Quel “Tempo delle Mele”…

Il 17 dicembre del 1980, 45 anni fa, usciva nelle sale cinematografiche francesi “La Boum” (letteralmente: La Festa, da noi arrivato con il titolo leggendario “Il Tempo delle Mele”), un film – e una colonna sonora – diventato nel tempo un cult e simbolo generazionale dell’amore adolescenziale, lanciando la giovanissima Sophie Marceau, allora 14enne, scelta dopo i provini di 3.000 ragazze.
Scelta azzeccatissima!

Nicola Pietrangeli, sempre il numero 1

Oggi un ragazzo, un giovane, un trentenne, fanno fatica a capire cosa abbia rappresentato Nicola Pietrangeli non solo per il tennis e lo sport italiani, ma per il nostro costume.

Abbagliati dall’era d’oro di Jannik Sinner e dell’incredibile nidiata di campioni che ci ha portati a dominare la scena mondiale, forse qualcuno stenterà a credere che per una lunga stagione fummo messi sulla cartina geografica del tennis globale grazie a questo elegante ragazzo, pronto a imbucarsi nella vita e nei migliori salotti europei e mondiali con la naturalezza di chi è nato “di classe”. Pur senza averne i mezzi.

Nicola Pietrangeli è stato un fenomenale giocatore di tennis, ma anche un interprete sublime dell’arte di vivere. E vivere bene.
In tempi in cui lo sport professionistico era ancora una chimera, si guadagnava pochino anche ai vertici mondiali e se vincevi due volte il Roland Garros e facevi semifinale a Wimbledon.
Il nostro numero uno era di casa nell’epoca più glamour di Montecarlo – dove lo è rimasto sino agli ultimi giorni della sua vita – trattato come il figlio di una nobile casata europea. Ascoltare i racconti delle sue intemerate in coppia con l’amica di un’intera esistenza, Lea Pericoli, era irresistibile. Non avevano un quattrino e vivevano da nababbi, grazie alle racchette, al talento, alla fantasia e a una buona dose di faccia tosta.

Nicola Pietrangeli ha vissuto una vita di 92 anni sentendosi il numero uno e sopportando notoriamente il giusto chi poteva soffiargli lo scettro di più forte, più famoso, più bello, più bon vivant d’Italia. Ne sanno qualcosa Adriano Panatta e, negli ultimi anni di vita, lo stesso Jannik Sinner.
Qualche battuta il grande Nicola avrebbe potuto evitarla, per non essere inseguito dal sospetto di rodere un po’. Eppure, se ci pensiamo, anche questo è parte fedele e squisita del personaggio. Se non le avesse fatte quelle battute, sarebbe stato un po’ meno Nicola Pietrangeli, un po’ più finto.

Lui veniva da un’era in cui il problema non era fingere di essere perfettino, ma imbucarsi con classe e nonchalance al circolo di Montecarlo. Vuoi mettere….

(Fulvio Giuliani)

Ornella Vanoni, l’usignolo d’Italia che canta ancora

Ornella Vanoni se n’è andata, e lo ha fatto a modo suo, sbadatamente, sbuffando, con una voglia di gelato insoddisfatta e quel capriccio, l’ultimo, che ha dimenticato sulla credenza prima di uscire di scena. Non fatevi ingannare da chi analizza puntualmente le vite altrui a posteriori: la morte fa tutti grandi e, talvolta, assimila la straordinarietà alla normalità.

Ma per la grande interprete milanese questo non vale. Lei è stata la più grande cantante italiana del dopoguerra, e anche di gran lunga. Mina, per quanto bravissima, non potrà mai uguagliarla, non certo per la tecnica vocale, lì vincerebbe sempre e comunque la tigre di Cremona, ma per la semplicità e la naturalezza con cui ha trasformato il parlare comune in canto, allo stesso tempo essenziale e sognante, organo vitale costantemente irrorato da un immenso cuore.

Voce mutevole come ore del giorno, strade assolate, temporali e stagioni, ma sempre con lo stesso effetto ipnotico, indulgente e ammaliante, è stata – e forse per sempre sarà – l’usignolo d’Italia. E come un usignolo si è appartata e ha intonato la sua melodia necessaria, il suo richiamo d’amore. E facendolo ci ha attirati in un mondo fatto di note e sussurri, toni e gorgheggi, spartiti di lacrime e risate, giurando, rimuovendo e modulando il suo senso della vita sulle strofe che di volta in volta ha cantato, sempre pagando di persona, e sempre credendo nel suo tempo e nella sua magia, mai alle sue asettiche e algide raffigurazioni.

Femmina come poche, è stata così libera e indipendente da evocare sempre il canto dell’usignolo, con le sue mille tonalità, apprese o forse da sempre conservate nelle oscure e fragili profondità della sua anima. Giambattista Marino, parlando di questo uccello, nel suo poema eroico L’Adone, ha scritto: “In mille fogge il suo cantar distingue / e trasforma una lingua in mille lingue”.

Provate a chiudere gli occhi e riascoltare le decine e decine di canzoni che ha reso immortali, e ditemi se non è proprio nella multiformità – quella dai “toni singoli e doppi densamente allineati l’uno all’altro” dell’usignolo appunto – che è riuscita magistralmente a scrivere la sua storia canora. E come un usignolo è giunta dai luoghi più appartati e oscuri della sua altrettanto poliedrica umanità – la ricorderete di certo agli esordi della folgorante carriera nelle canzoni della mala – per coltivare poi senza più tentennamenti una primavera di canzoni universali e bellissime, anche quando non era l’amore (il signore incontrastato della sua vita professionale e personale) ma il dolore a rappresentarla. L’ho sempre amata, nei suoi successi come nei suoi insuccessi – canticchio ancora spesso “La voglia di sognare”, che lei stessa definì  durante un concerto una “canzone di nessun successo” – alla pari solo di Lucio Battisti, l’unico capace di starle al passo, per valore intrinseco dell’artista e assenza assoluta di una qualche collocazione temporale alla loro produzione musicale. Ho perfino scritto tanto tempo fa un testo per lei, mai giunto a destinazione e ora perso chissà dove. Nella mia testa c’era la sua voce a intonarlo, nel mio cuore il suo sorriso malinconico e benevolo ad accoglierlo.

E ora che quell’usignolo è partito per terre da cui non si torna più indietro, mi resta la rabbia per non averglielo mai spedito. Ma forse è meglio così, oggi avrei ancora più nostalgia per averla perduta, quando in verità è solo migrata – come ogni buon uccello che si rispetti – per portare i suoi abbracci, le sue grandi e fragorose risate, le sue parole sussurrate e, soprattutto, le sue straordinarie interpretazioni, al buon Dio, che se ne beerà, né più né meno di come abbiamo fatto (e continueremo a fare) noi qui in Terra. Perché quello che è stata – non solo quello che ha cantato – resterà vivo in noi per sempre, a lenire il nostro dolore, accarezzarci e migliorarci, proprio come fa il canto di un usignolo, da qualunque angolo della terra, o del cielo, provenga.

(Gerardo Casucci, “Ottopagine”)