Dopo che ormai abbiamo digerito il terzo Mondiale di calcio senza gli Azzurri, ora ci stiamo godendo la Coppa del Mondo “allargata” (48 squadre) voluta da Gianni Infantino, incontrastato boss italo-svizzero della Fifa, amico di tutti i ricchi e potenti (Trump compreso). E tra le imprese delle attesissime grandi star (Messi, Cristiano Ronaldo, Mbappé, Haaland, Kane…) è bello ammirare anche le belle prestazioni di alcune squadre poco conosciute calcisticamente o, addirittura, alcune di loro, all’esordio mondiale. E’ il caso di Capo Verde, eliminato soltanto dall’Argentina, dopo una partita epica. Ma anche il Congo, Curaçao, Haiti, Panama, Giordania, Iraq, Iran…
Chi meglio, che un po’ meno, ma tutte squadre e giocatori dignitosissimi, che al cospetto dei grandi campioni milionari non hanno certo sfigurato, mettendo il campo il cuore e l’attaccamento alla maglia del loro paese. Credo che, oltre al sorprendente Capo Verde (nella foto grande: i tifosi capoverdiani contro l’Uruguay, partita finita 2-2), una menzione speciale debba assolutamente andare ad Haiti, al Congo e all’Iran.
Haiti perché è uno dei paesi più poveri e più tormentati del mondo (terremoti, epidemie…), il Congo perché travolto negli ultimi mesi dall’ebola e l’Iran perché è un paese in guerra e i suoi calciatori sono stati addirittura fischiati allo stadio, durante l’inno nazionale dal pubblico americano, rispondendo con un dignitosissimo silenzio.
A chi contesta l’allargamento “politico” del Mondiale rispondiamo che il calcio è talmente popolar,e e si gioca in ogni angolo della Terra, che è giusto che anche nazioni piccole, povere, senza strutture e senza ambizioni, riescano a realizzare il sogno di partecipare alla Coppa del Mondo di calcio. E per noi si tratta di una utile lezione di vita, persino doppia: lezione di geografia (scoprendo paesi nuovi, a noi lontanissimi) e lezione di umiltà (per quei giocatori azzurri che il Mondiale, come noi tifosi, lo stanno guardando soltanto in tv).
1. L’intera vicenda prende avvio da un evento improvviso e sconvolgente su un autobus diretto a Parigi. Come è nata questa idea narrativa? “E’ tutta colpa dei Flixbus! Ne ho presi circa 200, negli ultimi anni, sulla rotta Torino-Lione-Parigi. E succede di tutto, di tutti i colori, una specie di Libera Repubblica degli Autobus. Mancava giusto un omicidio”….
2. Elena Grimaldi si trova coinvolta in un incubo senza aver commesso alcun crimine. Cosa l’ha spinta a costruire una protagonista così vulnerabile e allo stesso tempo determinata? “Ammetto, da lettore, di essere stufo dei super eroi e dei poliziotti che risolvono tutto. Mi serviva un personaggio forte (e debole) al tempo stesso. Ma Elena Grimaldi ha dimostrato di avere la grinta necessaria per essere un gran bel personaggio”.
3. Nel romanzo il confine tra vittima, sospettato e testimone sembra diventare molto sottile. Era uno dei temi che desiderava esplorare? “Assolutamente si. Capita sempre più spesso anche nella vita reale, come dimostrano i recenti fatti di cronaca giudiziaria. Credo che sia necessario che la realtà si trasferisca, il più verosimile possibile, anche nella fiction”.
4. Karim diventa un alleato fondamentale per Elena. Come ha lavorato sulla costruzione di questo rapporto in una situazione tanto estrema? “Sono i due opposti che si attraggono. Quanto meno nell’obiettivo di salvarsi e, subito dopo, di trovare la verità. Anche Karim è un personaggio vulnerabile, eppure forte. Ho visto tanti Karim sbattuti giù dall’autobus, da parte della polizia, solo perché si chiamavano Karim”…
5. La fuga è il motore della storia, ma cosa accade interiormente ai personaggi mentre cercano di sopravvivere? “Ho cercato di interpretare i loro stati d’animo e le loro emozioni, difficili comunque da esprimere, se non si provano in prima persona. Volevo proprio, scrivendo, che ci fosse un impatto devastante e improvviso nelle loro vita, quando più imprevisto possibile. Come un normalissimo viaggio in autobus che diventa la scena di un crimine altrimenti inimmaginabile. La prima reazione, la fuga, è la più umana del mondo. Ma Karim e Elena, nel seguito del libro, non si limitano a fuggire, ma entrano decisamente nel vivo dell’azione”.
6. Le Alpi innevate e le strade notturne di Torino contribuiscono a creare un’atmosfera molto intensa. Quanto conta l’ambientazione nei suoi romanzi? “Moltissimo! Fosse per me ambienterai tutti i romanzi sotto la pioggia, magari a Parigi o a Londra! Ma va bene anche Torino. Personalmente, scrivo anche commedie teatrali, ma in quel caso i dialoghi si portano via tutta l’atmosfera. Che, invece, è fondamentale nei libri. Purché la descrizione dell’atmosfera non porti via 10 pagine…”.
7. Nel libro emergono zone oscure del potere politico. Quanto è importante per lei raccontare le conseguenze che certe dinamiche possono avere sulla vita delle persone comuni? “Non ho voluto esagerare, perché queste trame oscure della politica rischiano di diventate una sorta di dejà vù, in troppi romanzi. Però, effettivamente, il potere politico attrae e, al tempo stesso, allontana. Ma sembra proprio che non ne possiamo fare a meno. Ed è giusto rendersi conto di quanto possono influire nella vita delle persone comuni. Poi, nel mio libro, è chiara e netta la distinzione tra Buoni e Cattivi e per chi fare il tifo”…
8. Durante la scrittura ha privilegiato maggiormente l’azione o la costruzione della tensione psicologica? “Per ora, in questo libro, privilegio l’azione. Ma vorrei avere il tempo da dedicare ad una maggiore preparazione della psicologia dei personaggi. Certo sono un amante dei libri d’azione, non necessariamente noir sanguinolente, ma nemmeno noiosi “cosy”. Vorrei che in ogni pagina succedesse qualcosa di sorprendente, per la quale il lettore, interessato, decidesse di continuare a leggere, pagina dopo pagina”…
9. Qual è stata la scena più difficile da scrivere e perché?
“La scena più difficile da scrivere è sempre la scena del ritrovamento del cadavere, almeno secondo me. Un evento che, vissuto di persona, può essere assolutamente sconvolgente e che lo scrittore, sulla carta, non può limitarsi a descriverlo freddamente. Bisogna sapere trasferire una emozione cosi forte sulla carta. E non è assolutamente semplice”.
10. Elena e Karim si trovano costretti a fidarsi l’uno dell’altra in circostanze eccezionali. Quanto conta il tema della fiducia nella storia? “Credo sia assolutamente un tema centrale. Avevo bisogno di una squadra di Buoni e li ho trovati in Elena e Karim. Uno dei due, da solo, non sarebbe bastato. In due, si fanno coraggio a vicenda. E’ una bella squadra, coraggiosa”.
11. C’è un personaggio, principale o secondario, a cui si sente particolarmente legato? “Sicuramente l’autista dell’autobus. Nella realtà, è lui il vero Presidente della Libera Repubblica degli Autobus, forse addirittura un dittatore! Qui, nel mio libro, ha un ruolo secondario, almeno all’inizio, ma alla fine si riabilita, con grande coraggio”.
12. Quanto lavoro di documentazione è stato necessario per rendere credibili gli aspetti investigativi e politici del romanzo?
“Un buon lavoro di documentazione c’è stato, soprattutto per gli aspetti investigativi del caso. Se non si è esperti del settore (penso, ad esempio, dei legal thriller) si rischia di commettere errori facilmente smascherabili dai lettori. A me ha aiutato la pratica di tanti anni con la cronaca nera…
13. Senza svelare troppo, esiste un messaggio o una riflessione che spera arrivi al lettore oltre alla componente thriller? “Meglio tenere gli occhi aperti, nella vita! Nel bene o nel male, ci sorprende sempre!”
14. Quali emozioni vorrebbe che il lettore provasse una volta chiusa l’ultima pagina? “Vorrei che il mio lettore dicesse la stessa cosa che dico io quando finisco un bel romanzo: Che bel libro! Devo leggere altri romanzi di questo scrittore!”
15. Dopo Ultima fermata non prevista, ci sono nuovi progetti narrativi a cui sta già lavorando? “Ammetto che vorrei scrivere qualcosa di meno avventuroso e più intimistico, ma il mio editore mi ha detto, papale papale: a chi vuoi che interessino le tue riflessioni intimiste? Quindi: mai dire mai, ma credo che, almeno per ora, continuerò con i gialli”.