IL SUGO DI UGO A MODENA – Forse sara’ stato merito del Lambrusco che ci ha messo il frizzantino nelle vene (da adesso in poi, sempre un bel bicchiere di rosso prima di aprire il sipario!!!), ma quella di ieri sera al Teatro Tempio di Modena e’ stata la nostra miglior replica stagionale de IL SUGO DI UGO, la prima commedia gastro-comica d’Italia, firmata dalla compagnia teatrale I Teatroci di Torino, in trasferta in terra emiliana.
PAPA FRANCESCO, IL RIVOLUZIONARIO DELLA COMUNICAZIONE
A qualche settimana di distanza dalla visita di Papa Francesco a Carpi e a Mirandola, nei luoghi del cratere del terremoto di cinque anni fa in Emilia, che io ho seguito per conto dell’emittente modenese per cui lavoro, TvQui, mi sento di dire: “Abbi cura di te, caro Francesco”.
I QUATTRO ANNI DI PONTIFICATO DI PAPA FRANCESCO
Papa Francesco arriva a Carpi e a Mirandola proprio nel 12esimo anniversario della morte di Papa Giovanni Paolo II, scomparso alla sera del 2 aprile 2005. Dopo il pontificato di Papa Benedetto XVI, soltanto una figura carismatica come Papa Francesco poteva guadagnarsi un posticino nel cuore dei fedeli, proprio accanto a Wojtyla.
IL MIO NUOVO LIBRO: RIPARAZIONI D’AMORE IN CORSO!
IL CALIFFO? CE L’ABBIAMO IN CASA
Ormai siamo assuefatti, ormai rischiamo di abituarci alla paura del terrorismo, l’abitudine di doverci convivere, da qui all’eternità. O almeno fino a quando i Grandi della Terra non troveranno una soluzione a questa nostra notte di terrore che sembra non finire più. Ieri, sui social network sempre pronti a sputare sentenze, ho letto persino commenti del genere: “Attentato a Londra: niente di che”.
DERIVE DI ULTRADESTRA E DIGHE ANTI-POPULISTE: L’EUROPA S’INTERROGA
di Cristiano Tassinari
Scrivo questo articolo poche ore dopo l’attentato sventato all’aeroporto di Parigi-Orly: un musulmano radicalizzato (ma quanti radicalizzati ci sono in Francia?) ha saltato un posto di blocco, ha assalito una pattuglia di poliziotti, ha disarmato una agente, era pronto a fare una strage al McDonald’s ed è stato freddato da altri poliziotti francesi.
“…te ne sei andato da uomo libero”.
di Denis Luongo
“A 40 anni un uomo dovrebbe giocare con i propri figli, oppure progettarli.
A 40 anni dovresti progettare la casa dei tuoi sogni o un viaggio con la donna che ami.
IL CNEL: “MIRACOLATO” DAL REFERENDUM
La spiegazione dell’acronimo Cnel già aiuta a capire meglio quali sono (quali sarebbero state, per meglio dire) le sue funzioni: Cnel significa Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Per occuparsi, come dice il nome, di economia e lavoro, si è formata una specie di vero e proprio Parlamento parallelo, composto da esponenti di sigle sindacali, associazioni industriali e imprenditoriali (anche Confindustria) e rappresentanti del cosiddetto “stato sociale” (il Terzo Settore, le associazioni di volontariato…).
La storia e la presenza del Cnel, tuttavia, non è campata in aria: affonda le sue radici nella Costituzione della Repubblica Italiana, istituito proprio dall’articolo 99 della nostra Costituzione, con il compito di fornire consulenza al governo e al Parlamento, il tutto ribadito da una legge ordinaria del 1986, con la facoltà di proporre anche disegni di legge, su questioni economiche e sociali. L’intenzione dei “padri fondatori”, quindi, era più che legittima e trasparente. Ma è stato con gli anni che si è capito, gonfiandosi peraltro a dismisura, che il Cnel serviva (serve, visto che esiste tuttora, dopo il NO al referendum che ne chiedeva l’abolizione) veramente a poco. Eppure, la struttura è sempre stata piuttosto imponente: fino al 2011, il Consiglio era composto da 121 consiglieri, poi – in seguito ad una necessaria cura dimagrante – dimezzati a 64, e ora a 24, dopo le dimissioni di 40 consiglieri, mai rimpiazzati. Se non altro, dal 2015, i consiglieri non prendono più nemmeno l’indennità (era più di 2 mila euro al mese) né tanto meno i rimborsi spese, e dev’essere stato per questo che i 40 consiglieri di cui sopra si sono dimessi, in un paese come l’Italia dove non si dimette mai nessuno. Ai tempi d’oro, il Cnel ci costava 22 milioni di euro. Adesso, se non altro, un pochino meno: 8,7 milioni di euro, per 50 dipendenti ed una elegante sede nella palazzina di Villa Borghese, a Roma.
Ma in questi 70 anni di vita, cosa ha combinato il Cnel? Ben poco, numeri alla mano: 96 pareri, 350 osservazioni (di cosa? delle stelle?) e proposte, 270 rapporti e studi, 90 relazioni, 130 convegni (nemmeno due all’anno!) e 14 disegni di legge (uno ogni cinque anni! Nessuna di queste proposte di legge, peraltro, è stata mai recepita dal Parlamento). Non un lavoro da stakanovisti, sembra. Con due riunioni al mese per ogni commissione (ce n’erano quattro) e una seduta plenaria di tutti i consiglieri, una volta al mese. Non si sono mai ammazzati di lavoro! Ma a difendere strenuamente il Cnel – oltre agli elettori che al referendum hanno votato NO (non certo all’abolizione del Cnel, ma alla fine conta il risultato finale) – è soprattutto il suo presidente, Delio Napoleone: non nasconde l’ormai evidente anacronismo di un Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (soprattutto con l’economia in crisi e senza lavoro), ma prova a fornire una spiegazione storica dell’attuale fallimento dell’ente che dirige: “Il Cnel è stato voluto dal Parlamento come risposta a un modello sociale in vigore all’epoca. Solo che mostra tutti i segni del tempo, perché 70 anni fa il mercato del lavoro era per il 50% nel settore primario e secondario, industria e agricoltura. Negli ultimi anni, industria e agricoltura contano solo per il 20%, mentre l’80% del mercato del lavoro è costituito dal settore terziario, che non trova rappresentanza nel nostro parlamentino. Quindi, adesso che abbiamo scampato il pericolo dell’abolizione, ben venga una necessaria rivisitazione del Cnel e delle sue attività”.
Come, quando, perchè e in che modo non è ancora dato sapere. Forse servirà un nuovo referendum, stavolta propositivo, per capire cosa farne di questo ente inutile. Anzi, peggio: il Cnel sarebbe pure utile, ma senza riuscire a fargli svolgere i suoi reali compiti, diventa davvero il più inutile delle istituzioni pubbliche.
Da abolire. An
che senza referendum.
Di chi è la colpa?
E adesso a chi diamo la colpa, per la morte di “Giò”, il ragazzo di nemmeno 16 anni che a Lavagna (Genova) si è tolto la vita dopo essere stato scoperto all’uscita dalla scuola con 10 grammi di hascisc nello zaino?
E’ colpa della Guardia di Finanza che ha fatto il controllo?
E’ colpa della mancata legalizzazione delle droghe leggere, da più parti (politiche) invocata per risolvere il problema del traffico di sostanze stupefacenti?
E’ colpa dei genitori, che non hanno saputo affrontare nella maniera più efficace un evidente disagio del figlio?
O è colpa proprio di “Giò”, che poteva fare pure a meno di “fumare” a 16 anni?
Difficile, se non impossibile, trovare una risposta a queste difficili domande. Forse la risposta meno banale è una necessaria via di mezzo tra tutte le domande che ci siamo posti. Poi pensiamo che è comunque impossibile trovare una spiegazione a quello che è successo senza conoscere i fatti: a cominciare dai rapporti familiari, quelli che hanno condizionato – forse per la vergogna – l’estremo tragico atto del ragazzo. La mamma (adottiva) di “Giò”, durante il funerale, ha avuto molta dignità e molto coraggio: nel chiedere scusa al figlio, per non averlo capito, indirizzandogli un “Perdonami, piccolino” che gli arriverà fin Lassù. Ma la mamma ha avuto molto coraggio anche nel resistere alla tentazione di scaricare ogni responsabilità addosso alla Guardia di Finanza, che in questo caso ha fatto solo il proprio dovere. “Sono stata io a chiamare i finanzieri”, ha detto la mamma, che probabilmente non sapeva più come affrontare il problema del figlio di 15 anni, se non rivolgendosi ai tutori dell’ordine.
Poi, ognuno di noi, è libero di pensare a chi era e come era a 16 anni, a cosa faceva a 16 anni, a che compagnie frequentava a 16 anni, alle esperienze che ha fatto a 16 anni.
Forse era meglio continuare a giocare al pallone, nel vivaio dell’Entella, e mettersi in bocca un chewingum e non uno spinello, ma noi non siamo qui per giudicare.
“Giò” ha già giudicato se stesso.
E si è giudicato colpevole.
Al di là delle proprie colpe.

