IL GIRO DEL MONDO…CON I PATTINI!

L’avventura che ha intrapreso da tre mesi Rosario Basciotti, per gli amici “Rox Bax”, torinese giramondo di 32 anni, è assolutamente straordinaria. Non tanto perché farà il giro del mondo (già: chi non ha fatto il giro del mondo? Io no, ad esempio…), ma perché lo farà con i pattini in linea, e mai nessuno prima di lui era arrivato ad azzardare tanto, una autentica circumnavigazione del mondo, a tal punto che se Rox completerà il suo tour mondiale entro marzo 2020 (“Ma il mio obiettivo è tornare per Natale 2019!”, esclama il nostro viaggiatore), vedrà il suo nome giganteggiare sulle pagine del mitico Libro del Guinness dei Primati. In realtà, un record da superare – e già superato – c’era: quello del tedesco Peter Boegelein, che nel 1986 percorse 8596 km con i pattini. Ma, come vedremo, non è solo una questione di record…
Segnalatomi dalla preoccupata mamma Maria, che – ironia della sorte – lavora alla Motorizzazione (“Ma ormai si è abituata ai miei viaggi”, dice di lei Rosario), ho preso contatto con l’intrepido viaggiatore – che ora si trova in Uruguay, ennesima tappa del pazzesco viaggio – per telefono e via whatsapp. E così è nato questo “diario di bordo”, che riproduce quello che Rox aggiorna spesso e volentieri sulla sua pagina Facebook “Rox ‘N’ Roll – Around the world on inline skates” (scritto proprio così, in inglese. Su Instagram: rox­_n_roll_around_the_world; su YouTube cercate i suoi video cliccando su Rox ‘N’ Roll around the world): in totale sono 29.000 km, 25 nazioni, 5 continenti.

Non fatelo tutti, lui è allenato!
Subito un avvertimento: questa avventura non è proprio per tutti, bisogna essere giusto “un filo” allenati. E Rosario lo è di sicuro, visto che dello sport, della sua passione, ha fatto anche un lavoro. Laureato in Scienze Motorie, con specializzazione in Management dello Sport, Rox è un istruttore di fitness in formissima, mica con la pancetta come il vostro sedentario cronista… Oltretutto, non è esattamente un neofita di queste “maratone”: tanti viaggi, anche a piedi, poi nel 2012 ha fatto il giro d’Italia con i pattini, 3000 km in 42 giorni, toccando 13 regioni e tre mari. E da lì è stata un’escalation continua: Torino-Lisbona, stavolta in bicicletta, con l’amico di sempre, Federico, 3300 km in un mese, poi la Corsica in bici in solitaria in dieci giorni e, infine, la manifestazione “Rallentando 2.0”, dove, per la prima volta, Rosario ha alternato i pattini alla bici. Da qui, il progetto del viaggio “a motore umano, che è anche un viaggio introspettivo, una sfida con me stesso ed è, anche, una campagna di sensibilizzazione all’ecologia, al rispetto per la Madre Terra sui cui viviamo, partendo proprio da Torino, la mia città, più volte classificata come città più inquinata d’Italia”, dice Rox. Che aggiunge, tanto per farci capire il personaggio: “Da diversi anni mi muovo il più possibile in bici, ho venduto l’auto nel 2014 e quest’anno ho rottamato pure lo scooter. Quando non posso proprio muovermi in bici, utilizzo il car sharing”. Capito che tipo è?

Il viaggio: ma che viaggio!

Partito il 1° settembre da Torino, dopo 82,5 km in 5 ore e 11 minuti alla velocità massima di 49,9 km/h, Rosario termina la prima tappa ad Oulx, sulle nostre montagne “olimpiche”. Ma il vero viaggio comincia il giorno dopo, con il passaggio di frontiera, arrivando in Francia e lasciando tracce (e foto) del suo passaggio in Costa Azzurra, ad Avignone, Nimes, Montpellier e Perpignan. Poi sbarca in Spagna, dove resta 20 giorni (con 4 giorni di riposo: ogni tanto ci vogliono!)  – tra Girona, Barcellona, Tarragona, Valencia, l’Andalusia e fino a Tarifa – e una tabella di marcia riportata sul suo pagina Facebook, che comprende le calorie consumate (90mila!) e la manutenzione tecnica (due freni sostituiti e un cambio gomme, tipo Formula Uno!).
Solitamente le tappe previste dalla tabella di marica sono di 70-80 km, ma ce ne sono altre più lunghe, anche 100-120 km, a seconda delle condizioni delle strade e del meteo, alla media oraria niente male di 15 km all’ora.
La prima tappa “esotica” fuori dell’Europa – e vale come passaggio in Africa – è stata il Marocco, a Fes, Rabat e Casablanca, con fidanzata e genitori al seguito (solo per un breve vacanza, non per tutti i 500 giorni!), ma in automobile, mica con i pattini… Poi, dopo un bel viaggetto aereo (“Mi piacerebbe essere un viaggiatore senza aerei, come Tiziano Terzani, ma come si fa?”, dice Rox, costretto ad usare anche traghetti e bus), l’arrivo in Brasile, a Rio de Janeiro e San Paolo, passando per Curitiba, Porto Alegre e Florianopolis, con tanto di articoli sui giornali e sui siti web e servizi tv su Rede Globo e sulla tv locale del Paranà dedicati proprio alla “pazza idea” (diventata realtà) di Rox.
Le prossime tappe? In tutto saranno ben 430. Tenetevi forte: gli Stati Uniti “Coast to Coast” (anche qui c’è un record da battere: “Devo impiegare meno di 69 giorni a percorrere le 2595 miglia, oltre 4000 km, che separano Crescent Beach, in Florida, da Soltana Beach, in California”, spiega Rosario), quindi l’Australia, Giappone e Cina (da Shanghai a Shenzhen, poi fino ad Hong Kong), Singapore, l’Indonesia, l’India, l’Azerbaijan, l’Armenia, la Georgia, la Russia (tappa a Soci, città di mare che ospitò le Olimpiadi invernali), l’Ucraina, quindi Moldavia, Romania, Ungheria, Croazia, Slovenia e, finalmente, a Torino entro il 500esimo giorno dalla partenza, ma Rox prevede di arrivare decisamente in anticipo, per un super Natale 2019 da festeggiare in famiglia. E a quel punto, sarà nel Guinness dei Primati!

Ecologia, etica, spazio e concetto del fermarsi
Ma le motivazioni del viaggio di Rosario, come abbiamo già intuito, sono ben altre. “Il perché di questi viaggi? Innanzitutto per la curiosità di vedere il mondo e la curiosità di sapere di più su chi aveva già fatto avventure del genere”, spiega il nostro viaggiatore. “Ho letto tantissimi libri di viaggi nel mondo, in tutti i modi: a piedi, in bici, in autostop, in barcastop, senza prendere aerei… Tra i più conosciuti, il “vagamondo” Carlo Taglia, che per me è un punto di riferimento, e ancora Mattia Miraglio, Paola Gianotti e altri italiani che hanno fatto queste esperienze. E poi, naturalmente, c’è la grande storia di Tiziano Terzani, che è un must per tutti quelli che apprezzano questo mondo. Un’altra motivazione è la sfida, una sfida proprio fisica, per fare il giro del mondo. E stavolta mi sono voluto motivare anche con la richiesta di misurazione del record per il Guinness dei Primati. Il giro del mondo in pattini non l’ha mai fatto nessuno e non potevo certo farmi sfuggire questa occasione. Oltre a ciò, c’è anche un messaggio etico, ecologico e di consapevolezza: guardare dall’esterno fin dove siamo arrivati. Ad avere sempre più macchine, sempre più motori. E la difficoltà del concetto di rallentare e di fermarsi. E di godersi il tempo, l’attesa, il tempo necessario per arrivare ad un punto, senza fretta, per arrivare al lavoro, per fare una commissione, per godersi il viaggio stesso. Anch’io ho avuto una macchina, ho avuto un motorino e ho vissuto pienamente questa frenesia: due-tre lavori in giro per la città, spostarmi a destra e a sinistra, la fretta, il traffico, mangiare in macchina, rischiare incidenti. Ora basta. Piano piano, ho cominciato, grazie ai primi viaggi, a usare di più la bicicletta e adesso cerco di spostarmi il più possibile in bici, in libertà, in autonomia, proprio perché non sei legato ad un motore e, soprattutto, al concetto dello spazio. Oltre all’inquinamento e al rumore acustico delle macchine, esiste lo spazio che occupano le auto. Spesso sulle macchine c’è una sola persona, che porta in giro 1.000-1.500 chili di una automobile e la cosa non ha proprio senso di esistere. E’ come se un uccellino”, conclude Rosario, “per spostarsi da un albero all’altro, ogni volta si portasse dietro il ramo. Rende l’idea?”
Eccome, se rende.

Vitto e alloggio
Ma quanto costa fare un viaggio del genere? Sinceramente non mi interessa fare i conti nella tasche del nostro “romantico viaggiatore”, anzi: credo che una impresa del genere, che secondo me sarà solo la prima (e non certo l’ultima) merita una adeguata ricompensa in termini di visibilità e di pubblicità, sotto forma di sponsorizzazioni. Lo vedo bene, il nostro Rox, nei panni del “Giovanni Soldini dei pattini”, con la differenza che Rosario va a “motore umano”, come ama dire lui. Dico bene? “Magari!”, esclama Rox. “Per il momento, comunque, non ho sponsor reali che mi pagano. Ho dei fornitori per i materiali tecnici e un crowfunding continuo da parte di amici e simpatizzanti. Sto cercando anche degli sponsor, certo, ma adesso che sono in viaggio è un po’ complicato fare le trattative! Per l’alloggio, ci sono tanti amici in giro per il mondo che posso rivedere e che mi possono dare ospitalità. Altrimenti ci sono sempre degli ottimi ostelli…”.

A casa? Tutto bene?
E a casa cosa dicono di questa avventura di Rosario? “Lui è sempre stato un ragazzo responsabile”, spiega mamma Maria, che parla a nome anche di papà Mario. “Sono un po’ preoccupata per questi suoi viaggi, ma non mi sembrava giusto rovinare un suoi sogno per un mio egoismo. I figli sono parte di noi, ma non sono nostra proprietà. Devono essere liberi di realizzarsi!

Siamo tutti giovani, grazie a Rox
In attesa di completare la sua grande impresa e di entrare di diritto tra i Grandi dello Sport e dell’Avventura (e non solo) – poi scriviamo insieme il libro best-seller di questo viaggio, eh? – un obiettivo, il mitico Rosario “intrepido viaggiatore” lo ha già raggiunto: basta sentire i suo racconti, leggere le sue storie città per città in giro per il mondo, ammirare le sue foto, per sentirsi più giovani e avventurosi, come se davvero “nothing is impossibile”.
E io, intanto, domani vado a comprarmi un paio di pattini…

Aspetta e…espera.

 

OGNISSANTI: GLI “OS DIJ MORT” PIEMONTESI INSCATOLATI NEI SUPERMERCATI FRANCESI

Di italiano o, persino, di piemontese si trova sempre qualcosa in Francia. Soprattutto in ambito enogastronomico. Ed ecco che, in un qualunque supermercato della catena Casino (prego, leggere alla francese, con accento tipo Platinì), si trovano i biscotti “Les surprenants Pièmont”, fatti – c’è scritto sulla scatola – con cioccolato svizzero. Li ho subito comprati, a 2 euro e 51, un po’ perché sono goloso e un po’ perché volevo proprio sapere l’origine del nome “Pièmont” di questi biscotti, visto che non sono fatti con il cioccolato e con le nocciole piemontesi, ma con il cioccolato svizzero, poi impacchettato e plastificato per la grande distribuzione. Chiedendo a qualche collega francese e curiosando sul web, ho scoperto che questi “Pièmont” (ricordatevi l’accento, i cugini d’Oltralpe ci tengono) dalla forma lunga e affusolata non sono altro che la derivazione commerciale (e molto liberamente tratta) degli'”Ossi dei morti“, tradizionale dolce piemontese tipico del periodo di Ognissanti, l’1, il 2 di novembre e dintorni, compresa la celebrazione dei defunti. Da cui, ovviamente, deriva il nome, che proviene dal piemontese “os dij mort“. Tra l’altro “ossi”, in questo caso, è il giusto plurale di “osso”, come conferma la Treccani e come ci ricorda poeticamente Eugenio Montale con i suoi “Ossi di seppia”
La titolare del supermercato Casino della Croix Rousse a Lione, una biondona dalle forme generose che sembra apprezzare i dolci, mi ha detto, testualmente: “I Pièmont? Vanno via come il pane”, e mi ha specificato che loro ce li hanno sugli scaffali tutto l’anno, mica solo ad inizio novembre. Furbi, eh?
Comunque, se sapete dell’esistenza anche in Italia e in Piemonte, di questi biscotti “Piémont”, fatemi un fischio. Non si finisce mai di imparare. E di assaggiare.Una tradizione che continua
Ma sono cosi conosciuti questi “Ossi dei morti” dalle nostre parti? Si fanno ancora in casa? L’ho chiesto in giro e anche ai miei contatti su Facebook, la miglior piattaforma “tuttologica” di tutti i tempi: e allora sembra proprio di si, sembra proprio che questi dolci novembrini abbiano ancora un certo successo, soprattutto tra le famiglie (e le pasticcerie) più legate alla tradizione.
Io li conosco poco, lo ammetto, ma io non faccio testo, in quanto emiliano trapiantato un po’ a Torino e un po’ a Lione: per noi i dolci della celebrazione dei Defunti sono i “favetti” o le “raviole”- di cui un giorno vi parlerò – e che, stranamente, vanno bene sia ad Halloween (anche se non esisteva, ai tempi in cui impastava e infornava mia mamma) che a Carnevale. Evidentemente, anche certi dolci (come certi amori) “fanno dei giri immensi e poi ritornano” (per la citazione si ringrazia Antonello Venditti).

I biscotti “liberamente tratti” non sono affatto male 
Gli ingredienti? Vi risparmio la ricetta completa dei biscotti del supermercato, fatti con il 49% di cioccolato nero e di altra roba tipo huiles végétales (palmiste, coco, tournesol: il famigerato olio di palma, quello di cocco e quello di girasole) più sirop de glucose e via discorrendo. Però, vi dirò: il risultato è buono e crea dipendenza: ho appena fatto in tempo a fare la foto per l’articolo con la confezione piena che la confezione, un attimo dopo, era già vuota. Per fortuna ne avevo preso due scatole. Previdente, no?

Le mille varianti degli “Ossi dei morti”
Nella ricetta originale degli “Ossi”, con dozzine di varianti regionali, troneggiano farina, uova, zucchero, mandorle, nocciole, cioccolato, frutta candita, marmellata, cannella, chiodi di garofano, zenzero, fichi secchi e chi più ne ha più ne metta e, a seconda del tipo di “ossa”, i biscotti possono essere bianchi, marroni o rosa (con un cicinino di colorante, temo), più o meno morbidi, croccanti o duri (un’amica mi ha detto “sono duri come le ossa, rischi di spaccarti i denti, ma quanto sono buoni”…). Io, in realtà, alla mia dentiera naturale ci terrei ancora.

Comunque, poi ci sono le “Fave dei morti”, declinazione made in Romagna, che hanno più l’aspetto di un amaretto, poi c’è il “Pane dei morti”, un dolce secco decisamente speziato anche lui di lontana origine piemontese, altre versioni degli “Ossi” in Sicilia e in Veneto e – insomma -potremmo continuare a parlare di questi dolci tipici fino al 2 novembre del 2019…
Ma perchè si chiamano “Ossi dei morti”? Secondo la leggenda (e pure secondo Wikipedia) – ma del resto si intuisce facilmente – il nome è dovuto alla forma e alla consistenza di questi dolci, che sembrano proprio quelle di un osso. In diverse zone d’Italia, nella notte tra il 1. e il 2 novembre, esiste ancora la tradizione di stendere tutti questi dolci sulle tavole imbandite, convinti che possano essere di gradimento ai familiari defunti.In Francia? Solo macarons e madeleine
Ma io ora voglio scoprire questi dolci “Ossi dei morti” o “Pièmont” dal “vivo”, cioè in una pasticceria, una pasticceria francese. E quindi ho perlustrato tutte le vetrine delle otto pasticcerie del centro di Lione, in Rue de la Rèpublique, e in qualcuna sono pure entrato a chiedere lumi e dolci informazioni. Posso, quindi, dirvi con cognizione di causa, che degli “Ossi dei morti” i francesi non ne sanno proprio una mazza, ma se poi spieghi loro qualcosa sui biscotti di Ognissanti, rispondono “Ah, i biscotti Torino”, almeno per sentito dire. Biscotti Torino, capito? Un’altra definizione. Chissà come chiamerebbero i leggendari Krumiri di Casale Monferrato….
La graziosa commessa di “Eric Kayser”, nota pasticceria artigianale diventata una catena in tutta la Francia, mi suggerisce di provare i loro biscotti di Ognissanti, una confezione anonima “croquant noisette amandes” (croccante nocciole mandorle) che assomigliano, molto ma molto vagamente, proprio agli “Ossi dei morti”. E per essere buoni sono buoni, ma sono i biscotti più sbriciolosi del Pianeta Terra e, in effetti, anche con loro la dentiera è a forte rischio…
Per il resto, nelle pasticcerie francesi vige il motto “paese che vai, dolci che trovi”. Quindi: macarons ovunque (belli colorati, ma sopravvalutatissimi, diciamo la verità) , madeleine di proustiana memoria e cioccolatini di lusso in eleganti confezioni altrettanto di lusso, come da “Voisin”, che più che una pasticceria sembra una gioielleria (anche nel prezzo). Per il resto, in questi giorni, tra mille zucche zuccherate di Halloween, al massimo spunta il miglior tiramisù di Lione, che lo fanno in una pizzeria napoletana che si chiama proprio “O’ Tiramisù”, con le partite piratate del Napoli sul maxischermo e pure in un locale che si chiama “Piada: un po’ di italianità” (non proprio la piadina romagnola, ma la loro versione con sardine e crema di cipolla rosse di Tropea è da sballo!).

Nostalgie alimentari italiane
Basta, basta, non voglio mica fare come quegli italiani che ascoltano Toto Cotugno (mito degli emigranti) e sul gruppo di Facebook “Italiani a Lione” scrivono solo di nostalgie alimentari del tipo “Ma dove posso trovare il pane carasau?”, al che io ho risposto: “Torna in Sardegna!”. E mi sa che anche io, per provare i veri “os dij mort”, dovrò tornare in Piemonte. Intanto, per non sentire la nostalgia canaglia, mi sono comprato un’altra scatola di “Les suprenants Pièmont”, sempre più sorprendenti, sempre più buoni. E non demordo sulle origini e sulla diffusione della pasticceria piemontese.
La prossima indagine gastronomica sui dolci piemontesi nel mondo? I cuneesi al rhum…

Prima che siano finiti……