avviene in maniera assolutamente casuale, senza misteri, almeno apparenti…), ricorda come il bergamasco Pier Luigi Pizzaballa, classe 1939, figlio di un panettiere e settimo di otto fratelli, fosse un tempo alquanto infastidito dalla fama legata alla sua figurina, nonostante fosse un bravissimo portiere. Una volta smesso di giocare, ammise che quella figurina introvabile lo aveva reso praticamente immortale, dopo cinquant’anni di una carriera di ben 302 partite complessive, con Atalanta (sua squadra del cuore), Roma, Verona e Milan, vincendo due Coppe Italia e una presenza in Nazionale (1966 come terzo portiere della sfortunata Italia di Edmondo Fabbri, eliminata dalla Corea del Nord).
Grazie alle figurine, il nome di Pizzaballa lo conoscono anche molti giovani, per dire…
I tempi di Pizzaballa videro una generazione di portieri di altissimo profilo: Albertosi, Vieri, Bordon, Zoff, Negri, Anzolin, Cudicini, Castellini.

Cristiano Tassinari e Pierluigi Pizzaballa ad un incontro pubblico a Bergamo.
Il giornalista Cristiano Tassinari e Pierluigi Pizzaballa ad un incontro pubblico a Bergamo.


Curiosità

Il mondo delle figurine può farci scoprire persino un mare di curiosità, come quel Torino Talmone del 1958-59, che giocava al Comunale e che fu la prima squadra ad avere uno sponsor. Anche se quell’anno finì in serie B, per tornare poi, subito promosso, al Filadelfia. O quel giovanissimo e indimenticabile Gigi Meroni, che giocò nel Genoa prima di diventare la “Farfalla Granata”.

Valide e bisvalide

Le figurine erano a volte contrassegnate come le valide e le bisvalide. Erano come dei punti che consentivano di avere dei premi “come un calciobalilla senza gambe che sistemavi sul tavolo e che mi costò ben 2000 valide”, ricorda l’esperto Capriolo.

Calcio e geografia

C’è anche chi, come l’opinionista fiorentino Flavio Ciasca, evidenzia come quelle figurine potevano anche  aiutare qualche bambino a leggere e in rudimenti di geografia.

Il mondo del calcio nel museo del Genoa

Nello storico Porto Antico di Genova, presso il Museo della Storia del Genoa, la Fondazione Genoa 1893, in collaborazione con Genoa CFC, ha realizzato una straordinaria e curata esposizione di riviste, immagini, video e note del calcio dell’altro secolo che gli appassionati non possono perdersi.

Il più grande collezionista cerca un museo e un centro per le figurine

Tutti ricordano figurine e emozioni nel ritrovarsi con i propri beniamini e con i colori delle squadre del mondo, certo, ma a quanto pare non risulta semplice la realizzazione di un museo delle figurine, come lamenta il più grande collezionista del mondo di figurine calcistiche Gianni Bellini (4000 album e 2,5 milioni di pezzi nella sua casa di San Felice sul Panaro, nel Modenese) dal 1970 a oggi. La sua idea di museo intende essere tante cose.

“Un percorso sull’evoluzione grafico, cromatico e culturale che può partire dal taglio dei capelli, dai colori di maglie e abbigliamento, che prevede un centro di scambio per collezionisti diretto e un centro multimediale per sfogliare in modo digitale gli album e il materiale. Questo con expo mirati su grandi eventi e singole tematiche del calcio, con focus su rarità e curiosità”, spiega Bellini.

Da sottolineare che Gianni Bellini, nella sua ricerca di una location, che per dimensioni e attività supera di molto quelle presenti nel Museo della Figurina di Modena, trovando ostacoli sul territorio nazionale, stia pensando a realizzarlo in realtà come Dubai o Miami, da dove ha ricevuto interessanti proposte.
Insomma: come per quelle finali che vengono giocate in luoghi molto lontani dalla nostra passione nostrana.
Certo noi facciamo tutti il tifo affinché questo super museo della figurina e del mondo del calcio resti in Italia.

Tifo e figurine

Il mondo delle figurine di quegli anni contribuì ad alimentare quella malattia del tifo che iniziava fin da bambini, con conseguenti litigi, sofferenze  gioie e infinite polemiche con i compagni di giochi e di scuola, con cui ci si scatenava poi in infinite partite a pallone.

Concludiamo con una nota storica: la prima figurina di calciatori risale al 1894 in Inghilterra e attesta il legame forte tra calcio e figurine. Le riproduzioni dei giocatori e gli album esistevano già in precedenza, ma occorse attendere gli anni ’60 per il vero e proprio boom di questo fenomeno, che negli anni ’90 è progressivamente calato, ma tutt’altro che scomparso, lasciando spazio ad altri fenomeni come le “card” dei calciatori (molto amate dai bambini) e il collezionismo, un vero boom che riunisce, sotto un’unica passione, tante persone di età, origine e estrazione sociale diversa, ma con una sola Dea pagana: la Figurina!

Quel “Tempo delle Mele”…

Il 17 dicembre del 1980, 45 anni fa, usciva nelle sale cinematografiche francesi “La Boum” (letteralmente: La Festa, da noi arrivato con il titolo leggendario “Il Tempo delle Mele”), un film – e una colonna sonora – diventato nel tempo un cult e simbolo generazionale dell’amore adolescenziale, lanciando la giovanissima Sophie Marceau, allora 14enne, scelta dopo i provini di 3.000 ragazze.
Scelta azzeccatissima!

Nicola Pietrangeli, sempre il numero 1

Oggi un ragazzo, un giovane, un trentenne, fanno fatica a capire cosa abbia rappresentato Nicola Pietrangeli non solo per il tennis e lo sport italiani, ma per il nostro costume.

Abbagliati dall’era d’oro di Jannik Sinner e dell’incredibile nidiata di campioni che ci ha portati a dominare la scena mondiale, forse qualcuno stenterà a credere che per una lunga stagione fummo messi sulla cartina geografica del tennis globale grazie a questo elegante ragazzo, pronto a imbucarsi nella vita e nei migliori salotti europei e mondiali con la naturalezza di chi è nato “di classe”. Pur senza averne i mezzi.

Nicola Pietrangeli è stato un fenomenale giocatore di tennis, ma anche un interprete sublime dell’arte di vivere. E vivere bene.
In tempi in cui lo sport professionistico era ancora una chimera, si guadagnava pochino anche ai vertici mondiali e se vincevi due volte il Roland Garros e facevi semifinale a Wimbledon.
Il nostro numero uno era di casa nell’epoca più glamour di Montecarlo – dove lo è rimasto sino agli ultimi giorni della sua vita – trattato come il figlio di una nobile casata europea. Ascoltare i racconti delle sue intemerate in coppia con l’amica di un’intera esistenza, Lea Pericoli, era irresistibile. Non avevano un quattrino e vivevano da nababbi, grazie alle racchette, al talento, alla fantasia e a una buona dose di faccia tosta.

Nicola Pietrangeli ha vissuto una vita di 92 anni sentendosi il numero uno e sopportando notoriamente il giusto chi poteva soffiargli lo scettro di più forte, più famoso, più bello, più bon vivant d’Italia. Ne sanno qualcosa Adriano Panatta e, negli ultimi anni di vita, lo stesso Jannik Sinner.
Qualche battuta il grande Nicola avrebbe potuto evitarla, per non essere inseguito dal sospetto di rodere un po’. Eppure, se ci pensiamo, anche questo è parte fedele e squisita del personaggio. Se non le avesse fatte quelle battute, sarebbe stato un po’ meno Nicola Pietrangeli, un po’ più finto.

Lui veniva da un’era in cui il problema non era fingere di essere perfettino, ma imbucarsi con classe e nonchalance al circolo di Montecarlo. Vuoi mettere….

(Fulvio Giuliani)

Ornella Vanoni, l’usignolo d’Italia che canta ancora

Ornella Vanoni se n’è andata, e lo ha fatto a modo suo, sbadatamente, sbuffando, con una voglia di gelato insoddisfatta e quel capriccio, l’ultimo, che ha dimenticato sulla credenza prima di uscire di scena. Non fatevi ingannare da chi analizza puntualmente le vite altrui a posteriori: la morte fa tutti grandi e, talvolta, assimila la straordinarietà alla normalità.

Ma per la grande interprete milanese questo non vale. Lei è stata la più grande cantante italiana del dopoguerra, e anche di gran lunga. Mina, per quanto bravissima, non potrà mai uguagliarla, non certo per la tecnica vocale, lì vincerebbe sempre e comunque la tigre di Cremona, ma per la semplicità e la naturalezza con cui ha trasformato il parlare comune in canto, allo stesso tempo essenziale e sognante, organo vitale costantemente irrorato da un immenso cuore.

Voce mutevole come ore del giorno, strade assolate, temporali e stagioni, ma sempre con lo stesso effetto ipnotico, indulgente e ammaliante, è stata – e forse per sempre sarà – l’usignolo d’Italia. E come un usignolo si è appartata e ha intonato la sua melodia necessaria, il suo richiamo d’amore. E facendolo ci ha attirati in un mondo fatto di note e sussurri, toni e gorgheggi, spartiti di lacrime e risate, giurando, rimuovendo e modulando il suo senso della vita sulle strofe che di volta in volta ha cantato, sempre pagando di persona, e sempre credendo nel suo tempo e nella sua magia, mai alle sue asettiche e algide raffigurazioni.

Femmina come poche, è stata così libera e indipendente da evocare sempre il canto dell’usignolo, con le sue mille tonalità, apprese o forse da sempre conservate nelle oscure e fragili profondità della sua anima. Giambattista Marino, parlando di questo uccello, nel suo poema eroico L’Adone, ha scritto: “In mille fogge il suo cantar distingue / e trasforma una lingua in mille lingue”.

Provate a chiudere gli occhi e riascoltare le decine e decine di canzoni che ha reso immortali, e ditemi se non è proprio nella multiformità – quella dai “toni singoli e doppi densamente allineati l’uno all’altro” dell’usignolo appunto – che è riuscita magistralmente a scrivere la sua storia canora. E come un usignolo è giunta dai luoghi più appartati e oscuri della sua altrettanto poliedrica umanità – la ricorderete di certo agli esordi della folgorante carriera nelle canzoni della mala – per coltivare poi senza più tentennamenti una primavera di canzoni universali e bellissime, anche quando non era l’amore (il signore incontrastato della sua vita professionale e personale) ma il dolore a rappresentarla. L’ho sempre amata, nei suoi successi come nei suoi insuccessi – canticchio ancora spesso “La voglia di sognare”, che lei stessa definì  durante un concerto una “canzone di nessun successo” – alla pari solo di Lucio Battisti, l’unico capace di starle al passo, per valore intrinseco dell’artista e assenza assoluta di una qualche collocazione temporale alla loro produzione musicale. Ho perfino scritto tanto tempo fa un testo per lei, mai giunto a destinazione e ora perso chissà dove. Nella mia testa c’era la sua voce a intonarlo, nel mio cuore il suo sorriso malinconico e benevolo ad accoglierlo.

E ora che quell’usignolo è partito per terre da cui non si torna più indietro, mi resta la rabbia per non averglielo mai spedito. Ma forse è meglio così, oggi avrei ancora più nostalgia per averla perduta, quando in verità è solo migrata – come ogni buon uccello che si rispetti – per portare i suoi abbracci, le sue grandi e fragorose risate, le sue parole sussurrate e, soprattutto, le sue straordinarie interpretazioni, al buon Dio, che se ne beerà, né più né meno di come abbiamo fatto (e continueremo a fare) noi qui in Terra. Perché quello che è stata – non solo quello che ha cantato – resterà vivo in noi per sempre, a lenire il nostro dolore, accarezzarci e migliorarci, proprio come fa il canto di un usignolo, da qualunque angolo della terra, o del cielo, provenga.

(Gerardo Casucci, “Ottopagine”)

Le gemelle Kessler, sempre insieme. Anche nella morte

Una storia incredibile: una vita sempre insieme! Anche nella morte.
Le gemelle Alice ed Ellen Kessler sono morte oggi, 17 novembre 2025, all’età di 89 anni.
In passato avevano detto: “Vorremmo morire lo stesso giorno”.
Si tratta di un insolito caso di “doppia morte assistita”.
Per loro espressa volontà, le ceneri verranno messe in un’unica urna.

In Germania, la “morte assistita” è consentita a determinate condizioni: la persona deve, tra le altre cose, “agire in modo autonomo e di propria spontanea volontà”, autosomministrandosi il farmaco letale, oltre ad essere maggiorenne e avere capacità giuridica. L’assistenza non può eseguire l’atto letale: questa sarebbe “eutanasia attiva”, che è invece vietata.

Nate il 20 agosto 1936 a Nerchau, in Sassonia, le due sorelle, Alice ed Ellen, famose anche in Italia come cantanti, ballerine, attrici e intrattenitrici, erano note anche come le “gambe della nazione”, grazie alla loro iconica presenza scenica, resa celebre già nel 1959. In Italia ebbero enorme notorietà a partire dagli Anni 60 grazie alla partecipazione ai più grandi varietà televisivi dell’epoca.

Con le canzoni come “Da-da-un-pa”, “Pollo e champagne” e “La notte è piccola” e con il fisico slanciato le biondissime sorelle hanno conquistato una popolarità straordinaria nei più noti programmi televisivi della Rai in bianco e nero. Le loro gambe lunghe e affusolate sono entrate nell’immaginario collettivo stravolgendo la storia della tv, cantando e ballando negli show del sabato sera come “Giardino d’invermo”, “Studio Uno” e “Canzonissima”.

Sul grande schermo appaiono nei film “Gli invasori” (1961) di Mario Bava (1961), “Rocco e le sorelle” (1961) di Giorgio Simonelli, “Sodoma e Gomorra” (1962) di Robert Aldrich, “Canzoni, bulli e pupe” (1964) di Carlo Infascelli, “Il giovedì” (1964) di Dino Risi, accanto ad Alberto Sordi. Nel 1963 appaiono sulla copertina della rivista “Life” e esordiscono nel teatro impegnato di Bertolt Brecht.

Inseparabili nella vita e unite anche nella morte, le Kessler avevano manifestato il desiderio di essere sepolte insieme, in un’unica urna, accanto alle ceneri della madre Elsa e del cane Yello.

“È ciò che abbiamo stabilito nel nostro testamento”, aveva dichiarato Ellen in un’intervista rilasciata al quotidiano “Bild” nell’aprile del 2024.

Rip.

Parigi, 10 anni (di terrore) dopo

13 novembre 2015. Gli attacchi terroristici a Parigi.
Sono passati 10 anni.
Ci fu anche una vittima italiana: Valeria Solesin.

Una notte di terrore nel cuore d’Europa.

Parigi, 13 novembre 2015. Tre squadre di jihadisti legati all’Isis trasformano la città in un inferno.

Tutto comincia alle 21.16, nei pressi dello Stade de France, con tre esplosioni kamikaze. Pochi minuti dopo, il terrore si sposta nelle vie della movida parigina.

Ma è il Bataclan, storica sala da concerto, a pagare il prezzo più alto. Alle 21.50, un gruppo di terroristi fa irruzione nel locale. Il rullo di batteria degli Eagles of Death Metal si confonde col rumore dei fucili d’assalto.

Il bilancio è devastante: 130 morti, oltre 400 feriti. 90 le vittime solo al Bataclan. Tra queste, anche la giovane italiana Valeria Solesin.

“È un atto di guerra”, dichiarerà poco prima della mezzanotte il presidente François Hollande in un messaggio indirizzato alla nazione.

Dieci anni dopo, Parigi e la Francia ricordano quelle ore drammatiche. Ma la ferita è ancora aperta, e il terrorismo rimane una minaccia.

Claudia Cardinale, la più bella del cinema italiano

Claudia Cardinale, icona del cinema a partire dagli anni ’60, è morta il 24 settembre scorso all’età di 87 anni, circondata dai suoi figli, a Nemours, vicino a Parigi, dove viveva.

Era malata da tempo.

Questa foto 📷 le venne scattata al British Film Festival di Sorrento, nel 1967, quando Claudia Cardinale aveva 29 anni.

Claude Joséphine Rose Cardinale, nata a Tunisi il 15 aprile 1938, è stata una delle attrici più celebri del cinema italiano e una delle ultime dive del secondo Novecento: ha vinto tre David di Donatello e tre Nastri d’argento, oltre al Leone d’Oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1993.

Tra i suoi film più celebri, accanto al protagonista Marcello Mastroianni, “Il bell’Antonio” di Mauro Bolognini, “La ragazza con la valigia” di Valerio Zurlini, “8 ½” di Federico Fellini e, soprattutto “Il Gattopardo”, di Luchino Visconti.

E’ stata anche Paolina Bonaparte in “Austerlitz”, e Claretta Petacci in “Claretta” del compagno Pasquale Squitieri, il secondo uomo importante della sua vita, dopo il matrimonio con il produttore Franco Cristaldi (ha ammesso, però, di aver avuto un breve flirt con un certo Marlon Brando).

Ad appena 20 anni, Claudia Cardinale diede alla luce il figlio Patrick – poi adottato da Cristaldi – frutto di una violenza subita da parte di uno sconosciuto.

Durante la sua lunga carriera, iniziata a metà degli anni Cinquanta, e proseguita per più di sessant’anni, ha recitato in una vasta gamma di generi cinematografici. Dalla commedia all’italiana agli spaghetti western, dalle pellicole drammatiche a quelle storiche, sino a quelle di stampo hollywoodiano, lavorando saltuariamente anche nella musica, in teatro e in televisione.

Claudia Cardinale ha partecipato a più di 150 film, alcuni dei quali considerati delle pietre miliari del cinema d’autore.

❤️ Rip.

IL SOGNO DELLA FINALE DI TENNIS


Stanotte ho sognato che stavo per disputare la finale del torneo di tennis 🎾 di Wimbledon, contro Carlos Alcaraz. Ma non ero Jannik Sinner, ero proprio me stesso, Cristiano Tassinari, con la mia “certa” età e con qualche tonnellata di troppo.
Grazie ad un buon gioco da “formichina” da fondo campo e ad un tabellone fortunato (negli ottavi ho eliminato il vecchio Djokovic, nei quarti il russo Medvedev si è ritirato perché è dovuto partire per il fronte ucraino e in semifinale ho battuto l’australiano De Minaur, che soffriva di dissenteria!), sotto la guida del mio allenatore Roberto Meotti (già prezioso sparring partner in gioventù al paesello) e con il fondamentale aiuto del mental coach Diego Malcangi, ho superato le qualificazioni e sono arrivato in finale. Comunque vada, salirò al numero 286 della classifica mondiale e riceverò un bel bonifico sul mio anemico conto corrente….
Quella domenica di luglio, arrivo all’All England Club di Wimbledon in ritardo, appena un quarto d’ora prima dell’orario previsto per l’inizio del match, perché l’autobus non è passato e non mi sono potuto permettere di prendere un taxi. All’ingresso mi scambiano per un “ragazzo” del McDonald’s e vogliono spedirmi a friggere patatine, poi interviene il grande ex tennista John McEnroe, che mi riconosce come la “meteora” del torneo e mi accompagna fino agli spogliatoi, ovviamente dopo che ho voluto fare il selfie con lui. Mentre Alcaraz è già sul campo in erba ad allenarsi davanti a migliaia di spettatori, io sono nel mio spogliatoio ad insistere con il tizio direttore del torneo che voglio mettermi la maglietta nera (“Perché sfina, c’è la diretta tv su Supertennis!”, gli dico, inutilmente), ma alla fine devo proprio indossare la maglietta bianca che “fa tradizione” e che ho comprato al mercato, una Nike taroccata in “Mike”….
Finalmente entro in campo, tra il boato degli italiani che vivono a Londra e che vedono in me una sorta di “riscatto sociale”, pensa te!
Mi faccio un selfie, incredulo di essere arrivato a Wimbledon dopo aver giocato a tennis per anni, alla sera, nella palestra della vecchia scuola elementare Massimo Malaguti e dopo aver perso più volte in carriera dal noto “Bam Bam”, la mia bestia nera, il temibile baffuto operatore ecologico del paesello, alto 1,55, che più volte mi ha eliminato da tornei prestigiosi disputati al vecchio Tennis Club Sant’Agostino in terra rossa, di cui ho fatto il custode nel lontano 1990. Bella storia strappalacrime, da raccontare a “Verissimo” (la Toffanin mi ha già invitato!)…
Ma, in fin dei conti, se in finale a Wimbledon c’è arrivato pure Berrettini, perché non io?
Tra i messaggi ricevuti c’è quello del mio compagno di doppio Gianfranco Pecile, quello del mio manager Riccardo Maccaferri, quello dell’amico Massimo Piattella, che mi sta guardando di notte in tv dall’Australia, quello del mitico grande ex tennista Michele Morselli che mi guarda dal Brasile, e quello di Nicola Pietrangeli, che mi dice che, anche se dovessi vincere Wimbledon, rimarrà comunque lui il più grande tennista italiano di tutti i tempi, altro che Sinner, Panatta, Ocleppo e Tassinari…
In tribuna, intravedo l’inviato Matteo Musso pronto a scrivere un bell’articolo sul “Carneade” del tennis italiano e in postazione tv ci sono i grandi Omar Camporese e Paolo Bertolucci. Se ci fossero anche Giampiero Galeazzi, Rino Tommasi e Gianni Clerici…
Mia moglie e mio figlio non ci sono, perché lui aveva la partita del torneo regionale di calcio e poi preferisce il ping pong al tennis…
Intravedo anche l’amico Luca Bertalotti, a cui ho trovato un biglietto in prima fila, praticamente di fianco alla Principessa Kate e ai marmocchi reali presenti in tribuna.
Mentre Alcaraz sta provando il suo potente servizio, io scorro un attimo Facebook: Fedez ha scritto che ho un accento troppo emiliano e sembro Andrea Roncato da vecchio, Salvini mi fa il suo “in bocca al lupo” per la finale e mi sono subito toccato (ferro!), mentre molti “haters” commentano che sono troppo grasso per fare l’atleta, un po’ come quel coreografo e ballerino con la ciccia…
Il giudice arbitro mi dice che è ora di iniziare, anche se ho fatto zero riscaldamento.
Foto di rito – quella che vedete qui sotto – tra me e Alcaraz: ne farò un bel quadretto in soggiorno a casa!
Alcaraz, con la sua nota simpatia, mi stringe la mano tipo tenaglia e mi dice: “Sono obbligato a darti una vera lezione di tennis!”.
A me non mi frega molto delle sue parole: che vinca o che perda, io sono già contento di essere lì!
Poi, il sogno finisce così, all”improvviso, con il tabellone ancora sullo 0-0, senza sapere se ho vinto o perso. Lasciandomi…sognare una clamorosa vittoria!
(Se volete il mio pronostico, vince Alcaraz 6-4 7-6 6-1, ma solo perché mi sono venuti i crampi e perché i salatini ai wurstel, ad ogni cambio di campo, mi hanno leggermente appesantito!).
Ma perché ho fatto questo sogno?
Voglia di “Momenti di Gloria”?
O, a forza di parlare di tennis e di Sinner, ho voluto inconsciamente trasformarmi in un atleta di successo?
O semplice desiderio di una sfida che abbia il sapore del riscatto sociale?