Il Mondiale di calcio è bello. Anche senza l’Italia

Dopo che ormai abbiamo digerito il terzo Mondiale di calcio senza gli Azzurri, ora ci stiamo godendo la Coppa del Mondo “allargata” (48 squadre) voluta da Gianni Infantino, incontrastato boss italo-svizzero della Fifa, amico di tutti i ricchi e potenti (Trump compreso).
E tra le imprese delle attesissime grandi star (Messi, Cristiano Ronaldo, Mbappé, Haaland, Kane…) è bello ammirare anche le belle prestazioni di alcune squadre poco conosciute calcisticamente o, addirittura, alcune di loro, all’esordio mondiale.
E’ il caso di Capo Verde, eliminato soltanto dall’Argentina, dopo una partita epica. Ma anche il Congo, Curaçao, Haiti, Panama, Giordania, Iraq, Iran…

Chi meglio, che un po’ meno, ma tutte squadre e giocatori dignitosissimi, che al cospetto dei grandi campioni milionari non hanno certo sfigurato, mettendo il campo il cuore e l’attaccamento alla maglia del loro paese.
Credo che, oltre al sorprendente Capo Verde (nella foto grande: i tifosi capoverdiani contro l’Uruguay, partita finita 2-2), una menzione speciale debba assolutamente andare ad Haiti, al Congo e all’Iran.

Haiti perché è uno dei paesi più poveri e più tormentati del mondo (terremoti, epidemie…), il Congo perché travolto negli ultimi mesi dall’ebola e l’Iran perché è un paese in guerra e i suoi calciatori sono stati addirittura fischiati allo stadio, durante l’inno nazionale dal pubblico americano, rispondendo con un dignitosissimo silenzio.

A chi contesta l’allargamento “politico” del Mondiale rispondiamo che il calcio è talmente popolar,e e si gioca in ogni angolo della Terra, che è giusto che anche nazioni piccole, povere, senza strutture e senza ambizioni, riescano a realizzare il sogno di partecipare alla Coppa del Mondo di calcio. 
E per noi si tratta di una utile lezione di vita, persino doppia: lezione di geografia (scoprendo paesi nuovi, a noi lontanissimi) e lezione di umiltà (per quei giocatori azzurri che il Mondiale, come noi tifosi, lo stanno guardando soltanto in tv).

Intervista con l’autore

1. L’intera vicenda prende avvio da un evento improvviso e sconvolgente su un autobus diretto a Parigi. Come è nata questa idea narrativa?
“E’ tutta colpa dei Flixbus! Ne ho presi circa 200, negli ultimi anni, sulla rotta Torino-Lione-Parigi. E succede di tutto, di tutti i colori, una specie di Libera Repubblica degli Autobus. Mancava giusto un omicidio”….

2. Elena Grimaldi si trova coinvolta in un incubo senza aver commesso alcun crimine. Cosa l’ha spinta a costruire una protagonista così vulnerabile e allo stesso tempo determinata?
“Ammetto, da lettore, di essere stufo dei super eroi e dei poliziotti che risolvono tutto. Mi serviva un personaggio forte (e debole) al tempo stesso. Ma Elena Grimaldi ha dimostrato di avere la grinta necessaria per essere un gran bel personaggio”.

3. Nel romanzo il confine tra vittima, sospettato e testimone sembra diventare molto sottile. Era uno dei temi che desiderava esplorare?
“Assolutamente si. Capita sempre più spesso anche nella vita reale, come dimostrano i recenti fatti di cronaca giudiziaria. Credo che sia necessario che la realtà si trasferisca, il più verosimile possibile, anche nella fiction”.

4. Karim diventa un alleato fondamentale per Elena. Come ha lavorato sulla costruzione di questo rapporto in una situazione tanto estrema?
“Sono i due opposti che si attraggono. Quanto meno nell’obiettivo di salvarsi e, subito dopo, di trovare la verità. Anche Karim è un personaggio vulnerabile, eppure forte. Ho visto tanti Karim sbattuti giù dall’autobus, da parte della polizia, solo perché si chiamavano Karim”…

5. La fuga è il motore della storia, ma cosa accade interiormente ai personaggi mentre cercano di sopravvivere?
“Ho cercato di interpretare i loro stati d’animo e le loro emozioni, difficili comunque da esprimere, se non si provano in prima persona. Volevo proprio, scrivendo, che ci fosse un impatto devastante e improvviso nelle loro vita, quando più imprevisto possibile. Come un normalissimo viaggio in autobus che diventa la scena di un crimine altrimenti inimmaginabile. La prima reazione, la fuga, è la più umana del mondo. Ma Karim e Elena, nel seguito del libro, non si limitano a fuggire, ma entrano decisamente nel vivo dell’azione”.

6. Le Alpi innevate e le strade notturne di Torino contribuiscono a creare un’atmosfera molto intensa. Quanto conta l’ambientazione nei suoi romanzi?
“Moltissimo! Fosse per me ambienterai tutti i romanzi sotto la pioggia, magari a Parigi o a Londra! Ma va bene anche Torino. Personalmente, scrivo anche commedie teatrali, ma in quel caso i dialoghi si portano via tutta l’atmosfera. Che, invece, è fondamentale nei libri. Purché la descrizione dell’atmosfera non porti via 10 pagine…”.

7. Nel libro emergono zone oscure del potere politico. Quanto è importante per lei raccontare le conseguenze che certe dinamiche possono avere sulla vita delle persone comuni?
“Non ho voluto esagerare, perché queste trame oscure della politica rischiano di diventate una sorta di dejà vù, in troppi romanzi. Però, effettivamente, il potere politico attrae e, al tempo stesso, allontana. Ma sembra proprio che non ne possiamo fare a meno. Ed è giusto rendersi conto di quanto possono influire nella vita delle persone comuni. Poi, nel mio libro, è chiara e netta la distinzione tra Buoni e Cattivi e per chi fare il tifo”…

8. Durante la scrittura ha privilegiato maggiormente l’azione o la costruzione della tensione psicologica?
“Per ora, in questo libro, privilegio l’azione. Ma vorrei avere il tempo da dedicare ad una maggiore preparazione della psicologia dei personaggi. Certo sono un amante dei libri d’azione, non necessariamente noir sanguinolente, ma nemmeno noiosi “cosy”. Vorrei che in ogni pagina succedesse qualcosa di sorprendente, per la quale il lettore, interessato, decidesse di continuare a leggere, pagina dopo pagina”…

9. Qual è stata la scena più difficile da scrivere e perché?

“La scena più difficile da scrivere è sempre la scena del ritrovamento del cadavere, almeno secondo me. Un evento che, vissuto di persona, può essere assolutamente sconvolgente e che lo scrittore, sulla carta, non può limitarsi a descriverlo freddamente. Bisogna sapere trasferire una emozione cosi forte sulla carta. E non è assolutamente semplice”.

10. Elena e Karim si trovano costretti a fidarsi l’uno dell’altra in circostanze eccezionali. Quanto conta il tema della fiducia nella storia?
“Credo sia assolutamente un tema centrale. Avevo bisogno di una squadra di Buoni e li ho trovati in Elena e Karim. Uno dei due, da solo, non sarebbe bastato. In due, si fanno coraggio a vicenda. E’ una bella squadra, coraggiosa”.

11. C’è un personaggio, principale o secondario, a cui si sente particolarmente legato?
“Sicuramente l’autista dell’autobus. Nella realtà, è lui il vero Presidente della Libera Repubblica degli Autobus, forse addirittura un dittatore! Qui, nel mio libro, ha un ruolo secondario, almeno all’inizio, ma alla fine si riabilita, con grande coraggio”.

12. Quanto lavoro di documentazione è stato necessario per rendere credibili gli aspetti investigativi e politici del romanzo?

“Un buon lavoro di documentazione c’è stato, soprattutto per gli aspetti investigativi del caso. Se non si è esperti del settore (penso, ad esempio, dei legal thriller) si rischia di commettere errori facilmente smascherabili dai lettori. A me ha aiutato la pratica di tanti anni con la cronaca nera…

13. Senza svelare troppo, esiste un messaggio o una riflessione che spera arrivi al lettore oltre alla componente thriller?
“Meglio tenere gli occhi aperti, nella vita! Nel bene o nel male, ci sorprende sempre!”

14. Quali emozioni vorrebbe che il lettore provasse una volta chiusa l’ultima pagina?
“Vorrei che il mio lettore dicesse la stessa cosa che dico io quando finisco un bel romanzo: Che bel libro! Devo leggere altri romanzi di questo scrittore!”

15. Dopo Ultima fermata non prevista, ci sono nuovi progetti narrativi a cui sta già lavorando?
“Ammetto che vorrei scrivere qualcosa di meno avventuroso e più intimistico, ma il mio editore mi ha detto, papale papale: a chi vuoi che interessino le tue riflessioni intimiste? Quindi: mai dire mai, ma credo che, almeno per ora, continuerò con i gialli”.

“Celo, manca, celo”. Il magico mondo delle figurine dei calciatori

Articolo di Moreno D’Angelo

Chi non ricorda le figurine dei calciatori?
Un mito, come quel Pizzaballa che non si trovava mai…
Un mondo che ci ritorna in mente con simpatia e nostalgia.
Le figurine Panini, nate nel 1960, hanno coinvolto intere generazioni, fin da bambini, con tanto di quotazioni, scambi, giochi e leggende.

Quando Pizzaballa non era ancora introvabile....
Quando Pizzaballa non era ancora introvabile….


Un’idea, quella delle figurine con i calciatori, avuta dai fratelli Giuseppe e Benito Panini che, a Modena, stamparono il primo album: e la prima figurina rappresentava il capitano dell’Inter Bruno Bolchi.

Il successo fu immediato. Le figurine andarono a ruba. Erano in vendita in una bustina che costava 10 lire e ne conteneva cinque. Il loro logo, rimasto iconico, aveva un’immagine ispirata ad una rovesciata di Carlo Parola durante un Fiorentina-Juventus del 1950.

La coccoina

Le prime figurine si incollavano spennellando dal barattolino di “coccoina”. I più anziani ricorderanno anche lo strano e intenso odore di quella pasta bianca e quei primi album rigonfi di colla e figurine.

Poi negli anni ‘70 arrivarono le autoadesive. In questo, la Panini di Modena fu pioniera. Con le adesive plastificate fu tutto più agevole per collezionisti e per chi ci giocava per ore. Ebbero una popolarità pazzesca negli anni 70 e 80. Non erano solo collezioni, ma anche un modo per esaltarsi con i propri beniamini e con il meglio del calcio.

Ricordo che nelle prime edizioni la serie B aveva figurine con due giocatori e, nell’album, una scheda riportava i dati dei singoli calciatori, della società e dello stadio.

Testimonianza. “Guardavo le figurine sotto il banco a lezione”

“Avevo sette anni e ricordo quando la zia mi comprò 40 bustine. Ero felice di scartare tutte quelle bustine. Il giorno dopo, mentre la maestra spiegava storia, fui beccato a guardarle sotto il banco. Ero stato l’unico tra i miei compagni a trovare lo scudetto della Juve. Quando la maestra mi sequestrò tutte le figurine mi misi a piangere”, è il ricordo del torinese Beppe Capriolo, che gli amici chiamano Tuttocalcio per la sua memoria prodigiosa, capace di citare una miniera di dettagli, risultati, formazioni, episodi e curiosità del passato, passando dall’Inter di Jair, al Milan di Cudicini, dal Mantova all’Internapoli o alla Juve con Anzolin in porta.

Quelle figurine introvabili

“A quei tempi – precisa Capriolo – oltre a Pizzaballa erano diverse le figurine introvabili che ti facevano arrabbiare perché non potevi completare l’album. Tra questi vi era il terzino del Napoli Luigi Pogliana, che non avrei mai scambiato neanche per diversi scudetti o per la squadra della Roma (quanto mai rara)”.

Pogliana restò in azzurro dal ‘67 al ’77 (dieci anni nella stessa squadra, un fatto oggi impensabile): al suo arrivo trovò Zoff, Sivori e Altafini e Canè, ma la sua figurina valeva molto di più di quella dei noti fuoriclasse. Pogliana, da difensore, fece pochissimi gol, ma segnò due reti alla Juve nel ‘70.

Anche la figurina di Ezio Pascutti era rara. Il centravanti di quel grande Bologna di Bulgarelli, allenato da Fulvio Bernardini.

 Memorabile, andando indietro nel tempo,  è stato il difensore Giacomo Losi, capitano e “core” di quella Roma che nel 1961 vinse la Coppa delle Fiere. Famoso per il suo presidio costante in mezzo all’area.

Era difficilissimo pescare anche lo scudetto del Pro Patria di Busto Arsizio, con quella maglia inconfondibile con le fasce orizzontale blu e bianche.
“Quando lo trovai, un ragazzo mi offrì Haller, Rivera, Sormani e Biasiolo, ma non io cedetti” ricorda Capriolo, che aggiunge: “Certo se avessi conservato quegli album oggi avrei potuto venderli anche a 2000 euro! Ma poi chissà se avrei poi davvero venduti quegli album rigonfi di sogni e ricordi della giovinezza”… 

Incredibili quotazioni: 6000 euro per un album

Non si faranno più gli album come un tempo, ma il business del mercato delle figurine di calcio è milionario, con alcune quotazioni elevatissime e vere e proprie aste.

Si pensi che un Maradona con l’Argentinos Juniors, ovviamente certificata, può superare i 500mila euro, mentre il Messi del 2004 ha raggiunto il milione di dollari.

Per la figurina di Ronaldo del 2002, Panini edizione Portugal, “bastano” 100mila dollari.

Tornando sulla terra, per un Pizzaballa originale è quotato sui 250 euro, meno di Gigi Riva che supera i 300.

I collezionisti possono aggiudicarsi una bustina Panini sigillata del 1984 85: 45 euro, Mentre un album completo calciatori con figurine cartonate del 1959-60 può arrivare anche a 6mila euro.

Oggi un Giovanni Trapattoni (Milan ’68-69) si compra per 11 euro, mentre fu stata molto ricercata la figurina di Gianni Rivera, storico capitano del Milan(’67-68): oggi quota 10 euro.

Da segnalare, per chi volesse ottenere un facile guadagno ricorrendo ai vecchi album, che le figurine “recuperate e staccate” da un vecchio album hanno un valore molto inferiore a quelle intonse.

Quel Ciccio Graziani portiere

Nel parlare di figurine e di un calcio di altri tempi si ricordano episodi come un Ascoli-Bologna, del gennaio 1975, in cui un raccattapalle levò dalla rete un pallone tirato da Savoldi. Un gol che l’arbitro Barbaresco non vide. Non c’era il VAR…
Altro episodio storico vide Ciccio Graziani in veste di portiere per l’espulsione di Castellini. Graziani fu il migliore in campo in una partita del Torino contro il Borussia Monchengladbach in Coppa dei Campioni nel 1976.

Roberto Mozzini e Ciccio Graziani in Borussia Monchengladbach-Torino (3.11.1976)
Roberto Mozzini e Ciccio Graziani in Borussia Monchengladbach-Torino (3.11.1976)


Memorabile fu lo spareggio scudetto del ’64, perso dall’Inter di Helenio Herrera (detto “il Mago”, che aveva sconfitto il Real di Puskas e Di Stefano in finale Coppa Campioni), contro il Bologna di Fulvio Bernardini, grazie ai gol di Perani  e del Nielsen, con un  giovane Helmut Haller, che poi passò alla Juve, come ala si diceva un tempo, precedendo l’epopea di Franco Causio.

Merito un cenno anche la Coppa delle Fiere vinta dalla Roma nel 1961. Tutte vicende che gli album delle figurine fanno riemergere, con la loro parte dedicata a Coppa dei Campioni, Coppa delle Fiere (l’odierna l’ex Coppa Uefa, ora Europa League) e Mitropa Cup, l’antica Coppa dell’Europa Centrale che partì nel 1927, dove erano presenti diverse squadre dell’est europeo.

Il mitico Pizzaballa

Nel mondo delle figurine un punto chiave resta, sempre e comunque, quel Pizzaballa introvabile. Un portiere che giocò dal 1958 al 1966 e la cui figurina è stata stata battuta all’asta a 425 euro.

Cristiano Tassinari, giornalista sportivo, appassionato di figurine e già collaboratore della Panini (giura di poter dimostrare che la “mescola” delle figurine avviene in maniera assolutamente casuale, senza misteri, almeno apparenti…), ricorda come il bergamasco Pier Luigi Pizzaballa, classe 1939, figlio di un panettiere e settimo di otto fratelli, fosse un tempo alquanto infastidito dalla fama legata alla sua figurina, nonostante fosse un bravissimo portiere. Una volta smesso di giocare, ammise che quella figurina introvabile lo aveva reso praticamente immortale, dopo cinquant’anni di una carriera di ben 302 partite complessive, con Atalanta (sua squadra del cuore), Roma, Verona e Milan, vincendo due Coppe Italia e una presenza in Nazionale (1966 come terzo portiere della sfortunata Italia di Edmondo Fabbri, eliminata dalla Corea del Nord).
Grazie alle figurine, il nome di Pizzaballa lo conoscono anche molti giovani, per dire…
I tempi di Pizzaballa videro una generazione di portieri di altissimo profilo: Albertosi, Vieri, Bordon, Zoff, Negri, Anzolin, Cudicini, Castellini.

Cristiano Tassinari e Pierluigi Pizzaballa ad un incontro pubblico a Bergamo.
Il giornalista Cristiano Tassinari e Pierluigi Pizzaballa ad un incontro pubblico a Bergamo.


Curiosità

Il mondo delle figurine può farci scoprire persino un mare di curiosità, come quel Torino Talmone del 1958-59, che giocava al Comunale e che fu la prima squadra ad avere uno sponsor. Anche se quell’anno finì in serie B, per tornare poi, subito promosso, al Filadelfia. O quel giovanissimo e indimenticabile Gigi Meroni, che giocò nel Genoa prima di diventare la “Farfalla Granata”.

Valide e bisvalide

Le figurine erano a volte contrassegnate come le valide e le bisvalide. Erano come dei punti che consentivano di avere dei premi “come un calciobalilla senza gambe che sistemavi sul tavolo e che mi costò ben 2000 valide”, ricorda l’esperto Capriolo.

Calcio e geografia

C’è anche chi, come l’opinionista fiorentino Flavio Ciasca, evidenzia come quelle figurine potevano anche  aiutare qualche bambino a leggere e in rudimenti di geografia.

Il mondo del calcio nel museo del Genoa

Nello storico Porto Antico di Genova, presso il Museo della Storia del Genoa, la Fondazione Genoa 1893, in collaborazione con Genoa CFC, ha realizzato una straordinaria e curata esposizione di riviste, immagini, video e note del calcio dell’altro secolo che gli appassionati non possono perdersi.

Il più grande collezionista cerca un museo e un centro per le figurine

Tutti ricordano figurine e emozioni nel ritrovarsi con i propri beniamini e con i colori delle squadre del mondo, certo, ma a quanto pare non risulta semplice la realizzazione di un museo delle figurine, come lamenta il più grande collezionista del mondo di figurine calcistiche Gianni Bellini (4000 album e 2,5 milioni di pezzi nella sua casa di San Felice sul Panaro, nel Modenese) dal 1970 a oggi. La sua idea di museo intende essere tante cose.

“Un percorso sull’evoluzione grafico, cromatico e culturale che può partire dal taglio dei capelli, dai colori di maglie e abbigliamento, che prevede un centro di scambio per collezionisti diretto e un centro multimediale per sfogliare in modo digitale gli album e il materiale. Questo con expo mirati su grandi eventi e singole tematiche del calcio, con focus su rarità e curiosità”, spiega Bellini.

Da sottolineare che Gianni Bellini, nella sua ricerca di una location, che per dimensioni e attività supera di molto quelle presenti nel Museo della Figurina di Modena, trovando ostacoli sul territorio nazionale, stia pensando a realizzarlo in realtà come Dubai o Miami, da dove ha ricevuto interessanti proposte.
Insomma: come per quelle finali che vengono giocate in luoghi molto lontani dalla nostra passione nostrana.
Certo noi facciamo tutti il tifo affinché questo super museo della figurina e del mondo del calcio resti in Italia.

Tifo e figurine

Il mondo delle figurine di quegli anni contribuì ad alimentare quella malattia del tifo che iniziava fin da bambini, con conseguenti litigi, sofferenze  gioie e infinite polemiche con i compagni di giochi e di scuola, con cui ci si scatenava poi in infinite partite a pallone.

Concludiamo con una nota storica: la prima figurina di calciatori risale al 1894 in Inghilterra e attesta il legame forte tra calcio e figurine. Le riproduzioni dei giocatori e gli album esistevano già in precedenza, ma occorse attendere gli anni ’60 per il vero e proprio boom di questo fenomeno, che negli anni ’90 è progressivamente calato, ma tutt’altro che scomparso, lasciando spazio ad altri fenomeni come le “card” dei calciatori (molto amate dai bambini) e il collezionismo, un vero boom che riunisce, sotto un’unica passione, tante persone di età, origine e estrazione sociale diversa, ma con una sola Dea pagana: la Figurina!

Quel “Tempo delle Mele”…

Il 17 dicembre del 1980, 45 anni fa, usciva nelle sale cinematografiche francesi “La Boum” (letteralmente: La Festa, da noi arrivato con il titolo leggendario “Il Tempo delle Mele”), un film – e una colonna sonora – diventato nel tempo un cult e simbolo generazionale dell’amore adolescenziale, lanciando la giovanissima Sophie Marceau, allora 14enne, scelta dopo i provini di 3.000 ragazze.
Scelta azzeccatissima!

Nicola Pietrangeli, sempre il numero 1

Oggi un ragazzo, un giovane, un trentenne, fanno fatica a capire cosa abbia rappresentato Nicola Pietrangeli non solo per il tennis e lo sport italiani, ma per il nostro costume.

Abbagliati dall’era d’oro di Jannik Sinner e dell’incredibile nidiata di campioni che ci ha portati a dominare la scena mondiale, forse qualcuno stenterà a credere che per una lunga stagione fummo messi sulla cartina geografica del tennis globale grazie a questo elegante ragazzo, pronto a imbucarsi nella vita e nei migliori salotti europei e mondiali con la naturalezza di chi è nato “di classe”. Pur senza averne i mezzi.

Nicola Pietrangeli è stato un fenomenale giocatore di tennis, ma anche un interprete sublime dell’arte di vivere. E vivere bene.
In tempi in cui lo sport professionistico era ancora una chimera, si guadagnava pochino anche ai vertici mondiali e se vincevi due volte il Roland Garros e facevi semifinale a Wimbledon.
Il nostro numero uno era di casa nell’epoca più glamour di Montecarlo – dove lo è rimasto sino agli ultimi giorni della sua vita – trattato come il figlio di una nobile casata europea. Ascoltare i racconti delle sue intemerate in coppia con l’amica di un’intera esistenza, Lea Pericoli, era irresistibile. Non avevano un quattrino e vivevano da nababbi, grazie alle racchette, al talento, alla fantasia e a una buona dose di faccia tosta.

Nicola Pietrangeli ha vissuto una vita di 92 anni sentendosi il numero uno e sopportando notoriamente il giusto chi poteva soffiargli lo scettro di più forte, più famoso, più bello, più bon vivant d’Italia. Ne sanno qualcosa Adriano Panatta e, negli ultimi anni di vita, lo stesso Jannik Sinner.
Qualche battuta il grande Nicola avrebbe potuto evitarla, per non essere inseguito dal sospetto di rodere un po’. Eppure, se ci pensiamo, anche questo è parte fedele e squisita del personaggio. Se non le avesse fatte quelle battute, sarebbe stato un po’ meno Nicola Pietrangeli, un po’ più finto.

Lui veniva da un’era in cui il problema non era fingere di essere perfettino, ma imbucarsi con classe e nonchalance al circolo di Montecarlo. Vuoi mettere….

(Fulvio Giuliani)

Ornella Vanoni, l’usignolo d’Italia che canta ancora

Ornella Vanoni se n’è andata, e lo ha fatto a modo suo, sbadatamente, sbuffando, con una voglia di gelato insoddisfatta e quel capriccio, l’ultimo, che ha dimenticato sulla credenza prima di uscire di scena. Non fatevi ingannare da chi analizza puntualmente le vite altrui a posteriori: la morte fa tutti grandi e, talvolta, assimila la straordinarietà alla normalità.

Ma per la grande interprete milanese questo non vale. Lei è stata la più grande cantante italiana del dopoguerra, e anche di gran lunga. Mina, per quanto bravissima, non potrà mai uguagliarla, non certo per la tecnica vocale, lì vincerebbe sempre e comunque la tigre di Cremona, ma per la semplicità e la naturalezza con cui ha trasformato il parlare comune in canto, allo stesso tempo essenziale e sognante, organo vitale costantemente irrorato da un immenso cuore.

Voce mutevole come ore del giorno, strade assolate, temporali e stagioni, ma sempre con lo stesso effetto ipnotico, indulgente e ammaliante, è stata – e forse per sempre sarà – l’usignolo d’Italia. E come un usignolo si è appartata e ha intonato la sua melodia necessaria, il suo richiamo d’amore. E facendolo ci ha attirati in un mondo fatto di note e sussurri, toni e gorgheggi, spartiti di lacrime e risate, giurando, rimuovendo e modulando il suo senso della vita sulle strofe che di volta in volta ha cantato, sempre pagando di persona, e sempre credendo nel suo tempo e nella sua magia, mai alle sue asettiche e algide raffigurazioni.

Femmina come poche, è stata così libera e indipendente da evocare sempre il canto dell’usignolo, con le sue mille tonalità, apprese o forse da sempre conservate nelle oscure e fragili profondità della sua anima. Giambattista Marino, parlando di questo uccello, nel suo poema eroico L’Adone, ha scritto: “In mille fogge il suo cantar distingue / e trasforma una lingua in mille lingue”.

Provate a chiudere gli occhi e riascoltare le decine e decine di canzoni che ha reso immortali, e ditemi se non è proprio nella multiformità – quella dai “toni singoli e doppi densamente allineati l’uno all’altro” dell’usignolo appunto – che è riuscita magistralmente a scrivere la sua storia canora. E come un usignolo è giunta dai luoghi più appartati e oscuri della sua altrettanto poliedrica umanità – la ricorderete di certo agli esordi della folgorante carriera nelle canzoni della mala – per coltivare poi senza più tentennamenti una primavera di canzoni universali e bellissime, anche quando non era l’amore (il signore incontrastato della sua vita professionale e personale) ma il dolore a rappresentarla. L’ho sempre amata, nei suoi successi come nei suoi insuccessi – canticchio ancora spesso “La voglia di sognare”, che lei stessa definì  durante un concerto una “canzone di nessun successo” – alla pari solo di Lucio Battisti, l’unico capace di starle al passo, per valore intrinseco dell’artista e assenza assoluta di una qualche collocazione temporale alla loro produzione musicale. Ho perfino scritto tanto tempo fa un testo per lei, mai giunto a destinazione e ora perso chissà dove. Nella mia testa c’era la sua voce a intonarlo, nel mio cuore il suo sorriso malinconico e benevolo ad accoglierlo.

E ora che quell’usignolo è partito per terre da cui non si torna più indietro, mi resta la rabbia per non averglielo mai spedito. Ma forse è meglio così, oggi avrei ancora più nostalgia per averla perduta, quando in verità è solo migrata – come ogni buon uccello che si rispetti – per portare i suoi abbracci, le sue grandi e fragorose risate, le sue parole sussurrate e, soprattutto, le sue straordinarie interpretazioni, al buon Dio, che se ne beerà, né più né meno di come abbiamo fatto (e continueremo a fare) noi qui in Terra. Perché quello che è stata – non solo quello che ha cantato – resterà vivo in noi per sempre, a lenire il nostro dolore, accarezzarci e migliorarci, proprio come fa il canto di un usignolo, da qualunque angolo della terra, o del cielo, provenga.

(Gerardo Casucci, “Ottopagine”)