Ius soli: è davvero un baluardo di civiltà?

Sono lieto di ospitare sul mio sito un articolo di Kawtar Barghout, 26enne coraggiosa “Islamica d’Italia” (si definisce cosi), che ringrazio per la collaborazione e per la disponibilità. Grazie ad Andrea Pruiti e al suo blog, che mi hanno permesso di scoprirlo.

“Ius soli: è davvero un baluardo di civiltà?”
di Kawtar Barghout

Negli ultimi giorni a livello mediatico si afferma che lo ius soli sia una legge di civiltà.
Sorge pertanto lecito domandarsi in che termini lo possa essere: in Italia vi sono gravi violazioni dei diritti umani nei confronti degli stranieri ?
A livello normativo la posizione giuridica degli stranieri è identica a quella dei cittadini italiani, infatti non vi è nessuna discriminazione sulla “carta”.
La Costituzione ne è la prova lampante, infatti l’art. 3 Cost afferma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Pure il cittadino straniero è investito dall’uguaglianza formale e sostanziale avendo così una copertura totale dalle discriminazioni che potrebbero sorgere a livello giuridico – istituzionale.
Infatti può esperire qualsiasi azione prevista dall’ordinamento in tutela dei suoi diritti nel caso in cui fossero calpestati.
Il cittadino straniero infatti per la sua posizione di parità con il cittadino italiano si vede riconosciuti a pieno titolo tutti i diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla salute, alla casa, all’istruzione, all’equo processo, libertà di circolazione nel territorio dello Stato, il diritto alla libertà ed alla sicurezza personale, il diritto a non essere sottoposto a pene, trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, diritto alla difesa  ect ect.
La Corte costituzionale ha affermato che il principio di eguaglianza previsto dall’art. 3 Cost. deve essere interpretato sia in connessione con l’art. 2 Cost., che prevedendo il riconoscimento e la tutela dei “diritti inviolabili dell’uomo” che non distingue tra cittadini e stranieri, ma garantisce i diritti fondamentali anche riguardo allo straniero (Corte cost. sent. 18 luglio 1986, n. 199), sia in connessione con l’art. 10, comma 2, Cost., che rinvia a consuetudini e ad atti internazionali nei quali la protezione dei diritti fondamentali dello straniero è ampiamente assicurata.

Il cittadino ovviamente gode di diritti maggiori rispetto allo straniero per via del suo rapporto permanente con lo Stato, infatti i diritti dello straniero «rappresentano un minus rispetto alla somma dei diritti di libertà riconosciuti al cittadino» (Corte cost. sent. 15-21 giugno 1979, n. 54) e ciò consente al legislatore di introdurre una serie di limitazioni nei confronti dello straniero soprattutto nei riguardi dei diritti connessi allo “status activae civitatis”, ovvero i diritti politici.

Queste limitazioni nei diritti nei confronti dello straniero non sono un’ingiustizia, bensì si basano sul principio della reciprocità (art. 16 delle preleggi): tutti gli Stati presentano delle limitazioni nei confronti degli stranieri presenti nel loro territorio.

Molti affermano per giustificare lo ius soli che il cittadino straniero non possa accedere ai concorsi pubblici.
La legislazione attuale afferma che lo straniero può partecipare a determinanti concorsi solo se non vi sia l’esercizio di pubblici poteri. (es. Ordinanza del 27 maggio 2017, R.G. 1090/17).

Queste riflessioni mi portano quindi, a giudicare lo ius soli una mera aberrazione giuridica in quanto il cittadino straniero in Italia non subisce alcuna discriminazione.

Il concetto di cittadinanza deve essere legato a quei nobili sentimenti che sono la condivisione del patto sociale, l’abbracciare i valori fondanti della nostra Costituzione e orgoglio nazionale.
Ridurre la cittadinanza a mera frequentazione di un ciclo scolastico o nascita nel territorio dello Stato è decisamente riduttivo vista la complessità e la sensibilità del tema in questione.
Il legislatore che si occupò della L. 91 / 92 non contemplò lo ius soli puro per questioni geografiche.
L’Italia essendo in una posizione delicata non era funzionale una legislazione di questo tipo.
Le mie considerazioni sul caso sono le medesime, vista la situazione migratoria attuale e soprattutto visti gli innumerevoli escamotage che permettono di ottenere un permesso di soggiorno di varia natura che poi si potrà convertire in permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo, che è uno dei requisiti per l’ottenimento della cittadinanza italiana per i minorenni nati all’estero.
Affermare che lo ius soli puro è applicato negli Stati Uniti come mezzo per sottolineare la bontà di questa proposta di legge e l’arretratezza del nostro sistema giuridico è palesemente scorretto.
La Corte Permanente di Giustizia Internazionale – Parere 7/2/ 1923 afferma che  “le questioni della nazionalità riguardano il dominio domestico, cioè riservati allo Stato”.
Lo stesso Dionisio Anzilotti afferma che ogni Stato è libero di regolare le condizioni della cittadinanza, quindi prendere a paragone un paese terzo e non la situazione attuale e concreta è l’approccio sbagliato ad una questione così spinosa che richiede pragmatismo.
L’attuale classe politica inoltre fa leva sul fatto che chi nasce in Italia senza la cittadinanza italiana risulta discriminato e non tutelato, ma tutto ciò non è veritiero.
In primis la cittadinanza non è un diritto qualora un soggetto non rischia di diventare apolide come affermato dalla Dichiarazione universale dell’uomo del 1948 (Art. 15: “ Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza “).
I bambini nati in Italia da cittadini stranieri non rischiano di diventare apolidi in quanto ottengono per ius sanguinis la cittadinanza dei genitori.
Sarà al compimento dei 18 anni con apposita domanda all’ Ufficiale di Stato Civile che acquisteranno la cittadinanza italiana (art. 4 comma 2 L.91 /92) e potranno esercitare i diritti politici che spettano solo ai maggiorenni come l’elettorato attivo e passivo e l’accesso ai concorsi pubblici, ect ect.
Per quanto riguarda chi non è nato in Italia la questione è che hanno un legame con un altro paese e non solo con lo Stato Italiano, ergo l’espletamento di un ciclo di studi non è la condizione sufficiente per l’ottenimento della cittadinanza italiana.
Il bambino nato in uno Stato estero avendo un legame con un altro Stato deve, a mio parere, sottostare al potere di discrezionalità dello Stato che vaglierà la sua posizione e deciderà se è nel suo interesse riconoscerlo come cittadino.
Il semplice espletamento di un ciclo di studi, che è un dovere oltre che per lo Stato anche per se stessi, non garantisce l’adesione al patto, il riconoscimento dei valori e dei DOVERI contenuti nella Costituzione che sono la colonna portante dello Stato di diritto.

Non è concepibile ridurre la cittadinanza a semplice espletamento di un ciclo scolastico o mezzo per evitare il visto scolastico per la gita in paesi in cui è richiesto perché concepito come un’ ingiustizia da alcuni stranieri e attivisti per i diritti umani.

La foto del giorno. Anzi, la foto dell’anno

Oggi, giovedì 24 agosto, anniversario del devastante terremoto che colpì un anno fa il Centro Italia, Roma è stata teatro di duri scontri tra forze dell’ordine e migranti, in occasione dello sgombero forzato di uno stabile occupato, pare, abusivamente. In mezzo a scene di tante violenza e guerriglia urbana – senza, in questo contesto, affibbiare la responsabilità da una parte all’altra – mi preme sottolineare, e pubblicare, la bellezza e la delicatezza di questa fotografia, così rara: la carezza di un poliziotto in divisa ad una ragazza migrante. La didascalia ideale sarebbe questa: “Siamo tutti dalla stessa parte”. 
E’ la foto del giorno. Anzi, la foto dell’anno.
Peccato che sia solo una foto, e per di più rara.

QUESTA PAZZA (E INFUOCATA) ESTATE

Percorrendo in auto tutto lo Stivale, dalla Calabria fino al Piemonte, in una assolata giornata subito dopo Ferragosto, la cosa più evidente che ho notato è stata la notevole quantità di incendi (ne abbiamo visti almeno sette-otto) che hanno costeggiato il nostro viaggio. Piccoli o grandi focolai, fumo nero o fiamme rosse, Canadair gialli costantemente in volo, i nostri “angeli dal cielo”: possiamo proprio dire che è stata l’estate più infuocata degli ultimi tempi, ma nel senso peggiore del termine. Molti, troppi incendi, quasi tutti di origine dolosa, colpa dei maledetti piromani. In Portogallo è stata una strage, con intere famiglie inghiottite con le loro macchine dal fuoco, ma in Italia – un po’ dappertutto, in Puglia e in Sicilia in particolare – i roghi hanno devastato ettari ed ettari di verde, che ora non c’è più. Se poi, come è successo a Ragusa, si scopre che ad appiccare questi incendi sono stati i vigili del fuoco volontari (per poter poi guadagnare 10 euro all’ora nello spegnimento dello stesso fuoco), ci cascano le braccia dalla disperazione.
E’ stata un’estate pazza e infuocata anche per questioni più strettamente legate al clima. In Italia, questa estate è stata giudicata la più calda degli ultimi quattordici anni, al pari di quella altrettanto bollente del 2003. Tutta colpa di Caronte, la bolla di caldo africano a cui è stato dato il nome dell’infernale traghettatore. Ed è stato proprio un luglio infernale, almeno in Italia, spazzato via soltanto dall’arrivo del ciclone Circe, Dea della mitologia greca. In altri paesi, come la Germania, il caldo anche insolito per queste latitudini, si è intervallato con piogge, temporali torrenziali, alluvioni e innumerevoli danni. Cicloni e trombe d’aria non sono mancate neppure nel Belpaese: prima di Ferragosto una tromba d’aria ha sferzato la bella spiaggia di Jesolo, in Veneto, provocando anche lì danni incalcolabili. Poi c’è il rovescio della medaglia: la siccità. Precipitazioni in calo anche del 75% rispetto agli anni scorsi, in alcune zone d’Italia: in Piemonte, in Liguria, in Emilia-Romagna, in diverse zone del Sud Italia. Con inevitabili conseguenze soprattutto sull’agricoltura.
La colpa di questo clima impazzito? Secondo gli esperti, naturalmente, la responsabilità è del riscaldamento globale (“Global Warming” in lingua inglese) della Terra. L’allarme parte addirittura dal Polo Nord: la stratosfera della calotta artica polare si starebbe riscaldando di ben 40 gradi. In pieno inverno, ad esempio, la temperatura dello strato di atmosfera che sovrasta il Polo Nord scenderebbe a meno 40 gradi, anziché i quasi meno 80 abituali. Il riscaldamento della calotta polare porterebbe al decentramento delle aree più fredde verso l’artico europeo: quindi in gennaio potrebbe far più freddo in Germania e Austria piuttosto che in Svezia e Finlandia. Una specie di Grande Freddo causato dal Grande Caldo. Assurdo, ma vero. E d’estate il caldo diventa ancora più…caldo. Quindi, secondo gli esperti, si prevedono per i prossimi anni estati sempre più roventi e inverni sempre più gelidi. Sarà proprio così? Qualche avvisaglia, in effetti, l’abbiamo captata. 
Anche il mare risente del riscaldamento: l’acqua marina diventa troppo calda, creando scompensi impensabili tra gli ospiti stessi delle acque, pesci e vegetazione. Lo stesso accade, per esempio, ai Tropici: la temperatura troppo alta dell’acqua sta distruggendo le barriere coralline.
Qualche responsabilità ce l’avrà anche l’Uomo, no? Certo, pare proprio di si. Ci sono fiori di studi scientifici che confermano l’influenza dell’attività umana sui cambiamenti climatici. Basta pensare alla nostra vita di tutti i giorni: i fumi delle nostre auto, delle nostre fabbriche, il nostro inquinamento. Gli effetti dell’anidride carbonica (Co2) sulle temperature medie del globo sono chiarissimi: gli studi sull’Effetto Serra hanno dimostrato con evidenze indiscutibili che l’incremento della percentuale di Co2 nell’atmosfera è un fattore chiave nell’incremento delle temperature. Il fenomeno è causato dall’effetto “schermo” che l’anidride carbonica svolge nei confronti delle particelle di aria calda che risalgono verso l’esterno, impedendo loro di raggiungere la stratosfera e di disperdere il calore in eccesso nello spazio. Esattamente come le copertura di una serra, permettono ai raggi solari di passare, e di scaldare l’interno, ma non al calore di dissiparsi.
Ma addirittura c’è chi pensa che in realtà i Governi del Mondo stiano facendo il doppio gioco: è il caso del generale Fabio Mini, già capo delle forze armate Nato in Kosovo, che parla apertamente di “guerra climatica” voluta dai Potenti per motivi biecamente economici, attraverso l’utilizzo di agenti chimici ad alterare il clima. Il generale ne è convinto: la “bomba climatica” è la nuova arma di distruzione di massa. A noi, questa interpretazione, puzza alquanto di bufala complottistisca, ma tant’è- Ci interessano prosaicamente di più le bombe d’acqua che ci piovono sempre più spesso giù dal cielo. Ma probabilmente, a questi e ad altri fenomeni naturali non dovremo far altro che abituarci e conviverci. 

IL MERAVIGLIOSO SENSO DELLA FAMIGLIA

Questi 5-6 giorni che ho trascorso tra Calabria e Sicilia sono stati formidabili dal punto di vista turistico e, soprattutto, umano. Ogni anno, da decenni (da quando se ne sono partiti per il fenomeno chiamato emigrazione), nella zona delle Serre, nel Vibonese, una “giungla” ricca di vegetazione a quota 700 metri, di non facile accessibilita’, la famiglia di mia moglie si ritrova per un rendez-vous familiare meraviglioso, all’insegna dei ricordi e della nostalgia di quando si era più giovani, con un commovente attaccamento alla propria terra. Quest’anno, per una particolare celebrazione familiare, i “quasi” 100 anni di zia Immacolata, ci siamo ritrovati (mi ci metto in mezzo pure io!) in oltre 100 parenti, 30 dei quali provenienti dagli Stati Uniti, 5 dall’Australia, altri dalla Germania, da svariate zone d’Italia o, semplicemente, da contrada Ariola, comune di Gerocarne, provincia di Vibo Valentia, un tempo provincia di Catanzaro.
Tutti legati da…legami indissolubili di sangue con la Calabria.
Tutto per questo meraviglioso senso della famiglia. Una eccellenza “Made in Sud” che dovremmo esportare ovunque.
Non so se e quando si ripetera’ un evento cosi grandioso e forse irripetibile: ma io ho fatto benissimo a partecipare.
Me lo porterò per sempre nel cuore.

ACCONCIATURE…DA GUERRA

Ci sarebbe veramente poco da ridere, visti i venti di guerra che stanno soffiando tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti (ma potremmo dire: il Resto del Mondo). Per sdrammatizzare, ma non è facile, proviamo a fare cosi: già i capelli dei due leader (l’americano Donald Trump e il coreano Kim Jong-un) sono terribili per conto loro, nemmeno vogliamo immaginare cosa potrebbe accadere (nella realtà, ai soldati e ai civili) in caso di conflitto. Limitiamoci, perciò, a dire: queste qui sono proprio acconciature…da guerra! Prima cambiate registro, cari Trump e Kim, e fate la pace. Poi cambiate barbiere….

FANTOZZI? LA MASCHERA TRAGICA DELL’ITALIANO MEDIO

Se se ne va il ragionier Ugo Fantozzi – per sempre, senza ritorni cinematografici – allora vuol dire che se n’è andato anche un pezzetto di noi, della nostra vita, almeno delle nostre serate televisive piene di repliche estive, tra le quali – tra le più sopportabili – proprio quelle dei film di Paolo Villaggio. Lui, il popolare attore genovese, ci ha lasciati il 3 luglio scorso: avrebbe compiuto 85 anni a dicembre. Le sue maschere, tipiche dell’italiano medio, viceversa non ci lasceranno mai. Il ragionier Ugo Fantozzi, certo. Ma anche Giandomenico Fracchia, con il suo nemico-capoufficio Gianni Agus e con la terribile poltrona a sacco. E prima ancora il professor Krantz, tedesco di Germania, lui sì fuori dagli schemi italici, ma in realtà pur sempre l’immagine di come noi italiani vediamo (anche oggi?) il vicino “crucco”. Ma si fa per ridere, direbbe Villaggio. Che, dicono, da buon genovese non fosse granché simpatico e, peggio, poco disposto a fare l’imitazione del suo personaggio più famoso quando era “in libera uscita”, lontano dai set del cinema. Anni fa, un amico di stanza a Londra, se lo vide capitare davanti nel locale italiano dove lavorava, il famoso “Panino”: Paolo Villaggio era in Inghilterra per le riprese del film “Io no spik inglish”, una simpatica commedia nella quale lui recitava il ruolo del dirigente d’azienda alle prese con un corso d’inglese insieme a compagni di classe quindicenni. Il mio amico mi raccontò che Villaggio entrò in quel locale per mangiale un frugale panino e per vedersi la partita dell’Italia in tv, ai mondiali di calcio. Tutti a salutarlo, tutti ad omaggiarlo, tutti a chiedergli foto, autografi e imitazioni tipo “Com’è umano lei!” o “E’ una cagata pazzesca!”, ma lui si rivelò quanto mai poco disponibile e perfino antipatico, come se la sua popolarità – grazie ad un personaggio un po’…sfigato – gli stesse stretta, parecchio stretta. E adesso tutte le volte che il mio amico rivede Villaggio in tv, esclama: “Che antipatico che è!”.
Antipatie o simpatie personali a parte, Paolo Villaggio è stato uno degli attori più amati del cinema italiano, almeno da oltre quarant’anni a questa parte, quando (nel 1975) uscì il suo primo film, Fantozzi, diretto – peraltro – da un grande Luciano Salce. Fu un successo incredibile, sulla scorta del successo dei suoi libri dedicati all’umile ragioniere e alla sua sgangherata combriccola d’ufficio e grazie anche alla sua popolarità televisiva di quegli anni, di cui io stesso ho memoria in certi sabati sera da bambino. Ma Fantozzi fu un trionfo al di là di ogni previsione. Nei suoi dieci episodi (i primi tre sono fantastici, gli altri un po’ meno), Paolo Villaggio ha fatto ridere, ha inventato neologismi, ha lanciato personaggi imprescindibili (la signora Pina, Filini, la signorina Silvani, la figlia Mariangela), ha fatto amaramente riflettere e ci ha fatti specchiare: come se dentro di noi, in ognuno di noi, ci fosse nascosto un pezzo di Fantozzi, con nuvoletta “fantozziana” incorporata.
Modestamente, mi ritengo un cultore di Fantozzi e, in generale, di Paolo Villaggio. Ho letto i suoi libri (ora ripubblicati, con discutibile tempismo, in una trilogia da…antologia), lo guardo e lo riguardo sempre volentieri, anche in film che non sono esattamente dei capolavori: da “Rimini Rimini” a “Fracchia la Belva Umana”, dalle “Comiche” a “Scuola di Ladri”, fino a “Ho vinto la Lotteria di Capodanno”, al bel “Io Speriamo me la cavo” e nella sua intensa interpretazione ne “La Voce della Luna”, l’ultimo film di Fellini. Per un certo periodo ho pensato che se Paolo Villaggio fosse stato americano e si chiamasse Paul Village, forse sarebbe stato osannato in tutto il mondo come un genio della comicità, quasi un Woody Allen. Poi mi sono reso conto Villaggio è troppo italiano per doverlo condividere con altri. E a lui, francamente, penso fregasse poco della sua popolarità.
Ho sempre trovato un filo, bello grosso a dire il vero, di malinconia nella comicità di Paolo Villaggio, un senso di “tragicomico” – o semplicemente tragico – che ha attraversato, da quello che si legge della sua biografia, anche un parte della sua vita. Quella vera, non quella cinematografica. Come dire: forse ha fatto più ridere di quanto non abbia riso lui. Speriamo sia contento almeno di questo: di averci lasciato in dote la sua immortale capacità di farci sorridere. E, per una volta tanto, per un genovese come lui, lo ha fatto senza parsimonia.