Il teatro più piccolo al mondo è ancora…più piccolo!

Il “Teatro della Concordia” di Monte Castello di Vibio (Perugia) è il più piccolo teatro “all’italiana” del mondo, vale a dire concepito per la musica e l’opera, con platea e palchi.

Il teatro, inaugurato nel 1808, ha 99 posti a sedere: 62 posti nei palchi e 37 in platea.
La sala è 68 metri quadrati, il palcoscenico è largo 50 metri quadrati e la sala d’ingresso è di 29 metri quadrati.

Il teatro ospita regolarmente spettacoli pubblici, ma soprattutto è un’attrazione culturale per turisti italiani e stranieri.

Già è il teatro più piccolo del mondo, ora è ancora più ridotto a causa delle norme anti Covid-19.

“Il teatro ha una capienza di 99 posti. Nell’ambito delle misure di prevenzione Covid-19, adesso può ospitare solo nove persone, sedute a distanza l’una dall’altra in platea. E nessuno può accedere ai palchi”.  (Edoardo Brenci, Direttore “Teatro della Concordia”)

Continua il Direttore del teatro:
“Abbiamo organizzato delle visite guidate solo con dipendenti comunali. Ma il volontariato è sempre stato il nostro punto di forza. I nostri quindici volontari ci hanno dato il loro sostegno e la loro disponibilità, ma al momento non possiamo utilizzarli per motivi di sicurezza e di assicurazione”.

Costruito all’inizio dell’Ottocento da alcune ricche famiglie locali, ora – due secoli dopo – la frase che i fondatori vollero scrivere all’ingresso del Teatro della Concordia risulta sorprendentemente attuale:
“La civiltà non si misura a metri quadri e cubatura”. 

Il lockdown ha fallito

di Silvio Viale (OrlandoMagazine)

Con un paio di settimane di #tuttiacasa, o poco di più, pensavano di eliminare il virus. Invece, come previsto, il virus non ha mai smesso di circolare e si ripresenta, facendo andare fuori di testa i lucchettari.

Se l’età media si è abbassata è perché prima si testavano i malati e i sintomatici, ora sono la conseguenza di screening e tracciamento.
Se non capiranno che bisogna convivere con il virus, accettando che circoli con una politica di riduzione del danno, riconsegneranno il Paese al LockDown e alle sue peggiori conseguenze economiche e sociali.

Riaprire le scuole, permettere le elezioni, riprendere tutte le attività nella migliore sicurezza possibile non sono incidenti di percorso, ma una necessità vitale.

Continueremo ad avere casi, aumenteranno i positivi, moriranno delle persone, ma non può morire il Paese e bisogna sapere scegliere il male minore. Avete voluto chiudere tutto, avete fallito.

COMPLIMENTI, BAYERN!

Bayern Munich players celebrate with the trophy after the UEFA Champions League final football match between Paris Saint-Germain and Bayern Munich at the Luz stadium in Lisbon on August 23, 2020. (Photo by Miguel A. Lopes / POOL / AFP)

“Lola”, il diritto di amare

“Lola” sta sbancando nei festival internazionali LGBT, in attesa di conoscere il meritato successo anche commerciale, magari grazie a piattaforme come Amazon e con una futura distribuzione cinematografica.

Ê già uno straordinario risultato per il cortometraggio (20 minuti di durata) girato dalla regista italiana Francesca Tasini con un budget molto ridotto, ma con un’altissima qualità interpretativa, per una storia delicata di adozioni nel mondo LGBT, ma non solo.

La storia di Lola (interpretata dall’attrice italo-svizzera transgender Christina Andrea Rosamilia) – ispirata ad una storia vera – è trattata con il necessario riguardo.

Lola è una donna transgender, che vive stabilmente in coppia con il compagno, insieme al quale decide consapevolmente di intraprendere il percorso dell’adozione di un bambino.
Un percorso che si paleserà pieno di ostacoli (tanti, davvero troppi!) per realizzare il sogno di Lola di essere madre.

“Il tema dominante del film è quello delle adozioni, che mi sta particolarmente a cuore”, spiega la regista Francesca Tasini, 41 anni, attrice e pedagogista originaria della provincia di Bologna, ma che da tempo vive a Berlino.

“Poi è una storia sui diritti LGBT, anche in materia di adozioni. E sul tema dell’inclusione”, spiega la regista.

Una scena cruciale del film – girato in una Berlino underground – è quella dell’assistente sociale che, pur volendo aiutare Lola, ammette: “Certo è veramente insolito dare un bambino ad una persona transessuale”.
Una frase-choc, una frase-simbolo delle mille difficoltà a cui andrà incontro Lola.

“È un film che deve far riflettere sul mondo delle adozioni”, continua Francesca Tasini, “perchè in un mondo come quello di oggi, con tutta la crisi che c’è e tutti i bambini orfani che ci sono nel mondo, non è possibile che una coppia non riesca ad ottenere in maniera semplice la possibilità di adottare un bambino. Credo che sia necessario ridiscutere tutto il nostro sistema familiare”.

Prodotto dalla casa di produzione Art-Aia La Dolce di Berlin di Francesca Tasini e Giovanni Morassutti – insieme a Anie Gombos, Luigi De Vecchi e Mauro Paglialonga – il film si è “costruito” da sè, con un low budget da 22.000 euro, “di cui ne abbiamo spesi 5.000”, afferma la regista.

Oltre alla gloria, un contributo alla produzione arriverà dai premi che il film conquisterà nei numerosi festival – sette – a cui ha già partecipato e a cui è in concorso, in Italia (il Festival dell’Isola d’Elba, ad esempio, che si svolgerà a metà settembre, poi ci sarà quello di Roma) e nel resto del mondo, come il prestigioso LGBT Festival di Los Angeles.

“Non mi aspettavo un simile successo, non mi aspettavo tutta questa attenzione attorno al film. E, naturalmente, mi fa piacere”, aggiunge Francesca Tasini.

“E non solo per la tematica LGBT. Del resto, io non faccio parte di questo mondo, ma anche chi non ne fa parte deve interessarsi ai diritti LGBT. Io voglio raccontare le storie che vanno raccontate, senza filtri nè barriere, con la mia visione femminile.”.

Christina Andrea Rosamilia, attrice italo-svizzera di Bellinzona, residente da tre anni a Londra, è l’interprete di Lola.

“È sicuramente un ruolo molto interessante. Appena ho letto il copione, mi sono detta: deve essere mio! Questo perchè il film parla di tematiche delicate, ma al tempo stesso profonde. Tematiche che, troppo spesso, vengono trattate in maniera superficiale o svendute ad un pubblico curioso che ama la morbosità.
Sulla transessualità si è detto, scritto e mostrato molto, forse troppo, ma in maniera azzardata e quasi sempre in chiave negativa. Si è solito pensare ai transessuali come delle vittime, relegati alla prostituzione, a soprusi o soggetti ad angherie di ogni sorta. Li si vede come dei vinti e quasi mai come dei vincitori. Quando non è sempre il caso!

“Il film è talmente ricco di argomenti delicati, come la transessualità, l’adozione per le persone transgender, l’amore, la rinuncia, la maternità…
Come non innamorarsi di un copione cosi bello?”

          Christina Andrea Rosamilia
          Attrice di “Lola”

“Mi sembra giusto che una persona transgender possa adottare”, riprende Christina Andrea Rosemilia, “perchè la famiglia non è per forza quella biologica, ma un posto dove stai bene, dove ricevi amore. Ci sono cosi tanti bambini che aspettano di trovare il loro focolare: perchè proibire una cosa simile? In Lola, il mio personaggio, c’è molto di me stessa, come in ogni personaggio che interpreto. Ci metto i miei sogni, la personalità, i desideri, ma soprattutto le ferite. Un vero attore usa le proprie ferite e le msotra, senza vergognarsene, se ne veste e brilla di verità. Ci sono molti silenzi nella vita di un attore…”.

“C’è molto di me in Lola, ma anche molta ricerca, c’è rispetto, c’è curiosità, c’è speranza”, conclude l’attrice. “La speranza di cambiare le cose, di cambiare le prospettive del transessualismo.”

Il coraggio dei giornalisti in Bielorussia

Ce ne vuole di coraggio ad essere giornalisti in Bielorussia…
Dopo la rielezione del presidente-dittatore Alexander Lukashenko – lo “Zar di Minsk”, in carica da 26 anni ininterrottamente – è iniziata la caccia agli oppositori del regime e ai giornalisti curiosi. Il più curioso di tutti, in senso buono, è “Nexta”, un giornalista-blogger che, attraverso una capillare rete di collaboratori, sui canali Telegram e Twitter, sta testimoniando in tempo reale quello che sta avvenendo per le strade di Minsk, la protesta popolare, la maggioranza silenziosa e la dura repressione della polizia.

Ora “Nexta” – al secolo Stepan Svetlov, punta di diamante del canale di informazione – vive al riparo in Polonia, ma il suo nome continua a girare, grazie al suo staff, sempre in primissima linea. “A parte noi, non ci sono quasi più mezzi di informazione in Bielorussia. Ma proprio oggi ho ricevuta la notizia che è stato aperto un procedimento penale nei miei confronti e rischio persino 15 anni di prigione, solo per il semplice fatto di aver ripreso avvenimenti e diffuso informazioni”.
Ma nella Bielorussia di oggi, è vietato farlo.

Abbiamo parlato anche con il caporedattore di Nexta, Roman Protasevich.

Il suo canale ha sede in Polonia, impiega meno di 10 persone e potrebbe diventare il secondo media più popolare in Bielorussia, dietro solo Tut.by, un portale di informazione online in russo.

Come funziona Nexta?

Il nostro canale si chiama “Nekhta”. Significa “qualcuno” in bielorusso. Questa è la nostra caratteristica. “Telegram” è una piattaforma anonima, trasferiamo qui le informazioni in maniera sicura. Ci sono migliaia di bielorussi che vi condividono segnalazioni o ce le inviano, quindi in Nexta viene raccontato tutto il paese. Storie che devono essere ascoltate, che non saranno mai trasmesse dalla televisione bielorussa o dai media bielorussi ufficiali.

La tua squadra è composta da giornalisti professionisti. Come controllate e verificate le informazioni?

Tutto dipende dallo specifico feed di notizie. In ciascuna delle aree abbiamo le nostre persone, fonti fidate, con le quali comunichiamo da molto tempo. Forniscono informazioni sempre accurate al 100% e ci inviano documentazione interna da vari dipartimenti, comprese le forze di sicurezza.

Per quanto riguarda le proteste di massa, in primo luogo, osserviamo la situazione perché riceviamo centinaia, a volte migliaia di messaggi all’ora. Riusciamo a ottenere un quadro completo e vediamo immediatamente dove qualcosa corrisponde alla realtà, e dove ci sono evidenti provocazioni, esagerazioni o disinformazioni – anche dal lato dei servizi speciali, che ci bombardano di messaggi abbastanza regolarmente.

Cerchiamo di effettuare una verifica incrociata. Se più persone chiaramente non legate tra loro ci scrivono e ci dicono la stessa cosa, allora in linea di principio comprendiamo che questa informazione può essere considerata verificata. Già, perché naturalmente non possiamo ricevere alcuna conferma dai funzionari.

Vi considerate un media o semplicemente un canale Telegram?

Direi che Nexta è il media decentralizzato del 21° secolo. Usiamo diversi siti, non abbiamo un sito centrale di riferimento. Abbiamo diversi canali per adattarci alle esigenze delle persone: Messenger, YouTube. La pratica dimostra che è davvero richiesto [questo tipo di approccio]. Sono proprio i formati così brevi dei messaggi Telegram che consentono di trasmettere tutte le informazioni nel modo più rapido, chiaro ed efficiente possibile.

Per una persona è tutto letteralmente in un clic: non è necessario andare su nessun altro sito, puoi leggere le notizie e i messaggi degli amici allo stesso tempo. Grazie a questa struttura, le notizie viaggiano molto più velocemente.

Perché siete così popolari in Bielorussia?

Abbiamo molte informazioni esclusive, molte fonti governative, molti documenti di alcune piccole agenzie pubbliche o imprese. Abbiamo anche molti documenti e informazioni riservate di alti funzionari, dell’amministrazione presidenziale e delle forze di sicurezza.

Le persone sanno per certo che entreranno e leggeranno ciò che non verrà detto loro da nessun’altra parte – semplicemente perché, se è scritto da media indipendenti situati in Bielorussia, questi inizieranno ad avere pressioni dei servizi speciali, avvertimenti o saranno a rischio chiusura.

Non hai paura per i tuoi informatori e dipendenti?

Non ci sono stati (o quasi) casi in cui le persone hanno avuto problemi seri, tranne in un paio di occasioni. Ci sono stati alcuni casi in cui i nostri informatori sono stati effettivamente scoperti, ma a causa della ristrettezza del loro settore.

Nelle forze dell’ordine si è arrivati ​​al punto in cui i dipendenti sono stati controllati con la forza. Coloro che non hanno superato il controllo sono stati puniti per aver diffuso qualche tipo di informazione ufficiale.

Eravete preparati al fatto che Internet venisse disattivato in tutto il paese? Come avete lavorato in questo periodo?

La cosa buona di Telegram è che si tratta dell’unica piattaforma che ha funzionato, in qualche modo. Lentamente, nessun caricamento multimediale, ma in qualche modo ha funzionato. La maggior parte delle persone in Bielorussia ha visto solo la versione testuale, ma almeno in questo modo è riuscita a ricevere informazioni su ciò che stava accadendo.

Abbiamo anche un gran numero di abbonati dall’estero, per i quali tutto funziona alla grande. Hanno diffuso le notizie in tutto il mondo, è fantastico, anche perché anche la maggior parte dei siti web del governo in Bielorussia non funziona ancora. Al momento, non si può nemmeno visitare il sito web della Commissione elettorale centrale bielorussa.

Questa è la bellezza del nuovo formato multimediale: quando non esiste un sito centralizzato, è impossibile in qualche modo bloccarlo o vietarlo. Tutti vi hanno accesso in maniera incondizionata.

Avete suggerito ai vostri follower come aggirare il blocco?

Sì, abbiamo consigliato attivamente ai nostri abbonati di utilizzare un proxy, utilizzare una VPN, utilizzare Tor e altri metodi per aggirare il blocco totale di Internet. Ma i server proxy erano così richiesti che gli indirizzi che abbiamo fornito sono risultati immediatamente “inattivi” per via di un sovraccarico.

Pertanto, abbiamo cercato di fare più informazione, attrarre sviluppatori, persone altruiste che ci hanno aiutato con i server proxy, aumentando la larghezza di banda. Alcune aziende li hanno persino lanciati in aggiunta, inviandoci i collegamenti. Abbiamo cercato di fare del nostro meglio per garantire che ogni bielorusso avesse accesso incondizionato alle informazioni.

Considerate la vostra una missione?

Facciamo ciò che nessun altro può fare al momento: diciamo in modo assolutamente onesto e aperto ai bielorussi cosa sta realmente accadendo, fornendo informazioni senza alcuna censura.

In termini di leggibilità e numero di lettori unici, siamo già diventati il ​​secondo media in Bielorussia. Penso che questo sia l’indicatore più eclatante della domanda, i numeri parlano da soli.

Vi considerate portavoce dell’opposizione?

In Bielorussia, il concetto di opposizione è vago. Non abbiamo solo canali di notizie, abbiamo un gran numero di chat, anche in regioni con 100mila persone. Facciamo solo da portavoce dell’umore delle persone: ci limitiamo a trasmettere quello che dicono.

Sì, è possibile che ciò che pubblichiamo possa somigliare ad un appello, ma in realtà è solo una trasmissione di ciò che sta accadendo. In una certa misura, siamo portavoce che raccontano informazioni più ampie e dettagliate su ciò che sta accadendo e su ciò che le persone vogliono davvero.

Come andrà a finire? Auguriamo ogni bene e ogni libertà a “Nexta” e, ovviamente, al popolo bielorusso.

Un’altra storia che viene dalla Bielorussia è quella del giornalista freelance italiano Claudio Locatelli.
Sessanta ore da incubo, prima di essere liberato da un centro di detenzione di Minsk, mentre in città infuriavano le proteste esplose dopo la contestata rielezione di Lukashenko.

 Personaggio incredibilmente poliedrico, che divide il suo tempo tra l’attività sportiva agonistica e il reportage giornalistico sul campo, Locatelli è divenuto famoso in Italia qualche anno fa, quando – insieme ad altri volontari di tutto il mondo – è partito per il nord della Siria, dove ha imbracciato le armi per partecipare, tra le fila dei combattenti curdi, alla liberazione di Raqqa occupata dallo Stato Islamico.

A Minsk, però, Claudio non ci era andato come giornalista. “Ero lì per partecipare alla Bison race, una competizione internazionale di corsa a ostacoli estrema che si è tenuta proprio in concomitanza con le elezioni. Ma proprio non immaginavo che sarebbe finita così”.

L’incubo, per Locatelli, inizia alla mezzanotte di domenica. “Tornavamo da un ristorante, dove avevo cenato con gli altri ragazzi della squadra. C’era moltissima tensione in città, la polizia aveva piazzato posti di blocco su tutto l’anello esterno della circonvallazione di Minsk”.

“Arrivato nei pressi del mio alloggio, dalle parti della stazione centrale, mi sono trovato in una strada totalmente barricata dai cordoni della polizia, mentre in lontananza si udiva un gran frastuono per via degli scontri e delle manifestazoni“.

“Mi sono fermato a parlare con dei ragazzi che erano al lato del marciapiede” continua. “Non erano nemmeno manifestanti, ma proprio in quel momento sono stati caricati dagli agenti antisommossa”.

Questo primo incontro con le forze dell’ordine sembra risolversi bene: “ho gridato che ero un giornalista italiano, e a quel punto mi hanno lasciato perdere, intimandomi di spostarmi verso un altra zona della strada”. Locatelli però non fa neanche in tempo ad eseguire, che già si trova di fronte a un altro gruppo di agenti: “loro avevano visto tutta la scena – spiega – e sono rimasti a guardarmi mentre filmavo un po’ con il cellulare. Finché, dopo una decina di minuti, mi hanno caricato“.

A quel punto Locatelli si ritrova addosso una quindicina di uomini. “La prima cosa che hanno fatto è stata strapparmi il cellulare di mano” ricorda. “Dopodiché hanno iniziato a picchiarmi sulle gambe per farmi andare a terra, e subito dopo mi hanno spruzzato in faccia una quantità spropositata di spray al peperoncino, che ho finito per respirare a pieni polmoni, predendomi un’intossicazione durata fino al mattino dopo”.

Claudio Locatelli, che per tutto il tempo continua a ripetere di essere un giornalista, si ritrova quindi ammanettato su una camionetta, diretto verso una stazione di polizia che al rilascio scoprirà essere una di quelle “in cui sono avvenute le peggiori torture in questa ondata di proteste”.

“Quando sono arrivato ero totalmente accecato e in preda alla nausea per lo spray” racconta. “Subito è stato comunicato agli agenti sul posto che ero uno straniero, e probabilmente per questo non mi è stata fatta troppa violenza. Ma il caos in quel posto era totale. C’erano gruppi di bielorussi che arrivavano con i polsi ammanettati dietro la schiena, e gli agenti li costringevano a marciare così veloce che alcuni andavano a sbattere contro altre guardie”.

“Poi – continua – mi hanno messo faccia al muro su un corridoio enorme, che attraversava un gruppo di celle. C’era un agente che continuava a darci ordini: quando ho provato a spiegargli che il mio russo non era molto buono, mi ha sbattuto la faccia contro la parete“.

La cella

Locatelli viene quindi condotto in una cella di 4 metri per 4 – “con una latrina fetida e un lavandino rattoppato con uno straccio lercio” – che nei giorni successivi ha continuato a riempirsi all’inverosimile. “Eravamo tutti stranieri lì dentro” spiega. “Oltre a me c’erano due giornalisti russi che, grazie a una telecamera go-pro sfuggita alle perquisizioni, sono riusciti a girare delle immagini. Gli altri però erano tutti comuni cittadini”.

Tra questi ultimi, oltre a un ragazzo turcomanno, c’era Tanguy Darbellai, un atleta svizzero piuttosto conosciuto in patria. “C’era inoltre un osservatore elettorale moldavo – spiega Claudio – che era addirittura stato invitato dall’amministrazione di Lukasenko: il che dimostra quanto casuali fossero gli arresti di domenica notte. L’obiettivo era spargere il terrore”.

Fame e torture psicologiche

Nei giorni successivi, la cella di Claudio Locatelli continua a riempirsi di cittadini stranieri.

“Alle fine – spiega – eravamo in 19, tutti stranieri a eccezione di una ragazza bielorussa terrorizzata. Gli ultimi quattro, tra i quali un cittadino polacco di cui l’ambasciata sta ancora cercando notizie, sono stati portati in cella completamente nudi.

Sdraiarsi per dormire, secondo Locatelli, era impossibile: “e oltre a questo – precisa – per sessanta ore nessuno ha avuto nulla da mangiare. Le guardie continuavano a chiederci se volessimo del cibo, ma presto è diventato chiaro che si trattava di una subdola forma di tortura”.

“Nella prima giornata – continua – ho vomitato quattro volte per via dell’intossicazione da spray urticante: alla fine, mi hanno mandato un infermiere che, attraverso le sbarre, mi ha misurato la pressione ed è andato via come nulla fosse”.

Il peggio, però, accade altrove. “Dalle altre celle arrivavano tonfi e urla disumane a ritmo costante, tanto che alla fine erano diventate una sorta di sottofondo. Nel corridoio intanto continuavano ad ammucchiarsi effetti personali, con centinaia di cellulari che continuavano a squillare a vuoto”.

Uno di quei telefoni apparteneva proprio a Locatelli: ed è con quello, prima dell’ultima perquisizione – avvenuta all’alba di lunedì – che appena entrato in cella era riuscito ad allertare l’ambasciata italiana.

La liberazione

“Avevo quasi perso le speranze e la cognizione del tempo – racconta – quando, mercoledì, il personale diplomatico è arrivato a prendermi. Hanno svolto un lavoro ottimo e molto delicato, perché erano almeno dieci anni che il nostro paese non si trovava in una situazione del genere con la Bielorussia”.

All’uscita dal centro di detenzione, Locatelli trova una folla di manifestanti e cittadini che intonano slogan e chiedono notizie dei loro parenti scomparsi. “A quel punto – spiega – il personale d’ambasciata ha voluto allontanarsi a tutto gas, perché dicevano che, se in quel momento fossero scoppiati dei disordini, avrebbero potuto riportarmi dentro come sobillatore”.

Anche una volta arrivati nei locali dell’ambasciata, a Claudio viene sconsigliato di uscire perfino per mangiare. “Erano convinti che avrebbero cercato di arrestarmi nuovamente. In questo momento c’è il caos nelle strade di Minsk”.

Dopo sessanta ore nelle mani della polizia militare bielorussa, in un paese così duro e repressivo da essersi meritato il soprannome di “ultima dittatura d’Europa”, Claudio Locatelli appare provato e incredulo.

“Nemmeno al fronte contro lo Stato islamico – ammette – avevo passato delle ore così incerte, angoscianti e surreali”.

Grazie, Atalanta!

Vinceva 1 a 0 al 90°: ha perso 2 a 1 contro una delle più forti squadre d’Europa e più ricche squadre del Mondo! Grazie lo stesso Atalanta! Non potevi umanamente fare di più. Sei riuscita nell’impresa di unire buona parte di un’Italia che il calcio troppo spesso divide. Grande orgoglio, tanta stima!

Bergamo meritava un sorriso.

Wout van Aert: è nata una stella?

E’ nata una stella?
Sarà il tempo a confermarcelo, ma intanto questo inizio di stagione – in agosto! – del ciclismo mondiale è sotto il segno di Wout van Aert.
25 anni, belga fiammingo, tre volte campione del mondo di ciclocross (2016-2017-2018): adesso ha sfondato anche su strada. In una settimana: primo alle “Strade Bianche”, terzo alla Milano-Torino, primo alla Milano-Sanremo. Due vittorie, le stesse di Julian Alaphilippe, l’anno scorso: proprio il francese ha battuto, di una mezza ruota, forse meno, all’arrivo di via Roma…
Una rivelazione, van Aert, soprattutto per chi se lo ricorda l’anno scorso protagonista di una brutta caduta al Tour de France, che avrebbe potuto costargli caro dal punto di vista psicologico. E non solo. Una ferita alla gamba di quasi 30 centimetri, la paura di non avere più coraggio e poi il ricorso ad un mental coach che sembra aver rigenerato il talento innato del giovane belga, aggiungendogli una vena di “follia creativa” ciclistica in più.

Faccia da bravo ragazzo, a gennaio diventerà papà, appassionato di vini italiani (“alle Strade Bianche ho festeggiato con il Brunello, dopo la Sanremo con il Barbaresco”), Wout van Aert potrebbe essere il nuovo uomo copertina di un ciclismo che ha sempre bisogno di un nuovi eroi contemporanei.
“I miei limiti? Non li conosco neppure io. I miei obiettivi? La Roubaix e il Fiandre?”.
E anche se, strafelice della vittoria alla Sanremo, si è lasciato scappare pure un “Adesso potrei pure ritirarmi”, a testimonianza dell’importanza della Classica di Primavera, seppur vinta in agosto…

Wout van Aert sarà anche al Tour de France, come luogotenente di lusso dei suoi tre capitani della Jumbo-Visma,  Dumoulin, Roglic e Kruijswijk. “Possiamo farcela a vincere il Tour”, dice.
E se facesse come Alaphilippe? Se diventasse anche lui, come il francese l’anno scorso, la mina vagante della corsa gialla?

“Mi sa che devo ancora migliorare parecchio in salita”, confessa il giovane Wout, con un sorriso soddisfatto e che promette sorprese.

Belgium’s Wout Van Aert celebrates on the podium after winning the Milan to Sanremo cycling race, in San Remo, Italy, Saturday, Aug. 8, 2020. (Gian Mattia D’Alberto/LaPresse via AP)